Commenti

Reti idriche, un rinnovo lungo 250 anni

buchi nell’acqua

Reti idriche, un rinnovo lungo 250 anni

A Mendicino, poco meno di 10mila abitanti fra Cosenza e il mar Tirreno, a metà settembre un uomo è sceso in piazza in accappatoio e ciabatte, e arrivato alla fontana davanti al municipio si è sbarbato in pubblico per protestare contro la lunga assenza di acqua in casa. A Foggia lavare la macchina o bagnare i fiori fra le 7 e le 22 può costare fino a 500 euro di multa; a Nuoro e Salerno è stato un settembre di razionamenti.

Non solo: a da Volterra a Piacenza su su fino alla bergamasca le “emergenze” idriche non risparmiano nemmeno il Nord. Il tutto mentre tre milioni di romani guardano con apprensione costante alle alterne fortune del lago di Bracciano e al piano di razionamento, in stand by ma non ritirato da Acea, che per la prima volta nel dopoguerra farebbe entrare la crisi idrica direttamente nelle case di una grande capitale europea.

Tutti sanno che la siccità è solo uno dei fattori che asciugano i rubinetti e le condotte di irrigazione per l’agricoltura; altrettanto noto è che per ogni 100 litri d’acqua immessi nella nostra rete 39 vanno dispersi nei suoi tanti buchi, e gli addetti ai lavori conoscono a menadito anche il livello largamente insufficiente degli investimenti realizzati o anche solo avviati per rimediare.

C’è un dato, però, che oltre a essere curioso riassume in modo efficace i termini del problema: ai ritmi attuali, che in 12 mesi registrano il rinnovo di 3,8 metri per ogni chilometro di rete, ci vorranno 250 anni per sostituire tutti i nostri malconci tubi con un’infrastruttura nuova. “Nuova” si fa per dire, ovviamente, perché quando l’ultimo metro di questa impresa titanica sarà completato il primo tubo “rinnovato” sarà già un pezzo di archeologia.

Il numero, calcolato da Utilitalia, la federazione che riunisce le imprese di servizi pubblici, illustra in prospettiva le conseguenze pratiche dell’andamento zoppicante degli investimenti pubblici in uno dei settori chiave non solo per l’igiene, ma anche per l’economia. Solo due litri ogni dieci finiscono, infatti, nelle docce o nelle lavatrici, mentre la maggioranza dell’acqua serve all’agricoltura (51%) e all’industria (21%), all’interno di un quadro che si completa con la zootecnia e la produzione di energia idroelettrica.

Allo stesso modo si divide, quindi, fra i settori il conto dei mancati investimenti, che oggi viaggiano a un ritmo ancora lontanissimo dai 5 miliardi di cui ci sarebbe bisogno per avvicinare lo standard dei principali Paesi europei. Tutto questo nonostante il miglioramento del quadro che, secondo i dati dell’Autorità di settore (l’Aeegsi, che come mostra il suo complicato acronimo si occupa di energia elettrica e gas, oltre che del sistema idrico), ha visto la riforma tariffaria portare gli investimenti dai 900 milioni del primo anno agli 1,6 miliardi del 2015, puntando a quota 3,2 miliardi l’anno a regime entro il 2019. A spingerli, nell’analisi dell’Authority, è stata la riforma tariffaria, uscita da un’infinita battaglia di carte bollate con il riconoscimento del suo compito di coprire anche gli investimenti.

Sulle spalle dei contribuenti, platea che tutto sommato coincide con gli utenti del servizio idrico, si scaricano del resto anche i costi prodotti dagli investimenti che non si fanno.

L’Italia, infatti, ha già subìto due condanne e una terza è in arrivo, perché non rispetta i parametri ambientali minimi imposti dalle direttive comunitarie. Se, come accaduto nel 2012 e nel 2014, la Corte confermerà le richieste della Commissione, l’Italia dovrà staccare un altro assegno da 185 milioni il primo anno e inviare a Bruxelles altri 120 milioni abbondanti ogni dodici mesi fino all’adeguamento.

A far muovere Commissione e giudici comunitari sono in particolare i 931 centri urbani, soprattutto al Centro-Sud, dove ancora non arriva un servizio di depurazione che oggi trascura 7,2 milioni di italiani. Il risultato è che solo due litri su cento vengono recuperati e reimmessi nel sistema dopo essere stati utilizzati e che l’Italia, dove vive il 12% degli europei, riesce a trattare solo lo 0,58% delle acque complessivamente riutilizzate nell’intero continente.

© Riproduzione riservata