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La Federal Reserve e la tentazione di comprare sulle correzioni

L'Analisi|Global view

La Federal Reserve e la tentazione di comprare sulle correzioni

La Federal Reserve è partita di nuovo all’offensiva, e con perizia. Attraverso indicazioni verbali, la presidente Janet Yellen e una parte dei suoi colleghi del Comitato federale del mercato aperto sono riusciti – con una mossa che ricorda quella del marzo scorso, anche se meno radicale – a spingere in alto le aspettative di mercato di un imminente aumento del tasso di interesse.
Ancora una volta, sono riusciti nell’intento senza sconvolgere i mercati finanziari, compiendo un altro passo nel lungo percorso di abbandono delle politiche monetarie anticonvenzionali.

Tutto ciò sta avvenendo in un contesto di forti incertezze sulla composizione e la guida del Consiglio dei governatori, e questo accresce le probabilità che la Fed riesca a proseguire con successo nella sua politica di una «bella normalizzazione» della politica monetaria, dopo essersi affidata per anni a misure sperimentali. Ma l’elenco delle incertezze nazionali, regionali e mondiali è lungo, e richiama l’attenzione sull’importanza di una transizione riuscita e la delicatezza di alcuni mercati delle attività.

Recenti dichiarazioni di funzionari della Fed (come l’osservazione della Yellen della scorsa settimana, quando ha detto che «dobbiamo anche fare attenzione a non muoverci con eccessiva gradualità» sulla strada degli aggiustamenti della politica monetaria) hanno determinato le recenti correzioni di prezzi sui mercati a reddito fisso. L’effetto è stato rafforzato dall’annuncio, mercoledì scorso, di un «piano» per la riforma e la riduzione delle tasse negli Stati Uniti.

Con i mercati che recentemente hanno quasi raddoppiato la probabilità implicita di un altro aumento dei tassi nel 2017, i rendimenti sui buoni del Tesoro Usa a 2 anni la scorsa settimana hanno registrato il livello più alto da quasi 10 anni. Questo ha tirato su le scadenze più lunghe, con la crescita dei rendimenti dei titoli di Stato americani che si è estesa a Germania e Giappone (dopo un periodo in cui i rendimenti dei titoli di Stato tedeschi avevano avuto un’influenza insolitamente significativa sui loro corrispettivi Usa). I mercati azionari hanno tuttavia registrato una settimana positiva, con le medie più importanti che continuano ad aggirarsi su livelli record o poco al di sotto e la volatilità che rimane sotto controllo (finora, quest’anno, il contenimento del calo quotidiano massimo nell’indice S&P generale di titoli statunitensi è al suo record storico).

Questo nuovo passo avanti della «bella normalizzazione» non nasce dal nulla. Dato il numero insolitamente alto di posti vacanti nel Consiglio dei governatori (tra cui quello di vicepresidente) e il primo mandato della presidente che scadrà all’inizio dell’anno prossimo, ci sono forti interrogativi sulla composizione e la guida della Banca centrale statunitense in un delicato momento di transizione della politica monetaria. Il tutto è aggravato da una lunga lista di incertezze fuori dal comune, di ordine geopolitico, politico o economico.

La minaccia nucleare nordcoreana resta ben presente, e ancora non è chiaro in che modo l’impennata del nazionalismo in Occidente potrà influenzare le relazioni economiche regionali e globali, per non parlare dell’ormai indispensabile «passaggio di poteri» nella politica economica dei singoli Paesi (in particolare, l’abbandono della strada di una delega eccessiva alle Banche centrali in favore di misure pro-crescita a più ampio raggio).

In tutto ciò, la Yellen ci ha ricordato che la Fed (e molte altre Banche centrali) non è ancora riuscita risolvere il «mistero» della bassa inflazione: e questo in un momento in cui la produttività in generale segna il passo e il rapporto fra disoccupazione e salari sta evidenziando un comportamento anomalo rispetto ai parametri storici.

Tutto questo serve anche a evidenziare incertezze strutturali, fra cui quelle associate al cambiamento tecnologico e demografico, la sfiducia verso le istituzioni e gli esperti e l’implementazione della Brexit.

Nell’elenco figurano anche complesse problematiche economiche globali, che non si limitano al rischio di protezionismo: si va dalla sindrome della «patata bollente» sugli odierni mercati dei cambi, dove ormai, in pratica, nessun Paese è in grado o è disposto ad assorbire un apprezzamento prolungato della propria valuta, alle incertezze associate al fatto che più Banche centrali di rilevanza sistemica procedano a una normalizzazione della politica monetaria, come la Fed.

Nell’interpretare un’altra manovra di politica monetaria riuscita, i mercati devono essere consapevoli che alla Fed resta ancora molto lavoro da fare, e il successo finale dipenderà non soltanto da quello che farà, ma (forse soprattutto) da quello che succederà intorno a lei, sia a livello nazionale che internazionale.
Sì, a causa del costante condizionamento di mercato in direzione del buy the dip (comprare sulle correzioni), ormai c’è bisogno di uno shock o più shock di proporzioni fuori dal comune per determinare correzioni dei prezzi delle attività (tutt’altro che insolite, storicamente parlando).

Ma i mercati devono anche guardarsi da prezzi che galoppano troppo in fretta rispetto alle realtà sul terreno: altrimenti, il rischio di «vuoti d’aria» dirompenti con conseguenze economiche negative crescerà ulteriormente, insieme all’incoerenza temporale tra gli obiettivi di inflazione e gli obiettivi di stabilità finanziaria delle Banche centrali.

Mohamed El-Erian è consulente economico capo per la Allianz e autore di The Only Game in Town.
Copyright The Financial Times Limited 2017
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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