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Dossier Senza teoria non c’è empirismo

    Dossier | N. 22 articoliProcesso all’economia

    Senza teoria non c’è empirismo

    Il Nobel per la fisica è stato assegnato quest’anno a tre studiosi (Weiss, Barish e Thorne) che hanno validato empiricamente una teoria vecchia di un secolo, originata da una sola equazione che vuole spiegare l’intero universo. Quelli, tra gli economisti, che aspirano a fare dell’economia una scienza esatta come la fisica hanno probabilmente provato un po’ di invidia e, forse, un po’ di disappunto nel vedere il Nobel per l’economia assegnato a uno studioso,Thaler, che si occupa anche di psicologia, quanto di meno facilmente riconducibile al rigore di una sola o poche equazioni. Ma l’economia nasce come scienza sociale ed è come tale che ha contribuito enormemente alla nostra comprensione del mondo in cui viviamo, come ha ricordato Francesco Trebbi su queste colonne (Il Sole 24 ore 17 ottobre).

    I grandi progressi degli ultimi decenni sono dovuti soprattutto a straordinarie ricerche empiriche rese possibili anche dall’uso di enormi quantità di “micro dati” (individuali e di impresa) e dalla crescita esponenziale della capacità di calcolo. Questi progressi non sarebbero però stati possibili senza un impianto teorico che, nella necessaria semplificazione delle ipotesi, crea un robusto quadro concettuale, indispensabile per l’impostazione delle ricerche empiriche.

    Nella formazione degli studenti di economia, soprattutto di quelli che non saranno economisti di professione, è impossibile prescindere dall’equilibrio economico generale dal quale partire per insegnare a ragionare sull’impiego efficiente delle risorse, sul ruolo informativo e allocativo dei prezzi, sull’uso ottimo di beni in quantità limitata. Il fatto che gli esseri umani, come ricorda Thaler, spesso non si comportino razionalmente non significa che non si debba insegnare a pensare razionalmente e a capire come sarebbero le relazioni economiche se tutti si comportassero da esseri razionali. È dunque ancora dagli elementi di base della teoria economica “tradizionale” che bisogna partire per formare gli economisti. Ma tali elementi sono solo una base di partenza.

    Wendy Carlin, instancabile animatrice del progetto Core per l’insegnamento dell’economia, sostiene che «l’economia è in grado di spiegare molte cose, ma i curricula universitari non lo sono». Sono due tesi estreme, ma c’è in entrambe molto di vero.

    Succede all’economia, come alla medicina, di avere fatto grandi progressi nella spiegazione di alcune grandi questioni che interessano gli studenti e l’umanità intera ma di non essere ancora arrivata a capirli fino in fondo. Basta pensare ai meccanismi della crescita economica di lungo periodo, alle cause della disoccupazione strutturale, all’origine e alla dinamica delle crisi economiche, alle forze che determinano creatività e innovazione. Sono però queste le questioni che, insieme a quelle ambientali, interessano i ragazzi intellettualmente più vivaci. L’insegnamento universitario dell’economia deve attrezzarsi più di quanto già faccia ad aiutare gli studenti ad affrontare questi problemi senza pretendere di dare risposte definitive quando queste semplicemente non ci sono. Si tratta allora di formare anzitutto a formulare domande articolate e intelligenti prima che a fornire risposte. Si tratta poi, e questa è la parte più difficile, di insegnare a usare tecniche e metodi e diversi per questioni diverse e, soprattutto, di usarne più di uno per risolvere un singolo problema. Si tratta di fare capire, con esercizi ed esempi concreti, che spesso usando insieme la teoria, l’analisi quantitativa e la storia economica si sono ottenuti risultati che nessuna di queste discipline avrebbe potuto ottenere da sola.

    Mi è difficile, a questo punto, non dare la sgradevole impressione di parlare pro domo mea. Ma mi è anche difficile disconoscere il contributo essenziale che può dare la storia economica all’analisi e alla soluzione di problemi importanti, che catturano l’interesse degli studenti. Penso, ad esempio, alle crisi finanziarie e al loro diffondersi all’economia reale, fenomeni nello spiegare i quali la teoria economica ha non poche difficoltà. Ben Bernanke, il presidente della banca centrale statunitense al tempo della Grande recessione, era stato l’autore di importanti lavori sulla Grande Crisi degli anni Trenta e dimostrò di averne imparato le lezioni, Christine Romer, presidente del Consiglio degli esperti economici di Obama, è una storica economica di Berkeley: il suo apporto, lontano dai riflettori, fu di non poco conto. L’apporto della storia economica è anche indispensabile per cercare di rispondere alla domanda: «Perché alcuni Paesi si sviluppano e altri no?». Non solo: domande che riguardano il nostro futuro come la creazione e distruzione di lavoro in seguito alle rivoluzioni tecnologiche rimandano direttamente a quanto sia possibile imparare da esperienze passate. Perché la storia economica possa contribuire ad adeguare i programmi di insegnamento dell’economia, servono però docenti e ricercatori che capiscano la teoria economica e i metodi quantitativi e siano interessati a discutere i grandi problemi che interessano gli studenti, aiutandoli a cercarne la spiegazione anzitutto con gli strumenti propri dell’economista, educandoli a ragionare da economisti, facendoli apprezzare una scienza sociale che, per quanto imperfetta e non sempre in grado di fornire spiegazioni soddisfacenti ad alcuni grandi problemi, è tuttavia capace di spiegare molte cose, passate e presenti.

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