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Droni «guardoni», cosa devi sapere (e cosa rischi) quando…

L’inchiesta

Droni «guardoni», cosa devi sapere (e cosa rischi) quando ti sorvolano

Il fotoreporter Rocco Rorandelli lancia il suo drone su un campo minato in Bosnia
Il fotoreporter Rocco Rorandelli lancia il suo drone su un campo minato in Bosnia

Scene da un matrimonio: sul sagrato della chiesa la folla degli invitati si apre per accogliere l’arrivo della sposa. Giusto pochi metri sopra le teste dei presenti, lo spazio aereo viene invaso da un «elicotterino» bianco con una videocamera in pancia. Scene del genere le avrete sicuramente già viste, se negli ultimi mesi siete stati a una cerimonia, a Napoli come in Toscana o Sicilia.

Il fotografo dotato di drone è soltanto l’ultima tendenza del business dei matrimoni, in Italia fiorente come in poche altre parti del pianeta. La cosa che non sapete è che molto probabilmente avete assistito a una serie di i irregolarità, se non addirittura illeciti. Perché il fotografo in questione forse non aveva il brevetto di pilota e l’autorizzazione per il sorvolo di aree critiche, né era assicurato per danni a terzi. E in ogni caso, anche se provvisto di questi documenti, non avrebbe potuto volare su un assembramento di persone.

L’era dei droni è già presente, l’Italia è letteralmente invasa da questi mirabolanti quanto accessibili giocattoli tecnologici, le norme per regolarne l’utilizzo sono numerose e stringenti, ma gli utilizzatori spesso le ignorano o fingono di ignorarle. Con tutti i rischi del caso per la sicurezza pubblica.
«Il nostro Paese – spiega Riccardo Delise, program manager di Enac per i mezzi aerei a pilotaggio remoto – può essere considerato all’avanguardia. Tuttavia, siccome ci troviamo di fronte a un settore giovane, non esiste ancora piena consapevolezza da parte degli utilizzatori di quali sono i propri obblighi». In tema di circolazione del velivolo e privacy.

Aeromodelli e aeromobili
Sul primo versante, il testo di riferimento è il «Regolamento mezzi aerei a pilotaggio remoto» pubblicato per la prima volta dall’Enac nel dicembre del 2013 e, da allora, per tre volte oggetto di emendamenti. Una prima, fondamentale distinzione è quella tra aeromodelli e aeromobili a pilotaggio remoto. «I primi – spiega Delise – sono i droni utilizzati a scopo ludico, i secondi quelli usati a scopo professionale, per attività che vanno dalle riprese al telerilevamento». Uno stesso drone – magari un comunissimo Phantom Dji acquistabile su Amazon per circa 400 euro – può essere considerato aeromodello o aeromobile a seconda dell’utilizzo e, conseguentemente, ne derivano condotte e obblighi molto diversi.

«Con un aeromodello a scopo ludico – aggiunge il funzionario di Enac – puoi volare solo al di fuori dei centri abitati, in aree non critiche. Con un aeromobile a scopo professionale puoi sorvolare le aree critiche, cioè le città». Fino a oggi l’Enac ha rilasciato 5.500 autorizzazioni per mezzi a pilotaggio remoto, di cui 5mila per aree non critiche e 500 per aree critiche. Possono circolare nelle aree critiche pur senza autorizzazione i droni al di sotto dei 300 grammi di peso con protezione alle eliche e una velocità inferiore ai 60 chilometri orari.

La differenza tra pilota e operatore
Nell’utilizzo a fini professionali, la regolamentazione distingue tra operatore e pilota, figure che all’atto pratico possono anche coincidere. «L’operatore – secondo De Lise – organizza il volo e quindi provvede a richiedere l’autorizzazione». Il pilota, se il volo ha finalità professionali, «deve essere in possesso di regolare brevetto». L’autorizzazione si chiede all’Enac e, in possesso di requisiti, la si ottiene dopo circa tre settimane. Il brevetto si consegue in una delle 45 scuole accreditate. Un corso da 30 missioni e cinque ore di volo costa qualche migliaio di euro. Poi c’è il tema dell’assicurazione, «obbligatoria per l’utilizzo professionale con massimale minimo di 900mila euro». Se ne trovano a premi di circa 200 euro. In tutti i casi, trasgredire non conviene: «Si rischiano – sottolinea Delise – le stesse sanzioni di chi commette violazioni con velivoli tradizionali».

Occhio alla privacy
Attenzione anche a come utilizzate eventuali scatti. «Fatti salvi gli usi a fini giornalistici, – precisa Giuseppe Busia, segretario generale del Garante della privicy - se si vogliono diffondere le riprese fatte col drone è necessario il consenso dei soggetti ripresi. Quando è difficile raccogliere il consenso, i soggetti devono essere irriconoscibili o perché ripresi da lontano o con volti offuscati». Sempre da evitare, perché sanzionabili, le riprese nelle proprietà private altrui.

E dal punto di vista di chi utilizza per fini professionali i droni, quali sono i problemi con cui ci si confronta tutti i giorni? Secondo Rocco Rorandelli, fotoreporter del collettivo Terra Project che è stato tra i primi in Italia ad avvicinarsi al mezzo seguendo per esempio il cammino dei migranti in viaggio dalla Grecia alla Germania per il New York Times, «c’è troppa disparità tra i regolamenti dei diversi Paesi europei. Occorrerebbe al più presto un’armonizzazione, per consentire agli operatori professionali di lavorare con gli stessi diritti e doveri in tutti gli Stati membri». Ci si dovrebbe arrivare nel 2020. Meglio tardi che mai.

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