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Il valore delle scelte imperfette

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Il valore delle scelte imperfette

Anni fa, in un bar di Venezia, Richard Thaler raccontava a Gianni Toniolo, studioso di fama, come gli psicologi dovessero esser grati agli economisti tradizionali per aver lasciato loro uno spazio enorme da esplorare. C’era così molto lavoro da fare per spiegare le scelte economiche effettive e non quelle che avremmo dovuto fare «se fossimo sempre razionali».

In quello stesso bar ho ricevuto la telefonata con la notizia del Nobel dell’economia e ho immaginato subito la sua gioia, ma anche quella di tanti amici e colleghi. La motivazione del Nobel mi ha fatto venire in mente quella conversazione lontana dato che in essa si dice che Thaler è stato premiato per «aver inserito ipotesi psicologicamente realistiche nelle analisi del processo decisionale economico esplorando le conseguenze di una razionalità limitata».

Nel 1997, il “Financial Times” chiese a Richard Thaler un articolo per fare il punto sui progressi delle ricerche psicologiche rispetto alle discipline economiche. Thaler propose allora di dedicare il pezzo ai risultati di un curioso esperimento, una sorta di gara in forma di quiz da proporre proprio sulle pagine del “Financial Times”. Con tanto di premio per i solutori del quiz. Chi, tra i lettori del giornale, avesse vinto individuando la risposta esatta avrebbe ricevuto due biglietti di prima classe andata e ritorno Londra-New York. Ecco il rompicapo: «Scegli un numero da 0 a 100 in modo da avvicinarti il più possibile ai due terzi della media dei numeri indicati dagli altri lettori». Sul giornale, veniva specificato che molti lettori avrebbero partecipato al gioco e ognuno avrebbe potuto avanzare la sua risposta.

Per aiutarvi a capire come funziona questo gioco, ipotizziamo che ci siano solo tre giocatori e che le loro risposte siano 20, 30 e 40. La media delle risposte è 30. Due terzi di 30 è 20. Ragion per cui il giocatore che ha scelto 20 può senz’altro essere proclamato vincitore. Ma il rompicapo era più complicato perché nessun sapeva le risposte degli altri concorrenti! Provate ora a pensare che cosa voi avreste risposto. Consideriamo quello che potremmo chiamare il pensatore “zero”, cioè a livello zero per quanto riguarda il pensiero critico. Questo partecipante dirà: «Non so. Mi sembra un assurdo giochetto di matematica e a me i problemi di matematica non piacciono, soprattutto se si tratta di rompicapo. Penso che risponderei a casaccio».

Alcune persone che affrontano questo gioco agiscono proprio così, e spesso scelgono 50 perché è il numero a metà strada tra 0 e 100. Come si comporterà, invece, un giocatore di tipo 1, cioè al primo livello di pensiero? Dirà, tra sé e sé, qualcosa del genere: «Mi sembra che le persone con cui mi sono trovato a giocare non siano inclini a ragionarci su troppo. Sceglieranno un numero a caso, probabilmente 50. Perciò la mia risposta sarà 33, cioè due terzi di 50». Un giocatore di secondo livello penserà invece: «Molti partecipanti saranno di primo livello, e penseranno che gli altri giocatori siano simili a loro: quindi risponderanno 33. Se la maggioranza risponde 33, io sceglierò 22, cioè due terzi di 33». Ed ecco un ipotetico giocatore di terzo livello: «Molti giocatori capiranno la logica di questo rompicapo e risponderanno 22, ragion per cui io scelgo 15». E così via. Non c’è un punto in cui ha senso interrompere questa catena di ragionamenti che porta a numeri sempre più piccoli: dipende solo dal livello di pensiero che attribuite agli altri partecipanti al gioco.

Una buona domanda da porre potrebbe essere: «Che cosa farebbe un computer programmato per risolvere questo problema?». Non si fermerebbe mai, attraversando tutti i livelli di pensiero, fino ad arrivare allo zero, cioè alla fine della corsa. Non si curerebbe certo delle risposte altrui perché, per un computer programmato per rispondere con un algoritmo elementare, l’unica risposta razionale è zero. E tuttavia, se il computer giocasse contro uomini con un livello di pensiero più basso, perderebbe la partita. I concorrenti umani darebbero come risposte numeri più grandi di 0, e i due terzi della media si avvicinerebbero probabilmente più a una delle loro risposte che non a zero.

Qualcosa di simile è proprio ciò che accadde con il concorso indetto dal “Financial Times” quando Richard Thaler raccolse i dati del problema da lui brillantemente ideato e raccontato in “Misbehaving”, il suo saggio del 2015. Parteciparono lettori di tutti i tipi. E la risposta vincente fu 13. C’era chi, forse, aveva studiato logica o matematica, e rispose 0 (circa il 10% dei concorrenti). Ci furono poi molti 33 e 22, qualche 50 e pochi 100. È interessante notare che la maggioranza delle risposte indica chiaramente che le persone si cimentano nel gioco provando a riflettere. Pochi rispondono a caso, anche se non tutti si erano resi conto che la vittoria dipende dalle risposte altrui. La morale di Richard Thaler di fronte a questi risultati è che non è la “miglior risposta” in astratto quella che prevale, ma la scelta che tiene conto delle risposte degli altri concorrenti e della loro razionalità limitata. Questo esercizio contiene tutta la filosofia dei lavori di Thaler. Nella dedica del suo libro del 2015 mi invitava appunto a vivere tenendo conto delle imperfezioni altrui, quelle che una volta gli economisti ignoravano. Mis-behaving è un gioco di parole nel senso che allude non solo ai limiti del pensiero, come nel concorso del “Financial Times”, ma anche alle loro conseguenze nelle nostre decisioni pratiche.

Thaler ha cercato di spiegare come si possano sfruttare a fine di bene i vincoli della razionalità limitata, non ottimale, come quella del computer nel nostro esempio. Non si è limitato a spiegare questa razionalità limitata con l’azione di due sistemi, uno veloce e approssimativo, e uno più lento e preciso, come aveva fatto Daniel Kahneman, premio Nobel per l’Economia del 2002. Richard Thaler verrà per sempre ricordato per i suoi lavori sulle cosiddette “spintarelle gentili”, cioè sui modi per aiutare le persone a prendere “buone” decisioni. Insieme a Cass Sunstein ha scritto e attuato il programma di interventi “Nudge” (2008, traduzione Feltrinelli 2014), per l’appunto “spintarelle gentili”, aiuti cioè ad agire per il nostro bene e quello altrui anche con interventi di cui non tutti si rendono ben conto.

Per esempio, anni fa, milioni di dipendenti privati e pubblici statunitensi avevano scoperto che non c’era più bisogno di aderire a un piano pensionistico: l’iscrizione era diventata automatica. Era bastata questa semplice misura per aumentare del 30% la partecipazione di cittadini americani a piani previdenziali. Qualcosa del genere si è scoperto dopo che l’abbonamento Rai è stato incluso nelle bollette telefoniche: ora lo pagano persino persone che non hanno la Tv! Questo è andato a beneficio di chi non evadeva anche quando il versamento era volontario e quindi lasciato al buon comportamento dei cittadini. Oppure si possono progettare le mense scolastiche in modo che siano più evidenti e facilmente raggiungibili i cibi che fanno bene a un bambino.

Il numero di interventi è cresciuto a dismisura e ho commentato un bilancio dei primi successi su questo giornale (domenica 30 luglio 2017, “Come spingere a fare del bene”). Molti Paesi hanno istituito delle commissioni che ripulissero le leggi in modo da semplificarle tenendo conto dei limiti del pensiero umano, della pigrizia, dell’inerzia, e degli effetti di scelte non meditate e impulsive. E i risultati non hanno tardato a manifestarsi: dalla salute alle tasse, dalla formazione al risparmio di energia, dai comportamenti finanziari a quelli di risparmio e previdenziali. Un articolato programma di applicazioni dei meccanismi che allora erano sembrati a molti economisti soltanto dei giochetti da laboratorio privi di effetti nella vita reale.

In Thaler c’è sempre stata una vena vagamente polemica nei confronti degli economisti e ha detto che cercherà di spendere i soldi del Nobel nel modo più irrazionale possibile! E tuttavia nel finale di quello che è bilancio della sua vita, almeno fino alla pubblicazione di “Misbehaving”, Thaler conclude di essere del tutto ottimista sul futuro: «Quando tutti gli economisti incorporeranno le variabili rilevanti nel loro lavoro, anche se i modelli della razionalità assumono che siano irrilevanti, l’economia comportamentale scomparirà. Allora l’economia nel suo complesso sarà comportamentale come deve essere».

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