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I danni (pubblici) dell’ambiguità della Fed

L'Analisi|DOPO La YELLEN

I danni (pubblici) dell’ambiguità della Fed

Capire l’orientamento della politica monetaria della banca centrale americana (Fed) sta diventando più complicato di prevedere come girerebbe una banderuola dinnanzi all’apertura del mitico otre dei venti di Eolo. Una banca centrale banderuola è il contrario di quello che serve ai mercati e all’economia; ma forse aumenta le probabilità di rielezione dei suoi vertici.

La scorsa settimana si era osservato su queste pagine come la Fed non avesse cambiato le sue decisioni di politica monetaria, di fronte a una insidiosa relazione tra incertezza e inflazione. Si aggiungeva che però così facendo l’atteggiamento della Fed rischiava di dare un autonomo e indesiderabile contributo proprio al fattore incertezza che la Fed dichiara di voler neutralizzare. Le due osservazioni erano assai semplici da fare.

Da un lato nei fatti la Fed non aveva preso alcuna concreta decisione né sul profilo dei tassi di interesse né su quello delle operazioni sul mercato dei titoli pubblici e privati. L’annuncio in due righe della volontà di far partire a ottobre il primo passo del programma di normalizzazione degli acquisti di titoli già delineato - importi inclusi - a giugno, rappresentava la classica non notizia.

Allo stesso modo la Fed dava l’ennesima dimostrazione di essere un potenziale volano di incertezza per la politica monetaria. La Fed è endemicamente un fattore di incertezza in quanto caratterizzata da un mandato duale, in cui l’azione di politica monetaria deve cercare di perseguire due obiettivi - inflazione e occupazione - appunto con una sola politica. Ma se gli obiettivi della banca centrale sono due, l’incertezza può aumentare per due ragioni diverse, che talvolta possono anche sommarsi. Da un lato, aumentano le probabilità che il banchiere centrale sia più autoreferenziale grazie alla maggiore discrezionalità, visto che è più facile giustificare cattive performance utilizzando l’argomento dei possibili trade -off tra inflazione e occupazione. Da un altro punto di vista, il banchiere centrale viene indebolito rispetto alle possibili pressioni dei politici, dato che con un mandato duale più difficilmente potrà resistere agli attacchi alla indipendenza della politica monetaria dagli interessi di parte. Quello che è accaduto due settimane fa in Sudafrica è emblematico: per ridurre l’autonomia della banca centrale si è cercato di mettere in discussione il suo mandato che vede come obiettivo prioritario della politica monetaria la stabilizzazione dell’inflazione, a favore di un mandato duale. In più il mandato duale della Fed è orbo per sua precisa e autonoma scelta politica: dal 2015 sappiamo quale è il target inflazionistico, ma non quello sulla piena occupazione.

E in effetti un volàno di incertezza la Fed lo è stato. Dopo la sua “non decisione”, poiché invece i mercati finanziari - a torto o a ragione - chiedono decisioni, e allo stesso tempo l’economia reale esige almeno trasparenza e correttezza, si sono formate visioni che leggevano la strategia della Fed in modo assolutamente opposto. Da un lato, i cosiddetti “falchi” lamentavano una normalizzazione della politica monetaria a rilento e a singhiozzo. Dall’altro lato, le cosiddette “colombe” si dolevano per l’incapacità di tornare esplicitamente indietro rispetto alle attese di un ulteriore rialzo dei tassi, proprio alla luce del nesso tra incertezza e inflazione.

Ma evidentemente alla Fed l’ambiguità piace. Le dichiarazioni della Yellen in cui si dà un colpo al cerchio - ricordando quali possono essere le ragioni per il ritardo di una reflazione a seguito della ripresa economica - e uno alla botte - subito aggiungendo che tali ragioni possono essere sbagliate - e poi a entrambe - concludendo che tutto può cambiare se nuovi dati lo suggeriranno, ma senza specificare quali sono i dati rilevanti - sarebbero un bel pezzo di commedia dell’arte, se ci fosse qualcosa da ridere.

Nella realtà, il comportamento della Fed è agli antipodi di quella che dovrebbe essere la condotta di una banca centrale davvero desiderosa di essere una sordina - non un catalizzatore - di incertezza. L’ambiguità della Fed produce solo danni pubblici, ma forse può dare vantaggi privati. A parità di altre condizioni, indebolisce la posizione istituzionale della banca centrale nei confronti del governo; ma allo stesso tempo, può assicurare al banchiere centrale in odore di rinnovo maggiori probabilità di essere eletto, visto che l’accondiscendenza della politica monetaria è merce gradita ai politici.

Inoltre il fatto che la maggioranza del vertice rilevante della Fed - a partire dalla stessa presidente Yellen - sia nei fatti in scadenza e che le decisioni in merito dovranno essere prese da un presidente - Donald Trump - anche egli maestro di voltafaccia - politica monetaria inclusa - rende più probabili i vantaggi privati dell’ambiguità della Fed.

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