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Massimo Banzi: «Manifattura Italia Open Source»

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Massimo Banzi: «Manifattura Italia Open Source»

Maurizio Banzi é l’inventore di Arduino, l’hardware open source più diffuso al mondo: secondo stime non ufficiali, 7 milioni di schede attive. Arduino è una piccola scheda dal costo irrisorio, a cui si aggiunge un software per la programmazione. Qualcosa di assimilabile a ciò che è Linux per il software. In quel terreno liquido e in perenne ricomposizione che è l’economia contemporanea, la manifattura contiene i semi del paradosso: è una costante che conferisce stabilità a uno scenario tumultuoso e, allo stesso tempo, è una variabile che sta sperimentando una metamorfosi violenta. L’uomo chino su un oggetto, il laboratorio con le luci soffuse, la fabbrica della produzione intelligente e la linea animata dai robot. In un contesto che sta per essere investito alla radice dall’intelligenza artificiale, forma estrema destinata sul lungo periodo a mutare il concetto del lavoro e il senso dell’umano, un Paese ad antica vocazione manifatturiera come l’Italia deve fabbricarsi – con fatica non rassegnata – una sua collocazione.

Banzi, 49 anni, ricorda il canone storico dell’imprenditore italiano che, fra il secondo dopoguerra e gli anni Settanta, ha visto i periti meccanici e elettronici delle scuole professionali e degli istituti tecnici di Modena e Reggio Emilia, Bergamo e Brescia, Milano e Torino mettersi in proprio e – provando e riprovando – farsi imprenditori. È nato a Monza, uno dei territori a più elevato tasso di imprenditorialità del nostro Paese, si è diplomato all’istituto tecnico di Desio, ha iniziato a lavorare in una piccola azienda – la classica “fabbrichetta” brianzola - di hardware e di software, mentre lavorava si è iscritto al Politecnico di Milano ma non ha preso la laurea: «Un po’ già lavoravo, un po’ ho sempre avuto la passione per il fabbricare le cose e facevo fatica con la teoria del Politecnico, così distinta dalla pratica». Questo particolare non lo turba, nonostante i pedigree accademici dei suoi soci: David Cuartielles ha un master a Saragozza e sta finendo un dottorato in interaction design a Malmö, Tom Igoe ha un master alla NYU, David Mellis ha il master all’Interaction Design Institute di Ivrea, un dottorato al Mit di Boston e un post dottorato a Berkeley, Fabio Violante – il nuovo amministratore delegato – ha un dottorato al Politecnico di Milano. «Sì, è vero. Sta cambiando tutto. Ma, anche nella nuova manifattura, il nostro Paese ha dei punti di forza. Prima di tutto, la qualità dei ragazzi usciti dagli istituti tecnici, dalle università e dalle scuole di dottorato. Quindi, l’importanza del metodo e la specializzazione non esasperata, come invece nel mondo anglosassone, che danno un profilo più plastico e meno rigido ai ragazzi italiani. Infine, una attitudine combinatoria che è la ragione del successo della meccatronica italiana, una delle migliori al mondo. Quante volte, lavorando con i colossi dell’high tech americani o asiatici, un nostro ragazzo è riuscito a risolvere problemi che nei grandi quartieri generali di questo o quel gigante dell’elettronica o della telefonia non erano riusciti ad affrontare».

Massimo ha il viso tondo, i capelli corti, la barba ordinata. Ha una camicia bianca e un paio di jeans normalissimi. Siamo alla Pizzeria Ristorante 39 di Corso Turati, a Torino, a cinque minuti a piedi dalla sede italiana della sua azienda (le altre sedi sono negli Stati Uniti a New York, in Svizzera a Chiasso e in Svezia a Malmö). Tanto più nella Torino di oggi, che sta sperimentando una profonda crisi demografica e una perdita di identità rilevante dopo la fine dell’egemonia industriale novecentesca della Fiat e dopo l’esaurirsi delle bollicine di spumante e champagne delle Olimpiadi invernali del 2006, vale la pena soffermarsi sui punti di forza di un Paese che è nel pieno di una transizione, vitale ma dolorosa, comunque gravida di incognite. Ed è bene farlo avendo in mente – non per tic autoconsolatorio, ma per la consapevolezza che il paradigma è cambiato – che le tecnologie dell’informazione e la globalizzazione ormai strutturale hanno ridotto il valore assoluto dei luoghi. Nessun luogo, oggi, è predestinato. A patto che abbia delle carte da giocare. E che le giochi bene. «Torino non è certo la Silicon Valley. E non lo sono neppure Reggio Emilia o Padova, Brescia o Bergamo. In California si trovano le grandi università. Là ci sono i fondi di investimento, un ecosistema senza pari fra grandi imprese e startup, tecnologie civili e investimenti militari. Però, la vera differenza è costituita dall’environment, dall’ambiente. Una sera la mia amica Sarah Cooper, una ex Nasa che oggi lavora ad Amazon, mi ha invitato a bere una cosa fuori. Ha portato dei suoi amici. Uno era il capo di una delle piattaforme wireless di Intel. Un’altra volta, a una cena a Palm Springs, sono finito al tavolo di Jeff Bezos. In quelle situazioni, mi sono sentito come in Totò e Peppino a Milano. Il sistema di relazioni e l’accessibilità a tutti nel sistema americano sono impagabili».

Banzi, dopo il primo, mangia della verdura al vapore, mentre io prendo un piatto di Albese. Ha il viso insieme combattivo e malinconico di chi ha avuto una lunga querelle giuridica iniziata con un fornitore che era anche socio – a un certo punto c’erano due società che si contendevano il nome Arduino – e che si è risolta poche settimane fa con un accordo siglato con la controparte, che nel mentre era cambiata perché il fornitore aveva ceduto la sua attività a una terza persona. «È stato un grande casino – sospira, mentre mangia il suo piatto di fusilli con fave e pecorino – che, alla fine, ci ha fatto perdere anni di sviluppo. Siamo andati avanti con il freno a mano tirato. Adesso, dovremmo riuscire a esprimere tutto il nostro potenziale». Senza entrare nel merito del contenzioso, la questione del «freno a mano tirato» permette di mettere sul tavolo il tema delle grandezze economiche in gioco. Oggi Arduino fattura 20 milioni di dollari. L’obiettivo è di triplicare i ricavi entro il 2020. Nel nuovo mondo della globalizzazione e della postglobalizzazione, questa cifra vale poco o vale tanto? «È vero – ammette Banzi – abbiamo una risonanza di marchio molto più significativa rispetto al giro di affari sviluppato. Ma è altrettanto vero che il nostro modello di business si fonda volutamente sul concetto della maggiore diffusione del nostro prodotto ai minori costi possibili. La nostra capacità di incidere sulla realtà è assai più elevata rispetto alla nostra attuale capacità di generare ricavi e profitti. Anche se, adesso, stiamo posizionando l’azienda per renderla molto più incisiva».

In qualche maniera, Arduino sembra perpetuare la contraddizione italiana – propria di molti segmenti manifatturieri - di una eco gigantesca e di una magnitudo industriale e finanziaria assai più contenuta. Oggi Arduino viene adoperato in università come il Mit, Harvard, Oxford e Cambridge. Nella ricerca scientifica, è usato al Cern di Ginevra. Nell’industria è diffuso soprattutto nella fase di prototipazione, per esempio da Apple e da Samsung, da Intel e dalla Nasa. Il punto è riuscire a diffonderlo anche nella attività industriale quotidiana. «Per esempio con i sensori, che possono andare bene nei campi per controllare l’andamento del raccolto. Oppure che sono utili nelle fabbriche o negli uffici, per verificare se un macchinario si sta per guastare. In entrambi i casi, i clienti potenziali sono le piccole e medie imprese: i grandi player dell’Industry 4.0 sono molto rigidi e non si rapportano con i piccoli e medi imprenditori. Il nostro spazio può essere quello». Al di là di quello che può essere lo spazio per Arduino, il punto è capire se la traiettoria imprenditoriale di Banzi può o no dire qualcosa – o, meglio, predire qualcosa – sulle opportunità e i rischi per la nuova manifattura italiana. «Il web esisteva già. Ma è esploso con l’invenzione di internet. Io mi sono sempre appassionato al tema della semplificazione e della accessibilità delle tecnologie», dice Banzi. Il quale aggiunge: «Oggi il nostro Paese regge non solo per la moda e il cibo. Regge anche per l’altro Made in Italy, quello meno affascinante. Le macchine utensili, per esempio. E l’imprenditore italiano della meccanica è apprezzato per la capacità di semplificare i problemi e di offrire al cliente un servizio calibrato sulle sue esigenze». In questo Arduino – con l’open source della manifattura e la sua capacità di diffondersi quasi fosse un gioco divertente e non un vero e proprio business – appare delineare un futuro coerente con la missione storica – miscela di industria e di antropologia - dell’imprenditoria italiana. Anche se, proprio nella vicenda di Arduino, compare un’ombra. «Molti di noi – sospira Banzi – hanno condiviso l’esperienza dell’Interaction Design Institute di Ivrea». L’IDII, nato nel 2001 come eredità conferita al territorio dalla Olivetti-Telecom di Roberto Colaninno, aveva la sua sede nella Casa Blu, progettata da Eduardo Vittoria per Adriano Olivetti, e riprogettata in quella occasione da Ettore Sottsass. Per quattro anni, ha ospitato studenti e docenti di assoluto livello internazionale, impegnati a lavorare su un nuovo concetto di design interattivo, in grado di cambiare l’accesso delle persone alle tecnologie e ai prodotti e in grado di modificare dall’interno i modelli industriali. Fra loro, come insegnante, c’era Banzi. Nel 2005, l’IDII è stato incorporato nella Domus Academy. «Non entro nel merito di quella scelta, ma davvero conducevamo un lavoro sulla frontiera della conoscenza e dell’industria», dice Banzi.

Il problema non è la nostalgia. Il problema è la prospettiva. «Oggi – continua Banzi – l’interaction design italiano è poca cosa. Molti di quegli allievi e di quegli insegnanti sono altrove». Il design italiano, ancora oggi, è suggestivo e apprezzatissimo. Ma, qualche volta, sembra ripetere lezioni meravigliose, ma degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. E, in questo caso specifico della dialettica fra forme e ricerca, tecnologia e utilizzo del consumatore, ha perso una nuova nota sullo spartito. Dunque, un piccolo cono d’ombra si allunga su di noi e sul futuro della nostra manifattura.

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