Commenti

Senza investimenti rischio di guerre per l’«oro blu»

scenari globali

Senza investimenti rischio di guerre per l’«oro blu»

Determinate evenienze demografiche e geoeconomiche concorreranno ad alimentare nel prossimo futuro le tensioni internazionali: a cominciare dalle “guerre per l’acqua”. In alcuni casi esse sono in atto fin d’ora ma senza adeguato riscontro.

Eppure la carenza di risorse idriche su scala mondiale si sta aggravando di anno in anno, perché continuano ad aggiungersi a certe aree del pianeta afflitte da condizioni ataviche di siccità del suolo, alcune zone segnate da una progressiva desertificazione, in quanto abbandonate da molta gente trasferitasi in centri e sobborghi urbani; o altre perché soggette sia all’inquinamento tossico di fiumi e torrenti, causato da scarichi industriali e agricoli che al rischio di una carenza d’acqua potabile dovuto alla cattiva gestione di acquedotti e serbatoi idrici, nonché all’obsolescenza di infrastrutture vecchie talora di secoli.

Anche in quanto avvezzi a concentrare l’attenzione sull’oro nero, si è persa di vista l’importanza cruciale di quello “blu”. Solo negli ultimi anni si è cominciato ad avvertire il pericolo che le risorse idriche finiscano per ridursi notevolmente, con gravi ricadute non più circoscrivibili o lontane nel tempo. Si calcola, infatti, che da oggi a una ventina d’anni, considerato il continuo boom demografico, il numero delle persone che vivono in aree scarse d’acqua si triplicherà, passando dall’attuale miliardo a più di tre, e che anche alcune zone europee figureranno fra quelle di “insicurezza idrica”.

Già adesso, del resto, in varie parti del mondo le falde idriche si sono abbassate, e fiumi e laghi hanno una portata d’acqua sempre minore: come è avvenuto in alcune zone della Cina appena a nord di Pechino e nelle pianure dei Paesi dell’Asia centrale contigue alle sue frontiere settentrionali, in numerose regioni dell’India e in altre dell’America centrale, dell’Australia e del Medio Oriente. Ma è soprattutto nell’Africa subsahariana che la situazione è da sempre allarmante: al punto che, per esempio, nella cintura di Sahel, seguitano a ripetersi gli scontri fra agricoltori e allevatori, per l’accaparramento delle poche risorse idriche locali, scontri che finiscono per danneggiarne o contaminarne una parte. Inoltre aspri contenziosi sono insorti fra l’India e la Cina (a causa dei lavori intrapresi da Pechino per deviare verso Nord il corso del Brahmaputra che i due Stati hanno in comune), come pure fra la Turchia e l’Iraq o fra Israele e le autorità dei Territori palestinesi.

Si calcola che ogni giorno un migliaio di bambini muoiano di sete e che la mancanza di servizi igienico-sanitari (dovuta ad assenza, scarsità o inquinamento dell’acqua) provochi 8 milioni di vittime all’anno. Ma, nonostante questo tragico bilancio, rimane tuttora sottovalutato il pericolo che nei prossimi dieci anni l’acqua divenga una risorsa ancor più scarsa (finendo così per lasciare quasi a secco entro il 2030, secondo le previsioni dell’Onu, addirittura metà del pianeta). E che nel frattempo l’acquisizione o la difesa di proprie fonti idriche da parte di vari Paesi divenga oggetto, in alcune zone, di dispute tali da determinare una serie di conflitti armati.

Soprattutto in Europa non si è ancora giunti a percepire in pieno la portata e l’estrema gravità di questo problema. Nel Vecchio Continente si continua a ritenere comunemente che l’acqua sia una risorsa illimitata e a farne perciò un larghissimo uso senza badare a sprechi e neppure alla lievitazione dei costi, mentre in almeno una ventina di Paesi sottosviluppati le famiglie in media dispongono di 30 litri al giorno (considerati dall’Organizzazione mondiale della sanità il minino indispensabile per la sopravvivenza).

Di fatto, più che la trafila di denunce e di moniti sui rischi incombenti su vaste aree del pianeta a causa della crescente carenza idrica, è stata la lievitazione dei prezzi dell’oro blu a far breccia, negli ultimi tempi, nella pressoché generale coltre di noncuranza esistente a questo riguardo.

Le soluzioni necessarie per incrementare la disponibilità d’acqua, o per utilizzare meglio quella esistente, richiedono ingenti investimenti in adeguate tecnologie e attrezzature, e altrettanti ne comportano le opere di bonifica, forestazione o desalinizzazione. Per avere un’idea delle dimensioni del problema, basti pensare che, per coltivare 1 chilo di frumento, occorrono tra gli 800 e i 4mila litri d’acqua, tra 2mila e 8.500 per coltivare un 1 chilo di cotone, fra i 2mila e i 16mila litri per ottenere 1 chilo di manzo. Inoltre, per un incremento delle risorse idriche vanno adottati non solo criteri di gestione più efficaci del patrimonio forestale (basati su oculate rotazioni nella raccolta di legname) e il miglioramento dei sistemi d’irrigazione per limitare gli sprechi; ma sviluppate anche le tecnologie di stimolazione artificiale della pioggia e perfezionati gli impianti di desalinizzazione dell’acqua marina.

Senonché le ultime edizioni del Forum mondiale dell’acqua hanno deluso molte aspettative. Sia perché non si è ancora giunti a stabilire o comunque a far valere una normativa comune, gestita da un’apposita Autorità internazionale, per assicurare a oltre 750 milioni di persone un accesso diretto a fonti idriche pulite, e a dirimere le vertenze e gli attriti di sovranità su bacini e corsi d’acqua. Sia perché non si sono assunte efficaci misure per evitare una diffusa mercificazione dell’acqua da parte di grosse compagnie multinazionali interessate unicamente a trarre il massimo profitto da una gestione privata delle risorse liquide.

Di conseguenza, c’è purtroppo da prevedere che insorgeranno in diverse regioni del mondo tanto emergenze in materia idrica che contrasti fra Paesi confinanti per l’accaparramento con la forza di certe fonti o di particolari corsi d’acqua.

© Riproduzione riservata