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Sulla governance l’ombra della criminalità

Inchieste

Sulla governance l’ombra della criminalità

(Fotogramma)
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Anche a volersi concentrare su un dato di fatto, cioè sulla stragrande maggioranza delle imprese lombarde che nulla hanno a che fare con la criminalità organizzata, l’Università Bocconi di Milano solleva un problema dal quale non si potrà più prescindere.

La ricerca “Vale la pena di avere i Soprano a bordo? - Inquinamento della governance societaria e crimine organizzato: il caso Italia” svolta con il Centro Baffi Carefin dai professori Pietro Bianchi, Antonio Marra, Donato Masciandaro e Nicola Pecchiari e che il Sole-24 Ore anticipa, porta per la prima volta alla luce che il 9% delle imprese lombarde ha avuto al proprio interno amministratori che sono stati segnalati per reati tipici della criminalità organizzata. Nel 7% delle imprese erano presenti soggetti che non sono amministratori (sindaci, soci e manager) i quali sono stati segnalati per reati tipici della criminalità organizzata mentre in un ulteriore 22% di imprese si evidenzia che reati diversi da quelli tipici della criminalità organizzata sono stati segnalati in relazione a vari soggetti societari (amministratori, sindaci, manager, soci). Il 62% delle imprese non include alcun individuo segnalato (amministratori, sindaci, manager e soci). Il 38% del campione – 16.382 società lombarde per un totale di 108.332 osservazioni per il periodo 2006/2013 – svela dunque la presenza di soggetti per cui sono stati segnalati reati.

LO SPETTRO
Reati commessi da amministratori collusi con il crimine organizzato. Valori assoluti e percentuali (Fonte: Elaborazione Bocconi (Baffi Carefin) su dati Dia)

Un vuoto coperto
«Sorprendentemente la letteratura dell’economia e della finanza – si legge nella ricerca – è rimasta silenziosa di fronte alle modalità attraverso le quali la criminalità organizzata inquina le imprese per perseguire scopi illegali». Questo nonostante il fatto che un’analisi dell’Ufficio delle Nazioni unite contro droga e crimine nel 2011 ha rivelato che l’economia criminale rappresentava nel 2009 il 3,6% del Pil mondiale.

La ricerca spiega che le imprese con amministratori direttamente o indirettamente collusi con le mafie hanno un livello più basso di cassa disponibile e una minore redditività. Le spiegazioni, secondo il team della Bocconi, possono essere due: così facendo le stesse imprese riducono il rischio di essere espropriate da amministratori collusi oppure le imprese sono in balia degli amministratori “infetti”, che le utilizzano per il riciclaggio e devono poi ridurre il rischio di una eventuale confisca. Non solo: gli amministratori corrotti possono usare le risorse aziendali per propri scopi privati, danneggiando così la redditività d’impresa.

Le modalità di ricerca e i risultati
La ricerca è stata svolta dall’università Bocconi – ed anche questa è una primizia che la rende ancora più importante – con la collaborazione dell’Aisi (l'Agenzia di informazioni e sicurezza interna guidata dal prefetto Mario Parente), alla cui banca dati ha attinto. Le 14 categorie del crimine utilizzate dalla Dia (Direzione investigativa antimafia) e che sono frequentemente associate alle mafie per identificarne comportamenti criminali, sono state avvalorate dall’Aisi e messe nero su bianco dalla Bocconi con statistiche che lasciano il segno (si veda tabella in pagina).

Le false fatturazioni
In tutto sono stati riscontrati 1.485 crimini riferibili agli amministratori, dei quali, percentualmente, la voce più importante è quella relativa alle false fatturazioni per operazioni inesistenti (57,31%). «È uno strumento molto usato nelle frodi carosello, che spesso coinvolgono anche società riconducibili alle mafie» afferma al Sole-24 Ore il professor Pecchiari e il suo giudizio converge perfettamente con l’analisi della Dia sul primo semestre 2016. Alle mafie non basta più capitalizzare i proventi illeciti in attività imprenditoriali sempre più remunerative: l’ennesima frontiera del business mafioso è quella degli indebiti risparmi d’imposta.

Se infatti, anni fa, poteva risultare paradossalmente conveniente per il mafioso essere etichettato come evasore fiscale – perché significava legittimare e quindi reinvestire la parte di capitale sanata attraverso il pagamento di imposte e sanzioni – oggi i sofisticati meccanismi finanziari e i cavilli burocratici e amministrativi proposti da figure professionali colluse, spostano più in alto la soglia di tracciabilità e la possibilità di individuare, per esempio, i reati presupposto delle condotte da cui derivano i proventi da riciclare. Piuttosto, spiega la Dia, si colgono segnali di elusione delle norme fiscali e la volontà di lucrare attraverso false fatture, non di rado successive a mancati pagamenti di prestiti ad usura.

Imprenditori del nord con alleanza al sud
I ricercatori della Bocconi fanno anche un esempio. Quello di due individui legati a un gruppo di società lombarde di un settore manifatturiero, che risultano segnalati per “truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche” in una regione del sud. Questi soggetti, mediante falsi documentali e fatture per operazioni inesistenti, avevano ottenuto l’erogazione di importi per diversi milioni.

Il reato era perpetrato in collaborazione con una decina di altri soggetti residenti al sud, piccoli imprenditori del medesimo settore, che ricorrevano evidentemente alla credibilità degli imprenditori lombardi per partecipare al bando e ottenere i contributi pubblici.

Gli altri campanelli d'allarme
Sono 266 i reati contro la pubblica amministrazione cristallizzati dalla ricerca. In particolare 155 (10,44%) sono i casi di corruzione e appropriazione indebita. Poi il campionario dei reati contempla gli episodi contro il corso della giustizia, contraffazione ed esportazione illegale di valuta, traffico di droga, immigrazione, riciclaggio e via di questo passo.

I controllori con un passato criminale
Non mancano, in questa variegata casistica, altri esempi che la ricerca della Bocconi porta alla luce. Due membri del collegio sindacale di una società industriale lombarda risultano segnalati per diversi reati: il primo nel 2010 per falso in bilancio in una provincia del nord ed il secondo nel 1996 per truffa e falso in bilancio in una provincia del sud. Entrambi hanno lasciato la propria carica societaria nel 2010 ma la compagine dei soci si era nel frattempo modificata con l’ingresso di una fiduciaria con sede a Madeira in sostituzione di soci persona fisica. Nel 2010, contestualmente alla segnalazione dei reati commessi dai sindaci, la fiduciaria di Madeira era stata sostituita da una seconda fiduciaria sempre di Madeira. Dopo ulteriori passaggi di quote, l’impresa è stata ceduta a una nuova società con sede a Hong Kong.

Il caso di una storia criminale infinita
Indicativo in questo caso è il ritardo nella “pulizia” della governance di una società: un amministratore risulta segnalato per oltre una ventina di reati nell’arco di 10 anni, principalmente di tipo societario e fiscale in due regioni del sud e tre regioni del centro-nord, tra cui la Lombardia. L’amministratore è rimasto alla guida della società fino a quando è stato coinvolto in un giro di tangenti per appalti pubblici gestiti dalla criminalità organizzata nel milanese: crimini reiterati per diversi anni. Sono fioccate in capo all’amministratore segnalazioni per reati di false comunicazioni sociali, associazione per delinquere e falsa fatturazione. Come amministratore ha lasciato la carica ben due anni dopo la segnalazione di reato, presumibilmente solo nel momento in cui i media ne hanno parlato e scritto. «Inutile dire che anni prima questa persona – spiega Pecchiari – risultava amministratore di una società appartenente a un gruppo italiano di grandi dimensioni la cui storia si è conclusa con un crack finanziario».

La soglia di attenzione si deve elevare
Il 26 settembre, dopo l’ennesima maxi operazione antimafia, Antonio Calabrò, vicepresidente di Assolombarda, ha riaffermato l’importanza di tenere alta la guardia contro la presenza di criminalità organizzata, appalti illeciti e corruzione. A testimonianza, dunque, della volontà delle imprese sane di continuare a competere in un mercato leale e scevro da condizionamenti diretti o indiretti della criminalità organizzata. «La battaglia per la legalità, sostenuta da anni da Assolombarda – ha detto Calabrò – è fondamentale per la competitività di un sano sistema economico e sociale. Assolombarda è pienamente consapevole della presa crescente delle cosche mafiose a Milano e in Lombardia e dei rischi ai quali espone le imprese che, per crescere, devono stare su un mercato ben regolato e trasparente».

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