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Le aziende si preparano al futuro con gli scrittori di fantascienza

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Le aziende si preparano al futuro con gli scrittori di fantascienza

Correva il 1964. Davanti a una telecamera della BBC, Sir Arthur C. Clarke prevedeva che entro l’anno 2000 le persone sarebbero state in grado di comunicare istantaneamente con i loro amici, persino senza aver idea di dove si trovassero. L’autore di 2001: Odissea nello spazio prefigurava un mondo in cui la distanza non era un ostacolo e gli affari potevano essere gestiti con la stessa facilità da Haiti o Bali come da Londra.

Eppure, mentre in effetti preconizzava l’avvento di Skype e la diffusione di internet, lo scrittore prevedeva anche che il “problema dei servitori” per le famiglie nel nuovo millennio sarebbe stato risolto da grandi scimmie biologicamente ingegnerizzate, addomesticate e addestrate a svolgere le mansioni che noi umani ritenevamo sgradevoli. L’unico inconveniente, suggerì Clarke, era che alla fine questi “super scimpanzé” avrebbero formato i sindacati e così «ci ritroveremo esattamente dove siamo partiti».

Sir Arthur non si preoccupava se le sue previsioni si sarebbero rivelate vere e, da questo punto di vista, lo scrittore di fantascienza era un vero futurologo. «Nessun serio futurologo traffica con le previsioni - ha scritto Alvin Toffler, futurologo e autore del best seller mondiale Lo shock del futuro -. Queste cose vanno lasciate agli oracoli della televisione e agli astrologi dei giornali».

La stessa regola è ancora seguita da una nuova ondata di futurologi professionisti che vengono assunti dalle aziende per immaginare il mondo che abiteremo tra 20,30 o anche 50 anni.

«Non si tratta di prevedere le cose. È più che altro una riflessione sulle possibilità, su come accrescere la consapevolezza delle aziende e sulla loro capacità di adattamento», afferma Josef Hargrave, responsabile globale del servizio di previsione presso la società di consulenza ingegneristica Arup.

La futurologia, a lungo considerata appannaggio degli scrittori di fantascienza, eccentrici o ciarlatani, sta diventando un fenomeno consolidato. Dal Texas a Berlino, le università cominciano a proporre tra i loro insegnamenti anche gli studi sui futuri e un numero crescente di aziende stanno costituendo i cosiddetti “team di lungimiranza” per aiutare i loro staff a prepararsi - non tanto per la “prossima grande cosa”, quanto per quello che potrebbe (o non potrebbe) venire dopo.

Aziende molto diverse come Volkswagen, Hersheys, Capital One Bank e persino quelle il cui business è il passato (la genealogia delle famiglie), come Ancestry.com, hanno impiegato futurologi per avere un aiuto nel superare il caos e la confusione di un mondo in rapido cambiamento.

Ma se il compito di un futurologo non è quello di predire il futuro, come in realtà farà, allora qual è?

«Si tratta di sfidare il management di oggi - afferma Erik Øverland, presidente della World Futures Studies Foundation, un’organizzazione che guarda al futuro da oltre 40 anni -. Le grandi imprese industriali si accorgono che stiamo vivendo in un mondo complesso. Farebbero molto meglio a esaminare diversi futuri possibili. Quello che facciamo è l’opposto della profezia».

Brian David Johnson, ora docente a contratto presso il Centro per la scienza e l’immaginazione dell’Arizona State University, è stato impiegato come futurologo presso Intel, il grande produttore di microprocessori, tra il 2009 e il 2016. «Quando fui nominato a Intel - racconta - la gente pensava che fosse un po’ strano». Il suo compito non era quello di prevedere quali tecnologie sarebbero state adottate dai consumatori, ma di giocare con idee diverse su come e in quale contesto tali tecnologie avrebbero potuto essere utilizzate. Per farlo, dovette parlare con sociologi ed etnologi, così come con gli smanettoni tecnologici, per capire le dinamiche sociali e culturali che avrebbero potuto influenzare il futuro a lungo termine di Intel. «Una componente fondamentale per la rappresentazione del futuro - dice - è per prima cosa capire gli esseri umani. Si tratta sempre di persone».

Come molti professionisti della futurologia, Johnson si rivolge anche agli scrittori di fantascienza per farsi aiutare a costruire scenari possibili. «Utilizzo – spiega - fantascienza basata su fatti scientifici per prototipare il futuro». Questi scrittori «permettono di esaminare i luoghi oscuri, la distopia, e di escogitare idee folli».

Johnson collabora con Cory Doctorow, l’autore canadese di Little Brother (Il Piccolo Fratello, NdT), un romanzo sulla sorveglianza e le libertà civili. Doctorow, che è anche un attivista per i diritti e la libertà digitali, afferma che il suo obiettivo è quello di immaginare «quale tipo di ambiente sociale ed economico potrebbe sorgere come risultato della tecnologia». Il suo ultimo romanzo Walkaway descrive un mondo in cui la tecnologia ha creato il potenziale per un’abbondanza di beni, ma allo stesso modo ha permesso ad una élite di limitare l’accesso a tale abbondanza. «Uno dei modi in cui contestiamo il futuro - dice - è quello di immaginare un futuro diverso».

“L’obiettivo dei futurologi non è trafficare in predizioni, ma incoraggiare un pensiero critico sul futuro e analizzare il possibile impatto socio-economico di nuove tecnologie”

 

Tim Maughan, autore della collana di fantascienza Paintwork, è ingaggiato dal team di previsione di Arup, dai governi e da altre istituzioni per spiegare la sua visione della società futura. «Il mio lavoro di scrittore - sottolinea - è quello di incoraggiare un pensiero critico sul futuro. Il modo più semplice per affrontare le preoccupazioni del presente è quello di proiettarle nel futuro. Se sono preoccupato per l’impatto di Uber sulle buone prassi lavorative, allora il modo migliore per capire tutto questo è quello di guardare a come potrebbe apparire questo fenomeno tra 10-15 anni se fosse lasciato non regolamentato e non intaccato».

In ogni caso, la futurologia in versione aziendale prevale sulla fantascienza e sull’antropologia.

I futuristi di Rand Corporation e Shell negli anni 60 e 70 furono tra i primi ad applicare una metodologia rigorosa alla disciplina, misurando le opinioni degli esperti, gli ambienti e le questioni sociali, economiche e politiche emergenti. Oggi esistono una serie di strumenti e processi analitici riconosciuti che aiutano i futurologi aziendali a delineare una serie di possibilità per informare gli strateghi, i ricercatori e il management.

«Questi strumenti rendono la riflessione sul futuro più sostanziale - afferma Øverland -. Potete essere più sistematici nelle vostre riflessioni».

Johnson dice che i futurologi di oggi sono anche più coinvolti nelle applicazioni pratiche del loro pensiero che in passato. I futurologi credibili riconoscono di dover ideare scenari «individuando i passi concretamente percorribili da un’organizzazione per realizzare il futuro positivo ed evitare quello negativo». «Se le aziende non ottengono valore dai futurologi – aggiunge - non dureranno. Si tratta di affari e di profitti».

Tuttavia, alcune aziende devono ancora essere convinte del fatto di aver bisogno di un futurologo a tempo pieno. Stuart Birrell, responsabile informatico dell’aeroporto di Heathrow, dice di dover lottare per superare l’“E -con-ciò?” di fronte a molti scenari futuristi. «Mentre stiamo entrando in questo prossimo periodo – spiega - la tecnologia sta cambiando il comportamento e le aspettative dei passeggeri. Certo, potresti aver bisogno del loro supporto, ma hai bisogno soprattutto dei tuoi collaboratori per contribuire a creare la visione per il futuro». Altrimenti, la futurologia è «come avere una strategia senza piani operativi. È solo una bella storia».

Alida Draudt di Capital One, che considera come una parte essenziale del suo lavoro l’attività di insegnare agli staff delle banche i processi dai lei utilizzati per delineare il futuro, non è in disaccordo. «A mio avviso - dice - chiunque può pensare al futuro. È un cambiamento che dobbiamo vedere in modo che ciascuno sia preparato meglio. Il nostro tasso di sperimentazione e innovazione è in crescita esponenziale. Per essere competitivi dobbiamo quindi esercitare ancora di più il nostro pensiero».

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