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Se l’Europa rimane a guardare

L'Editoriale|DOPO IL REFERENDUM

Se l’Europa rimane a guardare

Quando finalmente il suo decennio multi-crisi sembrava agli sgoccioli, l’economia in ripresa, i disoccupati in calo, l’eurozona quasi risanata e i populismi in frenata, sono arrivate le elezioni tedesche: dovevano sancire l’avvenuto recupero della stabilità politica ed economica collettiva e invece, a sorpresa, hanno indebolito Angela Merkel e fatto dell’estrema destra nazionalista il terzo partito al Bundestag.

Poi la Spagna di Mariano Rajoy è caduta a capofitto nella trappola catalana per non aver voluto guardare oltre l’illegalità del referendum indipendentista. La sua Guardia Civil, all’assalto di pacifiche schiere di capelli bianchi e calzoni corti in fila per andare a votare, ne ha stigmatizzato l’immagine ottusa, l’incapacità di una risposta politica articolata a una convivenza complessa. Da sempre.

Di difficili convivenze dentro i muri di casa ne conosce fin troppe ma ora l’Europa deve improvvisarsi pompiere per evitare a tutti i costi di finire dentro una crisi potenzialmente contagiosa e scatenare un effetto domino nell’Unione.

Sfida difficile. Almeno quanto quella che affronta la Spagna, che deve riuscire a scavalcare i due opposti estremismi in campo: quello di Rajoy e quello catalano. Mostrando e pretendendo flessibilità negoziale, aprendo alla riforma della Costituzione e di sicuro a maggiori autonomie regionali.

«Se la Corsica proclamasse l’indipendenza, non riesco a immaginare la Francia di Macron reagire dicendo prego, accomodatevi. Sono certo che se la Catalogna dichiarasse unilateralmente l’indipendenza, il capitale di simpatia che ha raccolto in Europa si dissolverebbe in un baleno» dice un diplomatico europeo di lungo corso riassumendo in due frasi le difficoltà reali di un’autentica ed efficace mediazione Ue.

Da anni l’Europa non si vuole più comunità con aspirazioni federali ma semplice unione tra Stati sovrani che, in quanto tali, hanno competenza diretta ed esclusiva sui separatismi interni che qua e là li tormentano. Giuridicamente, insomma, l’Europa non può che restare a guardare. Politicamente e discretamente è invece costretta a mediare: per ragioni di sopravvivenza, per non redistribuire al proprio interno instabilità nazionali, per non trasformarsi da luogo di integrazione in spazio di disordinata disintegrazione.

Per questo i suoi richiami all’ordine non si sono fatti attendere. «I separatismi non risolvono niente. Tutti gli Stati membri devono invece rispettare e attuare rigorosamente principi e regole della legalità e della democrazia» ha mandato a dire Berlino condannando la violenza e invitando le due parti al dialogo. Come la Commissione Juncker. Il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, ha chiesto a Rajoy di evitare l’escalation del conflitto. La Catalogna ieri ha chiesto la mediazione europea: «Non vogliamo una rottura traumatica ma una nuova intesa con lo Stato spagnolo».

Ma mentre stringe i ranghi e preme sui contendenti per costringerli alla ragione di un accordo pacifico e condiviso, l’Ue non può dimenticare le ambiguità esistenziali su cui oggi riposa: mercato unico, euro, Schengen, Erasmus, cioè le grandi conquiste sovranazionali degli anni ’80 e ’90, sono tutti espressione del credo collettivo nell’abbattimento delle frontiere economiche, monetarie, culturali e personali, in qualche modo sono un invito a delinquere per tutti i separatismi, regionalismi e localismi europei.

In quegli anni l’Europa era ancora comunità, il federalismo non era una parola vietata. Poi si voltò pagina e il nuovo secolo consacrò invece l’Unione degli Stati nazionali e la sua gestione ovviamente sempre più intergovernativa. E inevitabilmente anche più rigida e al tempo stesso volutamente estranea ai conflitti interni dei suoi membri.

In questa unione si tollera malissimo la repressione violenta del Governo Rajoy, che non appartiene ai canoni della democrazia europea e ne deturpa l’immagine internazionale, ma forse ancora meno si tollerano le spinte separatiste e/o indipendentiste, in breve la disgregazione nazionale, a meno che non concordata tra i suoi protagonisti. Come si provò senza esito in Scozia. Come accadde invece (era fuori dall’Ue) alla Cecoslovacchia che nel 1992 decise a tavolino e senza drammi di dividersi in due. Ma questo non sembra affatto il modello che la Spagna di oggi intende percorrere.

Non poteva essere più chiara e inequivocabile, allora, la strigliata distribuita ieri con uguale veemenza e insofferenza alle due parti in conflitto: meglio trovare e presto un compromesso accettabile a tutti, perché la somma di due errori non fa mai una ragione. Per nessuno. La questione catalana va risolta perché oggi né l’Europa né la Spagna, uno dei suoi quattro Grandi, possono lasciarsene intossicare.

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