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La commedia degli equivoci

L'Editoriale|Scenari

La commedia degli equivoci

La Commissione europea ha deciso di stringere i tempi sull’unione bancaria con una comunicazione che indica con chiarezza la necessità di affrontare con decisione due temi cruciali: i crediti a rischio e l’assicurazione dei depositi. La notizia è sicuramente positiva, sia perché il verbo accelerare è uno dei meno coniugati sotto il cielo di Bruxelles, ma soprattutto perché va al cuore di due dei problemi cruciali che incombono ancora all’orizzonte.

L’Europa ha scoperto con colpevole ritardo che un’unione monetaria priva di un livello sovranazionale di supervisione delle banche era un nonsenso economico esploso puntualmente non appena esaurita la spinta del boom internazionale (con annessa bolla immobiliare). Ha provveduto con ammirevole rapidità, costruendo la supervisione di Francoforte e un meccanismo europeo di risoluzione delle crisi, ma manca ancora il terzo pilastro, che è il meccanismo di assicurazione dei depositi.

Proprio su questo punto la Germania avrebbe già manifestato la sua opposizione a indicare tempi ravvicinati, nel timore di una condivisione dei rischi, cioè che contributi pagati da banche tedesche vengano usati per rimborsare depositanti di altri Paesi. Se ne potrà riparlare quando saremo più che sicuri che le banche siano purificate da ogni sospetto di fragilità. E a questo riguardo indicano esplicitamente il problema delle sofferenze, ma pensano anche al problema dei titoli nazionali nell’attivo delle banche, su cui si chiedono norme restrittive di vario tipo.

Insomma, i tedeschi si stanno appropriando del vecchio stereotipo di critica ai banchieri: vogliono mettere i soldi per comprare l’ombrello, ma solo quando ci sarà il sole. C’è bisogno di ricordare loro che Franklin Delano Roosevelt introdusse l’assicurazione dei depositi nel 1933 per infondere certezze e aumentare la fiducia del pubblico, non per festeggiare il ritorno alla prosperità delle banche?

La commedia degli equivoci che si sta svolgendo intorno all’assicurazione dei depositi rende intricata la matassa dei prestiti deteriorati, perché rafforza nell’autorità europea di supervisione atteggiamenti di severità che possono essere controproducenti, come è dimostrato dall’ultimo documento che è stato criticato su queste colonne, ma anche da alti esponenti della Commissione e del Parlamento europeo. Il fatto è che c’è una vecchia legge della fisica che vale anche in politica: se c’è uno spazio vuoto, qualcuno lo occupa, come è dimostrato dal caso in questione. Tutte le autorità tecniche europee, non una esclusa, hanno indicato la necessità di uno schema sovranazionale di gestione e soluzione delle posizioni a rischio delle banche, che può essere realizzato senza che un solo centesimo pubblico valichi le frontiere. Nessuna iniziativa concreta è stata però varate e dunque l’autorità di supervisione preme perché le banche si sbarazzino di questi crediti cedendoli ai pochi operatori privati che oggi offrono prezzi largamente inferiori a quelli cui le banche li valutano in bilancio, che invece sono ragionevolmente allineati a quelli di realizzo. Oppure propongono, come appunto è avvenuto con la recente proposta, di imputare a perdita nei prossimi conti economici l’intero importo residuo dei crediti deteriorati da oltre sette anni. Che questo abbia effetti positivi sulla fiducia è dubbio, che rischi di aggiungere il danno alle beffe ai Paesi dell’Europa periferica dove si concentra il problema, è una certezza. Il che induce qualcuno a pensar male e, come diceva Andreotti che se ne intendeva, magari ci azzecca pure.

La politica europea ha in mano le chiavi per risolvere il problema: tornare a occupare il vuoto di iniziativa che ha lasciato dopo aver realizzato i primi due pilastri dell’unione bancaria. Si è detto che la prima, fondamentale, tappa è quella di realizzare un meccanismo europeo di smaltimento delle sofferenze: basta realizzare una delle tante proposte sul tappeto, tutte compatibili con le norme europee in materia di aiuti di Stato. La rivista online European Economy ha dedicato due interi numeri a questo problema: c’è solo l’imbarazzo della scelta.

C’è però un problema più generale che sembra entrato in un cono d’ombra. L’assicurazione dei depositi era molto importante un tempo, quando questa era la forma di raccolta pressoché esclusiva; lo è in modo diverso oggi e soprattutto per le grandi banche, in cui i depositi sono meno della metà del totale del passivo. La Commissione aveva nominato una commissione presieduta da Erkki Liikanen che nel 2012 aveva formulato proposte di separazione dell’attività di banca commerciale (che è quella al servizio dell’economia produttiva) da quella più speculativa. Anche perché, per dirla tutta, se entrasse in crisi una delle grandi banche di investimento europee (quod dii avertant) non si vede perché gli italiani non avrebbero tutto il diritto di incupirsi a veder dirottare i propri contributi verso banchieri che hanno qualche trilione di euro di valore nozionale di derivati.

Le proposte specifiche formulate dalla commissione Liikanen sono oggi datate, ma non sono state superate dalla realizzazione dell’unione bancaria, anzi. Potrebbero quindi essere aggiornate e inserite come condizione sia per rendere il sistema bancario europeo più solido e uniforme, sia per accentuare il carattere di misura di pubblica utilità dell’assicurazione dei depositi.

Insomma, il revival di interesse della politica europea per l’unione bancaria è un segnale importante: occorrono passi concreti e immediati che solo la Commissione e l’Europarlamento possono fare se si vuole che siano efficaci e lascino il giusto spazio alle autorità tecniche di vigilanza. Come diceva Bismarck (finalmente qualcosa che farà piacere ai tedeschi) la guerra è troppo importante per farla fare ai generali.

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