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Tutta l’innovazione delle imprese consolidate

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le vie della crescita

Tutta l’innovazione delle imprese consolidate

Dal 2017 la Rodolfo Debenedetti Chair in Entrepreneurship viene ricoperta da Nicolai Foss, che il 16 ottobre ha tenuto a Milano la Lectio Inauguralis (di cui proponiamo il testo) e che docente ordinario in Bocconi dal 2016.


Sono profondamente grato per essere stato scelto per questa cattedra.
Il fatto che l'Universit Bocconi abbia una cattedra di imprenditorialit riflette la generosit del benefattore Carlo De Benedetti, che ha scelto la Bocconi per onorare la memoria del padre Rodolfo Debenedetti, sia come individuo che come uomo d'affari. Essa riflette anche l'enorme popolarit e influenza internazionale della ricerca e della didattica di imprenditorialit: in tutto il mondo si registrato un aumento del numero di cattedre, programmi, fondi donati alla ricerca imprenditoriale, riviste dedicate al campo, numero di conferenze e nuove iniziative didattiche sull'imprenditorialit.
Il settore molto vivace, con dibattiti di ogni genere, alcuni dei quali toccano aree dalle quali l'imprenditorialit era tradizionalmente esclusa, come testimoniano, ad esempio, i lavori sull'imprenditorialit “sociale” e “istituzionale”, un'area che rimane vicina alla pratica imprenditoriale e che influisce anche sulle politiche pubbliche.

L'IMPRENDITORIALIT COME QUESTIONE DI POLITICHE
L' interesse crescente per l'imprenditorialit riflette la crescente importanza reale del fenomeno e l'attenzione che i politici dedicano ad esso.
Verso la met degli anni Settanta, gli osservatori suggerirono che il tasso di ricambio dell'economia statunitense stava aumentando; ad esempio, le imprese entravano uscivano sempre pi spesso da molti settori. Il ricambio ha componenti diverse, ma una di esse l'apertura di nuove imprese, cio quella che molti vorrebbero essere l'essenza dell'imprenditorialit.
La quota di occupazione si stava spostando dalle grandi imprese a quelle pi piccole. Ad esempio, nel 1970, le societ di Fortune 500 rappresentavano il 20% dell'occupazione statunitense, ma solo l'8,5% nel 1996 (Carlsson, 1999). Le aziende stavano diventando sempre pi piccole.
I politici hanno subito mostrato interesse, in particolare quando lavori importanti hanno iniziato a dimostrare che molti progressi in termini di produttivit sono causati dalla riallocazione delle risorse quando le imprese falliscono, si fondono, nascono, e cos via (ad esempio Foster, Haltiwanger & Krizan, 2006), e che l'innovazione e l'imprenditorialit svolgono un ruolo in questi processi.
L' imprenditorialit stata vista come un mezzo per alimentare la crescita, non solo negli Stati Uniti, ma certamente anche in un'Europa afflitta ormai da molto tempo da una crescita lenta della produttivit e da risultati di crescita relativamente modesti. Molti qui oggi sono fin troppo familiari con le sfide specifiche dell'Italia.
L'economia italiana sta solo lentamente tornando ai livelli di crescita pre-crisi. Gli investimenti esteri rimangono scarsi. forte la tentazione di collegare questo aspetto ai bassi livelli di imprenditorialit e ad alcune caratteristiche dell'economia italiana che indicano un clima non ottimale per l'imprenditorialit. Cos, nel 2014, l'Italia ha registrato il pi basso livello di investimenti in venture capital in rapporto al Pil (0,002%) tra le grandi economie europee. Il tasso di mortalit delle imprese superiore al tasso di natalit. L'Italia al 45 posto nella classifica della Banca mondiale sulla Facilit di fare impresa, e quasi all'ultimo posto dell'Ue. Per quanto riguarda la protezione dei contratti, l'Italia 111esima al mondo e, ancora una volta, in fondo all'Unione europea.
Non sorprende quindi che abbondino le iniziative volte a stimolare in qualche modo l'imprenditorialit, sia dal punto di vista dell'offerta che della qualit, attraverso politiche e istituzioni che la favoriscano.
Ci sono, naturalmente, teorie ed evidenze che supportano l'idea che l'imprenditorialit promuova la crescita. Il mio lavoro con Christian Bjrnskov esamina l'impatto dell'imprenditorialit sulla produttivit totale dei fattori e l'influenza delle istituzioni e delle politiche. La “produttivit totale dei fattori” cattura gli aumenti della produzione che non sono riconducibili all'aumento dei fattori tradizionali di produzione.
Bjrnskov e io sosteniamo che l'aumento della produttivit totale dei fattori il risultato di nuovi processi, nuove forme di organizzazione e migliori tecniche manageriali. Una sperimentazione imprenditoriale di questo genere, che combina fattori produttivi e mette alla prova tali nuove combinazioni, pu risultare pi o meno agevole. Se, ad esempio, un'economia al 111 posto al mondo per protezione dei contratti, il processo imprenditoriale gravemente ostacolato. Quindi, le istituzioni contano.

IL CONFRONTO
La produttivit totale dei fattori in Francia, Germania, Italia e Stati Uniti. 1998=1,00
(Fonte: Dino Pinelli, Istvn Szkely, Janos Varga: “Italy's Productivity Challenge,” 22 Dic. 2015)

Sosteniamo in particolare che la libert economica vantaggiosa per il processo imprenditoriale. Quindi, lo stato di diritto, diritti di propriet ben definiti, norme comprensibili, una tassazione ridotta e ingerenze limitate dello stato nell'economia favoriscono l'imprenditorialit.
Il meccanismo che ipotizziamo che queste istituzioni aumentino la cosiddetta elasticit aggregata di sostituzione, un meccanismo importante nel processo di crescita. Ci accade perch queste condizioni riducono i costi di transazione dell'attivit imprenditoriale. Minori saranno i costi di transazione, pi sar vantaggiosa l'attivit di sperimentazione. Le risorse saranno assegnate e riassegnate ad usi migliori. La crescita deriva di conseguenza.
Attraverso un database di 25 paesi analizzati dal 1980 al 2005 per testare queste idee, abbiamo osservato che l'imprenditorialit ha un impatto effettivo sulla produttivit totale dei fattori.
Contrariamente alle nostre aspettative, abbiamo anche osservato che l'aumento del coinvolgimento attivo dello Stato nell'economia e della pressione fiscale aumenta, in realt, l'impatto dell'imprenditorialit sulla produttivit totale dei fattori.
Le interpretazioni possibili sono due e, con i dati a nostra disposizione, non possiamo scegliere quale sia la migliore. In un caso, l'imprenditorialit ha un forte impatto sulla produttivit, perch viene facilitata da un settore pubblico ampio e ben funzionante. Nell'altro, tutte le iniziative imprenditoriali, tranne quelle pi promettenti, sono schiacciate da un apparato statale enorme e costoso da gestire.
Ci suggerisce gi che pensare alle politiche pubbliche che possono favorire l'imprenditorialit non per nulla banale. Permettetemi di continuare su questa linea.
Una domanda importante se si debbano realizzare politiche specifiche volte ad aumentare l'imprenditorialit. Questo spesso dato per scontato. Probabilmente non c' un governo in nessuna parte del mondo occidentale che non prometta di aumentare l'imprenditorialit nell'economia. Un grande esempio quello dell'amministrazione americana.
Tuttavia, non scontato che sia opportuno utilizzare i fondi pubblici per stimolare direttamente le nuove imprese. Questo per una serie di ragioni. In primo luogo, la produttivit dipende positivamente dall'et dell'impresa; le start-up, in realt, non sono molto produttive. In secondo luogo, non ancora chiaro quanto le nuove imprese contribuiscano alla creazione di posti di lavoro; probabilmente non molto. In terzo luogo, le politiche statali per l'imprenditorialit tendono a creare molti posti di lavoro in settori altamente competitivi. Ci significa che creano anche molti fallimenti (per maggiori dettagli, Shane 2008).
Non sto dicendo che l'imprenditorialit non sia importante. Naturalmente lo , perch l'imprenditorialit pu creare le prossime Luxottica, Tenaris, Atlantia,... o, Procter and Gamble, Microsoft, ecc. Talora l'imprenditorialit crea imprese grandi e longeve, che continuano ad essere innovative e imprenditoriali per lungo tempo e contribuiscono in modo determinante alla crescita e alla creazione di posti di lavoro. Quest'uoltima osservazione suggerisce che, nel pensare all'imprenditorialit, dobbiamo pensare anche all'impresa gi esistente.

L'ECCESSO DI ATTENZIONE PER LE START-UP NELLA RICERCA IMPRENDITORIALE
La maggior parte della ricerca imprenditoriale riguarda solo una parte dell'attivit imprenditoriale nell'economia, vale a dire quella rappresentata dalle start-up. Molti studiosi definiscono lo studio dell'imprenditorialit come lo studio delle start-up (ad es. Gartner & Carter, 2003:196). La maggior parte dell'economia dell'imprenditorialit, che in realt un ramo dell'economia del lavoro, definisce l'imprenditore come una persona che lavora autonomamente avviando nuove iniziative. La maggior parte delle ricerche di management (nonch la ricerca in altri settori delle scienze sociali) ha un'opinione simile.
Cos, gli studiosi si chiedono, per esempio: Perch alcuni individui, con determinate caratteristiche e disposizioni, avviano imprese, mentre altri no (Shane & Venkataraman, 2000)? Quali sono esattamente tali caratteristiche e disposizioni (Busenitz & Barney, 1997)? Quali sono le relazioni, in termini di sovrapposizione di conoscenza, tra l'impresa che impiegava l'imprenditore e la spin-off / start-up (Gompers, Lerner & Scharfstein, 2005)? Perch gli imprenditori hanno bisogno di avviare imprese per realizzare idee commerciali (piuttosto che venderle a imprese consolidate) (Foss & Klein, 2012)?
Questo tutto interessante. Tuttavia, l'opinione secondo cui lo studio dell'imprenditorialit implica soltanto lo studio delle nuove imprese inutilmente restrittiva. Ignora la storia dell'imprenditoria, travisando le dimensioni e l'importanza dell'attivit imprenditoriale nell'economia, e rischia di sviare le politiche pubbliche.
Molti dei grandi dell'economia non limitavano l'imprenditorialit alla sola formazione di nuove imprese. Cos, Jean-Baptiste Say, uno dei primi economisti a studiare seriamente il tema, descriveva l'imprenditore come colui che “sposta le risorse economiche da un'area di minore produttivit a un'area di produttivit e rendimento maggiori”. Le imprese consolidate lo fanno di sicuro.
Il mio stesso lavoro, sulla base delle teorie dell'economista americano Frank Knight (1921), ha sottolineato che gli imprenditori creano valore immaginando nuovi usi di risorse eterogenee per servire i bisogni dei futuri clienti/consumatori in condizioni di incertezza e nella speranza di fare profitto (molto di questo riassunto in Foss & Klein, 2012). Poich le risorse sono eterogenee, e non ovvio quali insiemi di risorse funzionino, spesso si devono sperimentare diversi pacchetti di risorse. Poich l'imprenditorialit orientata verso il futuro, non esistono “opportunit” oggettive: poich gli imprenditori sono i decisori finali, essi manterranno i diritti decisionali residui, la propriet, sui beni chiave. In questa prospettiva, che noi chiamiamo “visione basata sul giudizio”, non c' ragione per cui tali attivit non possano svolgersi in aziende consolidate. E, naturalmente, vi si svolgono. L'imprenditorialit un elemento fondamentale per l'esercizio di una gestione efficace delle risorse in condizioni di incertezza. Le start-up, il lavoro autonomo, ecc. sono esempi di questo, ma non sono l'intera storia.
Forse la concentrazione sull'imprenditorialit come attivit di start-up non cos strana: le innovazioni pionieristiche delle piccole imprese in fase di avvio sono notevoli.
In effetti, si d per scontato un “effetto piccola impresa”, vale a dire che le imprese pi piccole, spesso in fase di avviamento, siano sproporzionatamente pi imprenditoriali delle imprese pi grandi. Ci in parte motivato da numerose ricerche sul rapporto tra dimensione e R&S, che suggeriscono che c' pi R&S nelle imprese pi piccole. Tuttavia, la R&S non la stessa cosa dell'imprenditorialit (ovviamente non nemmeno la stessa cosa dell'innovazione). Inoltre, si fa molto folklore sui fallimenti imprenditoriali delle aziende affermate.
Di conseguenza, molta ricerca sull'innovazione postula essenzialmente una divisione imprenditoriale del lavoro in cui le piccole imprese imprenditoriali forniscono innovazioni rivoluzionarie, ma poi devono allearsi con attori pi grandi e affermati che controllano attivit complementari, come la produzione, le vendite e il marketing e cos via.
La psicologia di tali assunzioni comprensibile – a partire dall'irresistibile richiamo a Davide contro Golia (Baumol, 2010: Capitolo 2) -, ma siamo sicuri che l'effetto piccola impresa regga alla prova dei fatti? Non dimentichiamo che anche le innovazioni pionieristiche di aziende pi grandi e affermate sono impressionanti.
Non abbiamo grandi prove che le piccole imprese emergenti siano sproporzionatamente pi responsabili di innovazioni rivoluzionarie. In realt, abbiamo prove pi solide dell'esatto contrario. Penso alla ricerca di Bruce Tether (2008), ad esempio, che esamina dati della SPRU (la Science Policy Research Unit dell'Universit del Sussex) sulle innovazioni (che considerano soprattutto le innovazioni pi radicali) e scopre che le imprese pi grandi contano relativamente di pi. Un altro esempio lo studio di Chandy e Tellis' (2000) su un gran numero di innovazioni radicali nelle categorie dei beni durevoli di consumo e dei prodotti per ufficio, che dimostra che non c' davvero una “maledizione dell'impresa consolidata”.
La tendenza ad associare strettamente l'imprenditorialit alla formazione delle imprese, e quindi alle piccole imprese, deriva probabilmente da Schumpeter. Il fulcro del primo Schumpeter, lo Schumpeter della Teoria dello sviluppo economico (1911), costituito dalle start-up. Mentre il successivo Schumpeter (Schumpeter, 1942) si concentra sull'impresa consolidata come motore dell'innovazione e suggerisce che la burocrazia e la routine renderanno le innovazioni di queste imprese sempre pi banali e scontate. Da qui la distinzione prevalente tra piccole imprese agili, imprenditoriali e grandi imprese consolidate e stagnanti.
Il motivo per cui accenno a questi dettagli della storia della teoria , ancora una volta, il fardello di una sfortunata eredit storica, che ci porta a sottovalutare l'azienda consolidata come motore dell'imprenditorialit. Questo deve cambiare.

COMPRENDERE L'IMPRENDITORIALIT DELL'IMPRESA CONSOLIDATA
Oggi vi sono tre pregiudizi che ostacolano lo sviluppo di una teoria dell'imprenditorialit dell'impresa consolidata. Ne ho gi citato uno, ossia la definizione prevalente di imprenditorialit come nuova impresa.
Inoltre, si tende a concentrarsi eccessivamente sull'atto della scoperta delle opportunit. Molte ricerche analizzano il fattore psicologico, demografico o di network come antecedenti alla scoperta delle opportunit. Un vantaggio evidente di questa prospettiva, dal punto di vista della misurazione, che l'imprenditorialit osservabile in un momento preciso (cio quello della scoperta dell'opportunit).
Tuttavia, l'imprenditorialit comporta anche processi complessi di assemblaggio di pacchetti di risorse complementari (Lippman & Rumelt, 2003), e di coordinamento nel tempo delle azioni e degli investimenti, nel perseguimento del profitto in condizioni di incertezza (Casson & Wadeson, 2007). I processi attraverso i quali le idee imprenditoriali si traducono in azioni concrete sono troppo facili da ignorare se si pone l'accento sul momento della scoperta e sugli antecedenti di tale scoperta. Tali processi coinvolgono in genere molte persone, i cui sforzi devono essere coordinati.
Nella letteratura vi anche un'eccessiva concentrazione sui singoli individui. Ma molta imprenditorialit , in un modo o nell'altro, un'attivit di gruppo. Anche se il riconoscimento di un'opportunit intrinsecamente un atto individuale, la valutazione e lo sfruttamento delle opportunit possono certamente essere un lavoro di squadra o l'attivit di un'intera impresa.
La ricerca deve quindi concentrarsi maggiormente sulla comprensione dell'imprenditorialit come attivit di gruppo, o almeno come un'attivit che comporti azioni interdipendenti, all'interno di un'impresa gi costituita. Questa attivit consiste nel riunire le risorse necessarie, magari adeguando le ambizioni imprenditoriali alla luce delle risorse disponibili, e nel coordinare tali risorse, azioni e investimenti. Questo sposta l'attenzione su come questo processo gestito e organizzato – cose di cui purtroppo sappiamo abbastanza poco.
Tuttavia, alcune delle mie ricerche si sono occupate di questo aspetto, analizzando come decentramento, formalizzazione, comunicazione interna e cos via influenzino l'imprenditorialit a livello aziendale (ad esempio, Foss, Laursen, & Pedersen, 2011; Foss, Lyngsie, & Zahra, 2013; Barney, Foss, & Lyngsie, 2017). E c' anche una letteratura abbastanza consolidata sull'intraprenditorialit, il corporate venturing e l'ecologia intra-organizzativa.
Il modello di base di questa letteratura evolutivo: la nuova variazione viene introdotta dal basso, e il ruolo del top management essenzialmente reattivo: selezionare tra le variazioni che si generano ai livelli inferiori dell'azienda e identificare le poche buone idee del mix. In effetti, questa letteratura fa pensare che il coinvolgimento diretto dei top manager nel processo imprenditoriale sia controproducente.
In un recente articolo con Jay Barney e Jacob Lyngsie, ho empiricamente esaminato questo punto di vista. Confrontiamo due serie di dati, una proveniente da una survey e l'altra basata su dati pubblici danesi, analizzando circa 170.000 osservazioni a livello individuale.
Siamo interessati ai seguenti aspetti: in che modo la diversit della forza lavoro, l'iniziativa “bottom-up” e il coinvolgimento dei top manager influenzano la formazione di opportunit imprenditoriali in aziende consolidate?
Questa una domanda pertinente: molte imprese cercano deliberatamente di aumentare la diversit della forza lavoro (o di utilizzare la diversit esistente) e cercano di promuovere iniziative dal basso verso l'alto.
Analizzando i dati, scopriamo che la diversit e l'iniziativa bottom-up sono associate positivamente all'imprenditorialit (misurata come il numero di opportunit imprenditoriali degli ultimi tre anni).
Come al solito, tuttavia, ad essere davvero interessanti sono le interazioni tra dati. Quando facciamo interagire la diversit e l'iniziativa dal basso con la presa di decisioni da parte del management, l'impatto sull'imprenditorialit aumenta drasticamente. L'interpretazione che, mentre la crescente diversit e l'iniziativa dal basso verso l'alto sono associate ad una maggiore imprenditorialit, una gestione attenta di questo processo fondamentale! Contrariamente a quanto affermato, i top manager amplificano invece di ridurre l'imprenditorialit a livello aziendale.
In alcuni lavori paralleli, ancora sulla “diversit”, con Lyngsie, ci chiediamo se la leadership femminile migliori l'imprenditorialit nelle aziende affermate (Lyngsie & Foss, 2017). Cerchiamo di capire se il fatto di avere alti dirigenti donne, nelle imprese consolidate, migliori l'imprenditorialit a livello aziendale. E scopriamo che avere pi di una donna top manager associato a pi imprenditorialit, di fatto senza limiti (cos le aziende che vogliono davvero essere imprenditoriali non dovrebbero avere uomini nel top management). Tuttavia, ed interessante e provocatorio, troviamo anche che questo effetto molto pi debole nelle aziende che hanno gi molte donne nella forza lavoro!

CHIUSURA
Il mio tempo praticamente finito. Ci che ho fatto in questo breve intervento sviluppare un tema forse provocatorio, vale a dire che nella ricerca e nella politica ci siamo concentrati troppo sulle nuove imprese quando si tratta di capire che cos' e che cosa comporta l'imprenditorialit.
A causa di questa enfasi unilaterale sulle piccole start-up, abbiamo trascurato le imprese consolidate. Tuttavia, si tratta certamente di motori dell'imprenditorialit, dei progressi in termini di produttivit, della maggior parte della creazione di posti di lavoro e della crescita. Li trascuriamo a nostro rischio e pericolo.
La maggior parte della mia ricerca sull'imprenditorialit stata un tentativo di ritrovare un certo equilibrio, ponendo attenzione all'impresa consolidata. Questo ci che continuer a fare qui all'Universit Bocconi.
Sono molto grato per il sostegno dell'ingegner Carlo De Benedetti, del Rettore Verona, e dei meravigliosi colleghi del mio dipartimento. Quindi, per collegarmi al prossimo oratore, spero di poter colmare un'importante lacuna strutturale.

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