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La riforma del bail-in resti fuori dai bancomat

EUROZONA

La riforma del bail-in resti fuori dai bancomat

Nel 2009, quando il sistema finanziario internazionale era sull’orlo del precipizio, le grandi potenze mondiali si riunirono per discutere come proteggere l’economia reale dagli eccessi della finanza. Da quell’incontro partì non solo il Comitato di Basilea, ma la più imponente manovra di ridefinizione e armonizzazione delle regole contabili e di condotta in campo bancario mai tentata prima a livello mondiale. Otto anni di riforme per tutelare il denaro del contribuente e proteggere l’economia reale hanno così portato all’Unione bancaria europea, alla vigilanza unica, agli stress test, alle riforme di Basilea, al Bail In e in definitiva a una nuova architettura di sistema finanziario che ha spostato di fatto sul mercato dei capitali la centralità che avevano le banche nel finanziamento delle imprese, delle famiglie e dell’intera economia.

Almeno sulla carta, il sistema economico dovrebbe dunque essere oggi più sicuro, le banche più solide e ben capitalizzate, la ripresa economica più consistente e ben distribuita in tutti gli Stati membri dell’Unione. Ma il problema è che i conti non tornano: le asimmetrie economiche, culturali e finanziarie che hanno messo in discusssione la coesione europea e penalizzato i Paesi più indebitati non solo sono ancora dov’erano nel 2009, ma sembrano addirittura peggiorare proprio per la rigidità con cui la burocrazia europea e l’apparato tecnocratico di Bruxelles e Francoforte perseguono la propria missione a difesa «dell’economia reale». Il caso degli Npl, un problema particolarmente acuto in Italia, parla da se: piuttosto che creare una bad bank europea per risolvere strutturalmente la crisi dei debiti in sofferenza e rilanciare l’offerta di credito, si è preferito stringere ancora di più il cappio intorno alle banche ipotizzando l’obbligo di una copertura totale di tutti i crediti dubbi in bilancio. Un vero colpo basso per il nostro sistema creditizio.

Ma il colpo peggiore rischia di arrivare da un’altra direzione: le modifiche messe in cantiere sulle procedure da seguire nelle crisi bancarie. I progetti in discussione sono diversi, ma quello più assurdo e pericoloso è uno in particolare: assegnare alle autorità di vigilanza europee il potere di intervento ex ante in una possibile crisi bancaria, anche bloccando per i giorni necessari sia i suoi bancomat che i prelievi di denaro nelle filiali da parte dei correntisti. Che dire? Nella migliore delle ipotesi, che a Francoforte e Bruxelles c’è chi ritiene un problema marginale, soprattutto dopo la lezione del Bail in, garantire ai risparmiatori la sicurezza dell’accesso ai propri risparmi. Nello scenario peggiore, viene invece da pensare che 400 anni di storia del sistema bancario - senza parlare di quanto accaduto dopo la crisi dei subprime - non abbiano insegnato nulla a chi sostiene la proposta: dal 1664, quando si verificò il primo fallimento di una banca per la corsa dei suoi clienti agli sportelli (lo Stockholm Banco svedese morì per questo in pochi giorni), ogni volta che le autorità hanno sospeso i prelievi di denaro da una banca la situazione è sempre peggiorata e spesso in modo irreparabile. E dire che fino a pochi anni fa, cioè almeno fino alla frenesia regolatoria del 2009, il principio della riservatezza e quello della tutela del risparmio correvano su binari paralleli: per la Vigilanza era un tabù non solo proteggere il nome di una banca in difficoltà per evitare contraccolpi emotivi e finanziari, ma era del tutto impensabile bloccare indiscriminatamente l’accesso ai conti correnti e per giunta in via cautelare. Come è possibile ignorare adesso quanto accadde in Grecia un paio di anni fa, quando le autorità decisero di tagliare improvvisamente i prelievi bancomat dei cittadini greci? La corsa alle banche fu immediata, come immediata fu la protesta di piazza. Lascia quanto meno perplessi pensare che solo quattro anni fa - in sede di dibattito sull’introduzione degli stress test - era quasi prevalsa la linea di garantire l’anonimato alle banche sottoposte a stress test, mentre ora si discute addirittura di bloccare la liquidità di una banca prima ancora che i suoi clienti o il mercato sappiano che è in crisi... Misteri della governance europea.

Prima di proseguire su questa strada, insomma, Bruxelles e Francoforte farebbero beRne a rispolverare l’enciclopedia della finanza e rileggere la storia delle crisi bancarie: quelle attribuite direttamente o indirettamente alla corsa agli sportelli e al panico dei correntisti sono almeno una ventina, di cui ben 13 a partire dal 2007 - e di queste almeno 6 sono tra il 2009 e il 2017 (la Home Capital Group in Canada è sotto tutela straordinaria a causa di un “bank run” scatenato dai rilievi azzardati dell’authority dell’Ontario).

Ma tant’è, questa è l’Europa post-crisi del debito e soprattutto del dopo-Bail in. Come più volte hanno cercato di far capire all’Europa i banchieri italiani, un sistema più solido è interesse di tutti, ma dopo 8 anni di riforme dai dubbi effetti sull’economia reale, sembra giunta l’ora di tirare il freno su un nuovo rischio sistemico, quello degli eccessi regolatori. Un mercato dei capitali liquido ed efficiente è un obiettivo importante anche per l’Italia, ma è ancora di lungo periodo: senza un sistema bancario in grado di svolgere il proprio mestiere l’economia non potrà mai ripartire, e con questa gli investimenti e il lavoro. E così come le banche non sono tutte uguali in Europa, anche la psicologia dei risparmiatori è diversa tra nord e sud: mettere in discussione la solidità di una banca o anticipare riforme che penalizzano un sistema più di un altro significa scatenare non solo la speculazione dei mercati, ma soprattutto le paure e le incertezze di chi ha già pagato un prezzo altissimo per l’indifferenza con cui tutte le athority del mondo hanno lasciato che il sistema finanziario pre-crisi si trasformasse in una minaccia per la crescita e lo sviluppo dell’economia mondiale.

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