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Debito europeo, i piani azzardati degli economisti franco-tedeschi

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Debito europeo, i piani azzardati degli economisti franco-tedeschi

Passeggiata infausta. A Deauville i leader di Francia e Germania Nicholas Sarkozy e Angela Merkel imposero ai partner europei una ristrutturazione del debito greco a carico dei privati. (Afp)
Passeggiata infausta. A Deauville i leader di Francia e Germania Nicholas Sarkozy e Angela Merkel imposero ai partner europei una ristrutturazione del debito greco a carico dei privati. (Afp)

Un ampio gruppo di influenti economisti francesi e tedeschi ha appena pubblicato sia su “Le Monde”, sia sulla “Frankfurter Allgemeine Zeitung” un appello ai loro governi per la riforma dell’euro-area.

Propongono un insieme di misure per una modesta condivisione dei rischi europei a fronte di una loro severa riduzione. Quest’ultima tuttavia fa soprattutto capo all’Italia. Come si capisce un accordo simile tra i governi francese e tedesco sarebbe facile da raggiungere, ma che ne sarebbe di noi?

La proposta chiave per la riduzione dei rischi implica un meccanismo di ristrutturazione dei debiti pubblici in combinazione con un limite alla quantità di titoli pubblici nei portafogli delle banche nazionali. Proprio come fecero Angela Merkel e Nicolas Sarkozy nell’ottobre 2010 in uno degli episodi più infausti della crisi europea, anche gli economisti franco-tedeschi sembrano ansiosi di incamminarsi sulle sabbie di Deauville.

Allora, sei mesi dopo il primo salvataggio greco, Merkel e Sarkozy passeggiando in riva al mare concordarono di imporre ai partner un meccanismo di ristrutturazione del debito greco a carico degli investitori privati. Le conseguenze furono terribili. Spaventati dalla prospettiva di pesanti perdite, gli investitori scaricarono tutti i loro titoli di Grecia, Portogallo e Irlanda. Quando nessuno (la Bce, di fatto) più li acquistò, cominciarono a vendere ciò che avevano di più simile, cioè i titoli di Spagna e Italia. Come sappiamo, non solo l’euro rischiò di morire, ma una pesante recessione colpì i Paesi più deboli. Solo gli interventi della Bce, riportarono un po’ di calma.

Ci sono voluti sette anni e risorse monetarie senza precedenti per ritrovare la crescita. In questo periodo sono state realizzate, in modo molto incompleto, riforme istituzionali nell’euro area e riforme strutturali nei Paesi in difficoltà. Ma la divergenza tra le economie non è diminuita quanto si sperava. La frammentazione finanziaria è anzi continuata e ampi differenziali di interessi persistono – nonostante gli interventi della Bce – perpetuando un potente fattore di divergenza non solo economica tra i Paesi.

I problemi degli alti debiti pubblici e della concentrazione dei titoli pubblici nei portafogli bancari sono meno acuti in Germania e Francia che in Italia, vero bersaglio delle proposte. Ma il circolo vizioso tra debito pubblico e banche è solo uno dei problemi che destabilizzano l’euro area. Uno ancora più importante è l’assenza di un fondo di stabilità che evita che le paure dei mercati trasformino ogni crisi di liquidità in un rischio di fallimento attraverso l’aumento improvviso degli spread che rende precaria la situazione solo dei Paesi fragili e l’equilibrio dell’intera unione monetaria.

Introdurre un meccanismo ex-ante (automatico) di ristrutturazione dei debiti, come propongono sulle due rive del Reno, significa aggravare la rischiosità dei titoli pubblici e aprire la strada a prossime crisi o quantomeno aggravare e rendere permanente la divergenza economica tra i Paesi dell’euro-area. La stessa cosa succederebbe assegnando coefficienti di rischio diversi ai titoli pubblici dei singoli Paesi e limitandone la concentrazione nei portafogli bancari, tutte misure che nessun Paese ha approvato né in sede di Fondo monetario, né in quella del Financial Stability Board. Nessuna di queste misure d’altronde renderebbe più sicure le banche. Al contrario, i costi di approvvigionamento delle banche sono legati al rating sovrano, che diventerebbe più rischioso.

Negare il problema della sensibilità ai rischi dei tassi d’interesse nell’euro area, significa pregiudicare l’intero sistema di governance. Basta ricordare l’esperienza italiana e spagnola del 2011 quando politiche di austerità sono state necessarie proprio quando i tassi d’interesse aumentavano enormemente, con conseguenze pesanti. Inoltre, evitare di creare un meccanismo di stabilizzazione, facendo finta che gli investitori finanziari dispongano di suprema saggezza, significa scaricare tutto il compito di riequilibrio sulle spalle della Bce che, aggiungendo beffa al danno, viene poi accusata di esercitare politiche para-fiscali.

Lasciare la funzione di disciplina ai soli mercati finanziari ha accresciuto l’angst degli investitori, alimentato le divergenze e fatto di queste ultime un elemento strutturale dell’eurozona. In questo senso è una buona idea quella di creare una responsabilità politica sulla stabilità dell’euro area da riconoscere a un ministro europeo delle Finanze a fronte di regole fiscali più semplici e semmai più rigorose. Se i Paesi dell’euro area rispettano le regole e i fondamentali sono sani, le isterie dei mercati devono essere contrastate attraverso l’immediato intervento del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) dotato di maggiori risorse grazie all’emissione di titoli propri di debito. A quel punto la presenza o meno di titoli nei portafogli bancari diventerà davvero una scelta di mercato. Se i Paesi invece non sono in regola, allora al Mes sarebbe vietato intervenire in soccorso e una ristrutturazione del debito diventerebbe più probabile.

Francia e Germania hanno già trovato sette anni fa un accordo bilaterale a Deauville che ha finito per danneggiare seriamente gli altri Paesi. Sarebbe ora che imparassero a distinguere le spiagge dalle sabbie mobili.

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