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Dossier Tra neotaylorismo e prosperità condivisa

    Dossier | N. 13 articoliIl lavoro del futuro

    Tra neotaylorismo e prosperità condivisa

    Pare che davvero la chiamino “humanufacturing”. L’automazione manifatturiera dal volto umano, proposta dal Comau, è un gioco di parole ma ha radici nella tradizione piemontese. Maurizio Cremonini, capo del marketing di Comau, spiega che le persone delle fabbriche del futuro sono chiamate ad avere specializzazioni forti e apertura mentale ampia. «Una volta gli informatici stavano nei centri di elaborazione dati e la gente della produzione stava in fabbrica. Ora si devono parlare e lavorano insieme. Occorrono specializzazioni e apertura». Ma come si fa a risolvere l’apparente contraddizione? «Pensare, realizzare, far funzionare l’architettura della fabbrica oggi è un lavoro complesso che richiede fortissime competenze tecniche. Ma le tecnologie evolvono velocemente e le pur necessarie specializzazioni diventano obsolete: senza una preparazione ampia è difficile stare al passo». È un grande salto culturale. Per questo Comau ha messo da molto tempo in piedi un’Academy: insegna ai manager a valutare le competenze specialistiche, insegna e aggiorna il sapere tecnico, investe sull’insegnamento della robotica a scuola. Comau ha una storia lunga e guarda lontano visto che si rende conto di come il progresso tecnologico e l’evoluzione culturale siano processi inscindibilmente connessi. Senza competenza non c’è adozione dell’innovazione.

    E questo perché, come sappiamo da tempo, il digitale cambia la relazione tra la conoscenza e il lavoro. Sono passati quasi vent’anni dalla pubblicazione de Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro di Ulrich Beck. Il sottotitolo dell’edizione italiana, curata da Einaudi, era Tramonto delle sicurezze e nuovo impegno civile: la prima parte della frase si è avverata. Il corpo del libro era dedicato all’analisi di scenari collegati all’emergere di un’economia basata sull’informazione. La discussione non si è molto allontanata dalle questioni sollevate da Beck: l’informatica modifica le logiche del lavoro, mette in discussione i posti di lavoro tradizionali, aumenta le possibilità di progettare forme di lavoro inquadrate in un’economia attenta alla sostenibilità, ma suggerisce anche forme di autoimpiego che si alternano tra la retorica dell’”imprenditore di sé stesso” e la trappola della “flessibilità precaria”. Certo, Beck non vede questi scenari come gli unici possibili: esistono anche le logiche dell’accompagnamento alla trasformazione del lavoro, di stampo nord-europeo, con politiche attive orientate a una presa in carico collettiva delle necessità di ciascuno nel percorso di adattamento al nuovo scenario. In tutti i casi, per Beck, il possibile risultato del processo non è una società senza lavoro, ma una trasformazione del lavoro.

    Con l’esperienza fatta da allora i temi, le alternative di Beck si sono dimostrate realistiche. E il lavoro del futuro si legge anche come alternativa tra la parcellizzazione e la collaborazione ecosistemica. L’interpretazione delle opportunità è decisiva. Da questo punto di vista occorre un grande balzo concettuale: e il ruolo dell’intellettuale diventa parte integrante della creazione di valore necessaria ad affrontare l’epoca attuale. Lo sottintende Mauro Magatti, autore di Cambio di paradigma. Uscire dalla crisi pensando il futuro (Feltrinelli, 2017): il sottotitolo sembra voler dire che “pensare il futuro” è lo strumento per uscire dalla crisi. Per Magatti, la relazione tra macchine e posti di lavoro non si risolve se non cambiando le categorie interpretative. La distinzione tra il lavoro e il resto della vita sta venendo meno. Le attività dei consumatori diventano a loro volta “lavoro” se producono ricchezza e denaro, come avviene generando per esempio i big data monetizzati da grandi centrali di gestione dell’informazione. «Non abbiamo visto che l’inizio della società digitale», dice Magatti. «Da quando internet è stata introdotta nei primi anni Novanta sono state gettate solo le premesse per la creazione di una nuova organizzazione sociale. Adesso si è pronti per un vero e proprio salto di qualità. Nei prossimi anni, con quello che si chiama “internet of things” e la “fabbrica 4.0” molte cose sono destinate a cambiare radicalmente». Emerge la necessità di approfondire due scenari: “efficienza per sicurezza” e “sostenibile contributivo”. Il primo scenario è descritto dal grande pensatore francese Bernard Stiegler con il termine “grammatizzazione”: «L’insieme delle dinamiche di registrazione, formalizzazione e discretizzazione che permettono l’archiviazione e la riproducibilità di gesti e linguaggi» che il digitale porta alle estreme conseguenze. «Per questa via, la soluzione alla crisi nella quale ci troviamo potrebbe prendere la forma di un neotaylorismo digitale». Quello che per il sociologo Antonio Casilli conduce gli umani a lavorare al servizio delle macchine. L’altro scenario, invece, discende dalla «convinzione, come ha di recente ricordato Joseph Stiglitz, che l’unica prosperità possibile è quella condivisa». E la chiave di tutto è nella sostenibilità.

    In questo scenario la produzione di beni si arricchisce di una dimensione ulteriore. Oltre l’economia del mercato e quella dello Stato, esiste uno spazio intersoggettivo nel quale si perseguono finalità orientate alla qualità della vita. Per esempio, l’edilizia che non produce più soltanto nuove case ma riqualifica quelle esistenti dal punto di vista energetico e ristruttura i quartieri per creare spazi di relazione al servizio di una popolazione che invecchia si muove nella direzione della qualità della vita ma non in relazione a una domanda individuale o statale: dipende da una complessità di spinte che coinvolgono capitali per gli investimenti, organizzazioni di comunità, incentivi fiscali e molto altro. Chi organizza la domanda per l’edilizia del futuro svolge un lavoro che merita un compenso, anche se il committente non è lo Stato e anche se la prestazione non è di mercato. Qualcosa di simile si può dire per il welfare. «Se cambia la natura dei beni che si vogliono produrre, cambia il lavoro necessario a realizzarli: occorre trovare regole che ci fanno riconoscere il valore prodotto da questo tipo di lavoro». Le piattaforme cooperative delle quali parla Trebor Scholz, docente alla New School di New York - a Milano nei giorni scorsi per un’iniziativa organizzata dal Comune - potrebbero servire a organizzare il lavoro che produce i nuovi beni orientati alla qualità della vita.

    Il crinale che separa i due scenari di Magatti è un cambio di paradigma. Attraversare una mutazione tanto profonda produce sempre tensione. Zygmunt Bauman, nel suo libro Retrotopia (Laterza, 2017) discuteva di come l’atteggiamento nei confronti del futuro sia cambiato: da luogo delle speranze a incubo. Questo favorisce posizioni nostalgiche. Bauman citava Beck per sottilineare come una società oggettivamente cosmopolitica come quella della globalizzazione sia priva di una consapevolezza cosmopolitica. È un ritardo culturale che sta alla radice anche della difficoltà di concepire il lavoro del futuro. Finanza, commerci e media sono globalizzati, ma i sistemi decisionali sono locali e autoreferenziali. «C’è un abisso sempre più grande fra ciò che si deve fare e ciò che si può fare; fra ciò che importa davvero e ciò che conta per quelli che decidono». Bauman prevedeva che le domande prevarranno a lungo sulle risposte.

    L’elaborazione del lutto per la fine del mondo del passato e la conquista di un approccio costruttivo per il futuro richiede un impegno culturale orientato a ridare l’attenzione che merita alla “lunga durata”. Su Edge.org, in questi giorni, il visionario Tim O’Reilly descrive il suo libro, What’s the Future and Why It’s Up to Us: il futuro dipende da noi. O’Reilly riprende ovviamente la tipica cultura californiana ma aggiunge un sapore: non si incide sul futuro senza una visione di lungo termine. Il senso di responsabilità che deve impegnare tutti quando si parla di lavoro è la premessa necessaria per poter guardare lontano.

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