Commenti

C'è un pezzo di Boston in Salento

a tavola con

C'è un pezzo di Boston in Salento

«Where is Lecce?». I bostoniani a capo del fondo di venture capital Puretech, reagirono così, quando nel 2010 Alessandro Sannino propose loro di situare i laboratori di Ricerca e Sviluppo della Gelesis in Italia – nel nostro Sud – anziché in Israele, dove la società ha già una azienda a Rehovot, o in Massachusetts.Sannino, classe 1972, in questa storia di capitale umano (italiano) e di capitali finanziari (globali), li convinse. La sede della Ricerca e Sviluppo della Gelesis, dove lavorano ventidue ricercatori, tutti assunti a tempo indeterminato, più quattro collaboratori con contratti flessibili, è a Calimera, appunto in provincia di Lecce.

A Calimera - 7mila abitanti - si parla il griko, dialetto che deriva dal greco antico, e le strade sono malmesse come in tanta parte dell'interno della Puglia, scintillante e alla moda soprattutto sulle coste. A Boston opera il management team formato da quindici specialisti.La Gelesis è ormai in uno stadio avanzato per la realizzazione di un prodotto biotecnologico in grado di contrastare le obesità gravi. «Non fu facile persuaderli. Si trattò, per loro, di un autentico azzardo.

Negli Stati Uniti hanno una idea, diciamo, particolare dell'Europa e dell'Italia. Tanto più del nostro Mezzogiorno. È comprensibile».Incontro Alessandro Sannino nel ristorante Malcandrino a Monteroni, a metà strada fra l'aeroporto di Brindisi e Calimera. Il locale è ricavato da un'antica cava di tufo, convertita poi in cantina di Malvasia. Intorno ai tavoli, su tre lati, si trovano grandi botti di rovere. Alessandro ordina un piatto di pasta con alici e zucchine. Io, invece, scelgo le orecchiette cacio, ricotta e pomodorini con minuscoli spicchi di melanzane.

Alessandro ha un bel sorriso e gli occhiali spessi, un naso robusto che rende leggermente asimmetrico il volto e l'entusiasmo astratto degli uomini di scienza raffreddato però da un rapporto duro con la realtà.Il prodotto di Gelesis, che è incardinato sul patrimonio intellettuale di una ventina di brevetti, è basato su derivati della cellulosa e ha la qualità di assorbire grandi quantità di liquidi. L'idea è che una persona afflitta da obesità lo assuma bevendo poi dell'acqua.

Questo prodotto si espande e va ad occupare una parte significativa dello stomaco, garantendo lo stesso senso di sazietà che dà l'attuale sistema del palloncino intragastrico. Il materiale, biocompatibile e biodegradabile, va poi nell'intestino, dove si rigonfia, rallentando il traffico degli zuccheri e abbattendo i picchi glicemici che causano il senso di fame fra un pasto e l'altro. Quindi, si disgrega e rilascia l'acqua nell'ultimo tratto dell'intestino, contrastando la disidratazione del paziente in trattamento.«La Food and Drugs Administration – spiega Sannino – ha sottoposto il prodotto a uno studio di sei mesi, in doppio cieco contro un placebo.

Cinquecento pazienti fra Europa e Stati Uniti. Se arrivasse il suo sì, potremmo commercializzarlo negli Stati Uniti». Sannino ha creato Gelesis nel 2006 con Luigi Nicolais, già ministro delle Riforme e dell'innovazione nella pubblica amministrazione del secondo Governo Prodi e ex presidente del Cnr, e Luigi Ambrosio, dirigente del Cnr. Oggi, dopo cinque aumenti di capitale che hanno finanziato l'attività dell'impresa con 120 milioni di dollari, ha ancora l'1% del capitale, ma con un piano di stock-option potrebbe salire al 3 per cento.A Gelesis, Sannino è arrivato provando e riprovando. In un percorso fatto anche di delusioni e fallimenti. «Sono un ragazzo del Sud. Sono nato e cresciuto a Portici.

È stato naturale iscrivermi alla Federico II di Napoli. Ho preso la laurea in ingegneria chimica e il dottorato di ricerca in ingegneria dei materiali. La mia tesi di dottorato era finanziata dalla Sca Molnlycke, la multinazionale svedese dei prodotti per l'igiene intima. Volevo, o meglio volevamo, sviluppare il primo prodotto in materiale biodegradabile per i pannolini che fosse in grado di assorbire grandi quantità di liquidi. Il primo brevetto fu registrato a nome mio, di Nicolais e di Ambrosio. Mi sentivo caricatissimo. Toccavo il cielo con un dito. Pensavo di avere un prodotto, anzi una azienda, già belle che pronti. Ero nella classica condizione dell'accademico italiano che non sa nulla di organizzazione, pianificazione, strategie, mercati».

La cinica razionalità economica dei manager della multinazionale – insieme alla attitudine delle grandi strutture a comportamenti conservativi e di natura oligopolistica – fece tornare a terra il giovane studioso. «Un dirigente della Sca Molnlycke venne da Göteborg a Napoli, ci fece molti complimenti, ci diede anche un po' di soldi e ci disse: “Siete stati bravissimi. Noi adesso prendiamo questo brevetto e non lo useremo mai”. Io rimasi di sale. Non sapevo che cosa dire. Lui fu molto franco: “È semplice. Il mercato è dominato da noi, da Procter & Gamble e da Kimberly Clark. Noi sappiamo che uno dei due concorrenti sta lavorando alla stessa cosa. Faremo trapelare che anche noi ci siamo arrivati. E, così, tutto si fermerà. Perché nessuno vorrà farsi del male”». Andò esattamente in questo modo.

Era il 1999. E, così, a 27 anni Alessandro Sannino di Portici, dottore di ricerca, imparò la brutale legge dell'oligopolio. L'innovazione troppo radicale può portare a sconvolgimenti esagerati. E, dunque, per una multinazionale può essere preferibile lasciare tutto com'è.«Fu una delusione enorme. Impiegai mesi a riprendermi. Anche se ci accordammo con gli svedesi perché rimanesse in capo a noi la proprietà intellettuale di tutto ciò che non era pannolino», racconta mentre con la forchetta divide in due porzioni esatte il nostro piatto comune – delizioso - di salsicce e di pollo, accompagnato da insalata, peperoni e zucchine. Dopo quell'impatto brutale con il mondo delle imprese – «gli altri professori e i compagni di dottorato mi prendevano amabilmente in giro, quando andavo e venivo dalla Svezia, chiamandomi “il rappresentante di commercio”» – Sannino sceglie di entrare nella società di consulenza Bain. «Ci sono rimasto un anno. Ho conosciuto le imprese e ho sviluppato la capacità di valutare l'attività degli altri. Poi, però, ho sentito il richiamo della foresta. E sono tornato all'università. A quel punto, sono andato al Mit di Boston per il post dottorato».Due anni al Mit vogliono dire non soltanto l'accreditamento scientifico-formativo in una delle università più prestigiose, organizzate e strutturate. Ma significano anche, per un ragazzo partito da Portici e passato da Napoli per arrivare a Boston, una finestra sulla frontiera più avanzata, direttamente affacciata sull'incrocio fra la strada della ricerca scientifica e la via del business. Al ritorno dagli Stati Uniti, appunto nel 2006, fonda Gelesis. Fra il 2006 e il 2007 Quantica, l'Sgr controllata dal Cnr, ha il 49% del capitale. Il primo tentativo è di applicare le scoperte all'agricoltura. Quindi, si passa alla medicina, in particolare per i pazienti dializzati. Alla fine, ci si concentra sul trattamento dell'obesità.«I rapporti con Quantica non erano facili. Anche perché, in generale, i fondi italiani sono generalisti. E noi ormai iniziavamo a focalizzarci molto sulla componente medica del biotech». Nel 2007 Quantica decide di uscire. Gelesis rischia di entrare in una condizione di stallo preliminare alla morte. Nel 2008, però, suscita l'interesse di Puretech, il fondo biotecnologico controllato da alcuni esponenti della comunità ebraica di Boston. «Fu un colpo di fortuna. Quelli di Puretech lessero un trafiletto su un giornale inglese. Furono incuriositi dall'immagine dell'articolo: ingerire il nostro materiale è come mangiare un piatto di spaghetti prima di sedersi a tavola. Ci invitarono a Boston. Fu impegnativo, ma entusiasmante». A Boston, Sannino e Ambrosio si ritrovano per tre giorni – da mattino a sera – intorno a un tavolo con sette persone che hanno letto e chiosato gli articoli scientifici – una ventina – scritti su questo argomento da loro due e da Nicolais. «Ci trattarono con professionalità e con rispetto intellettuale. Alla fine, ci dissero che avevano già una impresa in Israele che stava lavorando a un superassorbente, ma non a base di polimeri naturali, bensì sintetici. E che, se avessimo voluto, sarebbero potuti entrare nel nostro capitale, mettendo in competizione le due tecnologie».Andò proprio così. Il primo round di investimento fu di 13 milioni di dollari. Le tecnologie italiane prevalsero su quelle israeliane. «Ebbi buon gioco – ricorda Sannino – a fare passare l'opzione italiana. Se aveva avuto la meglio la tecnologia italiana, la sede della R&S non poteva che essere nel nostro Paese. Alla fine, acconsentirono. Andai io a smontare i laboratori a Rehovot. Quando il cargo partì dal porto di Tel Aviv diretto al porto di Brindisi, mi misi a piangere».Oggi Sannino è ordinario di ingegneria dei materiali all'Università del Salento. I 22 ricercatori impegnati a Calimera, in un antico macello trasformato in laboratorio R&D, sono tutti suoi ex allievi. Sannino è responsabile dello sviluppo scientifico e della proprietà intellettuale di Gelesis. Che ha da tempo fatto il salto di qualità: basti pensare che l'ex capo della ricerca di Pfizer, John Lamattina, è diventato azionista con un investimento personale da un milione di dollari e presidente del consiglio di amministrazione.Fra Calimera e Boston, sono tutti in attesa del responso della Food and Drugs Administration. Se sarà positivo, si potrà passare alla produzione e alla commercializzazione. «Dentro la società – spiega Sannino – è in corso un confronto su dove posizionare l'impianto manifatturiero. Le due ipotesi sono il Canada e l'Italia». L'impianto impiegherebbe fra i 70 e i 100 addetti. Il Canada è vicino agli Stati Uniti, per definizione il maggiore mercato al mondo e nello specifico una società in cui l'obesità grave è ormai un fenomeno endemico. L'Italia ospita la Ricerca e Sviluppo. Ma è lontana. E, appunto, è l'Italia.«Qui la sfida sarebbe più complessa. La regolazione, essenziale per il biotech, non è ben codificata. Le banche italiane sono le banche italiane. Le strade di qui sono le strade di qui. Ho chiesto diverse volte al sindaco di Calimera di sistemarle. Non ci sono mai i soldi per riuscirci».Mentre stila l'elenco del perché l'Italia è l'Italia, Sannino mangia il suo dolce: uno spumone alla nocciola e al cioccolato, con sopra la granella di nocciole. Ha lo sguardo soddisfatto ma malinconico di un bambino cresciuto bene, ma in un posto non semplice. Anche se intanto, in questo posto non semplice che è l'Italia nella sua accezione del Sud, a Calimera qualcosa è successo.

© Riproduzione riservata