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Dossier La rabbia contro le élite

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    Dossier | N. 7 articoliWorld books

    La rabbia contro le élite

    - Heinrich Geiselberger (a cura di), The Great Regression, Polity, 2017 (La grande regressione, La Feltrinelli, 2017)

    - Mark Lilla, The Shipwrecked Mind: On Political Reason, New York Review of Books, 2016

    - Pankaj Mishra, Age of Anger: A History of the Present, Penguin, 2017 (L'età della rabbia, LaFeltrinelli, in uscita il 30 gennaio 2018)

    - Jan-Werner Müller,What is Populism?, University of Pennsylvania Press, 2016 (Cos'è il populismo?, Università Bocconi Editore, 2017)


    Come possiamo dare senso a un mondo che negli ultimi dieci anni si è sottratto all’idea condivisa da politici e intellettuali che fosse emerso un ordine globale immutabile, per quanto imperfetto, dopo la Guerra fredda? I quattro libri presi in esame rappresentano quattro risposte a questa domanda. Ma tutti partono dalla premessa che per rispondere a tale quesito bisogna necessariamente comprendere la perdita di unità e coerenza dell’Occidente. E ciascun libro, pur offrendo prospettive diverse, è alle prese con tre questioni comuni al centro dell’attuale malessere politico dell’Occidente.

    La prima: la crescente consapevolezza popolare e intellettuale che qualcosa non funzioni nelle società occidentali. Nella sua introduzione a The Great Regression, Heinrich Geiselberger, curatore della casa editrice Suhrkamp Verlag, cita il fu Ulrich Beck: “È solo quando l’ordine mondiale crolla che le persone iniziano a pensarci”. Beck faceva riferimento al capitalismo liberale dei mercati, l’ordine era in ascesa durante “gli anni d’oro ’90” fino ai 2000 – un periodo presumibilmente post-storico che era iniziato con il crollo dell’Unione sovietica. La nostra certezza incondizionata su quell’ordine cessò improvvisamente con la crisi globale finanziaria del 2008.

    La seconda riguarda il fallimento collettivo delle élite economiche e politiche nei diversi paesi e regioni. A prescindere dal fatto che il potere delle élite rifletta o meno il valore o il privilegio, la meritocrazia o l’eredità, di fatto gestiscono la società. Quando pensano troppo a se o mancano di autorità morale, i cittadini iniziano a cercare altri rimedi, alcuni in modo più produttivo di altri.

    La terza questione è l’ideologia reazionaria – le varie sfumature del populismo e del nazionalismo esclusivo che origina da sentimenti endemici di frustrazione e delusione – su cui hanno facilmente fatto leva gli imprenditori politici, soprattutto di destra. Quando le persone si sentono politicamente allo sbando ed emarginati nel quadro di una crescente disuguaglianza economica, potrebbero dar seguito ai propri risentimenti avvallando i fantasiosi programmi di politici populisti.

    Punto di rottura
    Non è in dubbio il fatto che il mondo del 2017 sia diverso da quello del 2007. Ma dove siamo esattamente, e come siamo arrivati a questo punto? Innanzitutto, vale la pena ricordare che la pace non è durata molto dopo la fine della Guerra fredda. La minaccia del terrorismo e la prosecuzione di nuove guerre in Asia centrale e nel Medio Oriente hanno portato nuove insicurezze. E poi le tre decadi di globalizzazione durante le quali la Cina è emersa come la seconda potenza economica del mondo hanno subito un brusco arresto a causa della crisi del 2008.

    La crisi finanziaria si è rivelata essere il maggiore stress test economico del mondo dopo la Grande Depressione, nonché la maggiore sfida per i sistemi politici e sociali dopo la Seconda Guerra mondiale. Non ha solamente minacciato mercati finanziari e valute, ma ha altresì messo a nudo una serie di carenze sul fronte delle politiche pubbliche e aperto le porte a un periodo di serrata austerità, crescente disoccupazione e sistemi di previdenza sociale in difficoltà. La globalizzazione sembrava essere in pericolo, insieme all’agenda neoliberale del cosiddetto Consenso di Washington. Alcuni commentatori, come il sociologo ed economista tedesco Wolfgang Streeck, hanno persino proclamato l’imminente fine del capitalismo stesso.

    Allo stesso tempo, Internet, i social media e altri progressi tecnologici hanno accorciato le distanze del mondo cambiando profondamente il modo di comunicare. Eppure, se da un lato le persone sono senza dubbio più libere, dall’altro sono anche meno sicure. Come tali, alcuni hanno risposto alla marginalizzazione economica e politica unendosi a ciò che Streeck definisce “great unwashed”, ossia la plebe, una massa di in¬dividui non istruiti – quelli che Hillary Clinton chiamava un “branco di miserabili”.

    Durante questo periodo di cambiamento epocale, le élite globali, o almeno occidentali, hanno apparentemente perso il copione, e con esso il controllo sull’obbedienza dei cittadini. Per capire cosa poter fare bisogna prima capire come si è arrivati a quel punto.

    La grande paura
    In Age of Anger, il saggista e romanziere indiano Pankaj Mishra offre un’insolita e alquanto sconcertante diagnosi di una malattia che non ha apparentemente alcun rimedio. Mishra esamina il presente attraverso la storia delle idee, e giunge alla conclusione che ciò che stiamo vivendo non sono nient’altro che le ultime conseguenze del fallimento a lungo termine dell’Illuminismo, e del processo di modernizzazione riversato sul mondo.

    Nella visione di Mishra, la storia della modernizzazione non è una storia di costante miglioramento del benessere e di inevitabile realizzazione di libertà, bensì una storia di brutalità e dominazione – a livello domestico con un’élite autoreferenziale e subdola, a livello internazionale con l’arroganza e il colonialismo occidentale. Mishra schiera pensatori del calibro di Jean-Jacques Rousseau, Voltaire, Georges Sorel, Johann Gottfried Herder e Friedrich Nietzsche per dimostrare dove le élite hanno ripetutamente commesso errori e
    peggiorato le cose. E tende un filo saldo di distruzione dalle sanguinose rivoluzioni del XVIII e XIX secolo fino al regno ancora più sanguinoso del fascismo e stalinismo nel XX secolo. L’era corrente, poi, è un tassello di una storia centenaria di ignoranza, terrore e brutalità inflitta dalle élite occidentali.

    Mishra scrive in modo pungente, e le sue argomentazioni sono talvolta brucianti, talvolta profondamente viziate. Le sue prove sono frammentarie e selettive alla meglio, così come la sua lettura dei tanti filosofi e pensatori cui fa riferimento. Per Mishra, il retaggio dell’Illuminismo non è incarnato nelle odierne società civili libere e individualistiche, quanto nella perversione delle egoiste élite – punto.

    Nel fare questa ampia e imprecisa dichiarazione, Mishra mostra di essere poco interessato alle prove empiriche, e non si preoccupa affatto di considerare contro-argomentazioni. Per sposare la sua dichiarazione, dovremmo accettare che il progetto integrazionista della moderna Unione europea sia un continuum dello stalinismo (una tesi spesso sentita dai populisti dell’Europa centrale e dell’Est); e che i precedenti economici e politici dei paesi occidentali sono stati quasi del tutto negativi. Age of Anger è un libro scoraggiante, perché in qualche modo tendenzioso, e perché Mishra si rifiuta di offrire una soluzione. Iniziando e finendo con rabbia, il libro si mostra per lo meno fedele al proprio titolo.

    I nuovi reazionari
    In The Shipwrecked Mind, lo scienziato politico della Columbia Mark Lilla offre una valutazione nel suo insieme più attenta ed equilibrata del momento attuale. Anche lui consulta gli scritti di grandi pensatori, come Franz Rosenberg, Eric Voegelin e Leo Strauss, ognuno dei quali rispondeva ai cambiamenti economici, politici e sociali dell’epoca da reazionario, invece che da rivoluzionario.

    Nella mente di Lilla, i reazionari non devono essere dei conservatori a livello politico. Possono essere, come accade spesso, radicali, ma si oppongono alla tendenza della modernità di spingere le istituzioni umane in direzioni che ritengono discutibili o avventate. Vanno contro corrente, e quindi finiscono in breve tempo per “naufragare”. Proprio perché non sono in grado di portare realmente indietro le lancette dell’orologio, i reazionari fungono da fine utile come contrappunto per gli impetuosi rivoluzionari. La loro idealizzazione del passato aiuta a plasmare il presente – o almeno a darne una lettura.

    Ai reazionari piace porre la domanda retrospettiva: “Cosa succederebbe se..?”. E come dimostrano i brillanti capitoli di Lilla sulla Riforma, si tratta di una domanda che spinge lettori o ascoltatori a un excursus intellettuale. Ad esempio, come si sarebbe evoluta la civiltà occidentale se le tesi di Martin Lutero avessero scatenato una riforma del Cattolicesimo invece che la nascita del Protestantesimo? Certamente la Guerra dei Trent’anni non avrebbe devastato l’Europa nel XVII secolo. Ma una possibilità ancora più profonda è che, senza l’etica del lavoro protestante, il capitalismo non si sarebbe sviluppato come invece è accaduto. Il paese stesso di Lutero, la Germania, potrebbe non esistere oggi nella sua attuale forma. E il colonialismo – che ha arricchito l’Europa, e soprattutto l’Inghilterra – avrebbe potuto seguire un corso del tutto differente.

    Ma questo tipo di esercizio storico serve a capire il mondo di oggi? Prendiamo il capitolo di Lilla sulla Francia. Dalla fine degli anni ’60, scrive, la Francia vive dei cambiamenti “che non piacciono quasi nessuno, e né gli intellettuali di sinistra né i politici centristi sembrano capaci di affrontarli in modo soddisfacente”. La storia ci dice che, quando accade questo, i reazionari assumono un ruolo politico-interpretativo, offrendo un quadro e una visione del mondo alternativa per comprendere il profondo malcontento dei cittadini.

    Oggi, gli intellettuali e gli scrittori francesi reazionari come Éric Zemmour e Michel Houellebecq stanno riempiendo il vuoto narrativo. E così anche Marine Le Pen del Front National di estrema destra, per non parlare dei pensatori conservatori americani che prendono parte all’“alt-right”. Chiaramente, la politica reazionaria può essere consequenziale quanto la politica rivoluzionaria, soprattutto quando i reazionari fanno uso di forme moderne di comunicazione. Come ci hanno insegnato i populisti del passato e del presente, i metodi all’avanguardia possono essere sempre impiegati per creare idee ataviche.

    La mente populista
    Gli intellettuali reazionari sono spesso solo a un passo dall’essere populisti – o almeno dall’essere catturati da ideologie populiste. Ma cosa definisce la persuasione populista? A questa domanda tenta di dare una risposta Jan-Werner Mueller, scienziato politico di Princeton, in What is Populism?

    Mueller sostiene che il populismo sia all’origine del regresso democratico così apparente in paesi quali Russia, Ungheria e Polonia, nonché nelle democrazie mature quali Stati Uniti, Francia, Germania, Finlandia e Austria. Il suo libro offre un’analisi del fenomeno concisa e scevra da qualsiasi gergo oltre a una approfondita definizione del termine.

    I populisti, spiega Mueller, “insistono sul fatto di essere gli unici rappresentanti legittimi” del “popolo”. Sono “anti-elitari” e “anti-pluralisti”, e le loro posizioni sono “immuni alla confutazione empirica”. Il loro unico interesse nei processi democratici è di essere “confermati per ciò che hanno già deciso essere la volontà delle persone reali”. E spesso puntano all’“occupazione dello stato, al clientelismo, alla corruzione di massa e alla soppressione di una società civile critica”.

    Oltre a delineare una spiegazione chiara e puntuale di populismo, Mueller dà un consiglio ai “difensori della democrazia liberale”. Nella sua visione, gli anti-populisti dovrebbero identificare e colmare i divari di rappresentazione democratica spesso sfruttati dai populisti. E per riconquistare gli elettori insoddisfatti serviranno politiche realistiche in grado di affrontare direttamente le loro preoccupazioni. Ovviamente si tratta di un progetto a lungo termine, il cui successo dipenderà da se e quando l’ondata populista si infrangerà contro la sabbia della realtà politica.

    In pratica, è sbagliato focalizzarsi sul perché il premier ungherese Viktor Orbán o il presidente Usa Donald Trump non siano adatti all’incarico, o su quanti danni possano infliggere al mondo. Sarebbe meglio concentrarsi sui loro adepti e parlare onestamente dei motivi di malcontento pubblico, come ha fatto Emmanuel Macron quando ha inaspettatamente vinto le presidenziali francesi in primavera.

    La malattia autoimmune della democrazia
    The Great Regression, un volume di saggistica che riunisce la voce di diversi autori, offre prospettive che trattano problematiche culturali, politiche ed economiche. In “Democracy fatigue” (la fatica della democrazia), l’antropologo indo-americano Arjun Appadurai punta a spiegare perché la democrazia liberale venga sempre più rifiutata a favore dell’autoritarismo populista. Innanzitutto, osserva, i leader populisti hanno posto un nuovo accento sulla sovranità culturale. In Russia, le richieste di uno “spazio culturale unificato” non sono diverse da quelle che ora si sentono in Turchia, India, in alcuni paesi europei e negli Usa. In un mondo globalizzato, sostiene Appadurai, la sovranità economica non è più la base della sovranità nazionale. Come tali, i leader populisti intendono “promettere la purificazione culturale nazionale come strada verso la potenza politica globale”.

    Se da un lato gli elettori possono essere d’accordo con le richieste populiste di “purificazione”, dall’altro potrebbero usare il proprio voto come mezzo per “uscire” dalla democrazia. Come ha dimostrato l’economista Albert O. Hirschman nel suo libro del 1970 Exit, Voice, and Loyalty, gli elettori insoddisfatti del sistema possono abbandonarlo – ecco l’exit, ossia l’uscita – oppure possono tentare di modificarlo – facendo sentire la propria voce. Appadurai giunge alla conclusione che mentre i leader populisti rifiutano la democrazia perché impedisce loro di perseguire il potere, i loro seguaci sono ampiamente vittime della “fatica della democrazia”. Per leader e seguaci, la causa nazionalista di egemonia culturale è terreno comune.

    Nel suo saggio “Majoritarian futures” (futuri maggioritari), lo scienziato sociale bulgaro Ivan Krastev affronta i paradossi della democrazia liberale in un contesto di approfondimento della globalizzazione. Nelle odierne democrazie liberali, osserva, i cittadini si sentono sempre più impotenti, e ciò li ha resi cinici rispetto al sistema stesso. Il risultato è che le elezioni libere, pur garantendo inclusione politica per i gruppi di minoranza, hanno altresì iniziato a erodere i blocchi elettorali esistenti, mentre gli elettori delle fasce rurali e della classe operaia si aprono sempre più ai movimenti di destra e ai partiti populisti.

    Un altro paradosso è che la svolta populista viene perlopiù alimentata dai tradizionali elettorati di sinistra. A causa del cambiamento demografico e a una percepita “rivoluzione del migrante”, gli elettori della classe operaia temono che l’ordine morale si stia sgretolando attorno a loro. Secondo Krastev, è questa minaccia percepita, e non i reali eventi sul campo, a scatenare le reazioni ostili verso gli outsider come quelle viste in molti paesi europei in risposta agli influssi di profughi.

    Il populismo può manifestarsi in maniera diversa a seconda del paese. Ma come dimostra Krastev, i regimi maggioritari emersi in Ungheria, Polonia e in altri paesi presentano caratteristiche comuni, inclusa la separazione tra democrazia e liberalismo e lo smantellamento delle istituzioni che mantengono l’equilibrio tra i vari poteri.

    Promesse mancate
    In un altro saggio, “The return of the repressed as the beginning of the end of neoliberal capitalism” (il ritorno degli oppressi come inizio della fine del capitalismo neoliberale), Streeck sferra un’invettiva quasi leniniana sulla nostra attuale era. Nella sua visione, l’ascesa del neoliberalismo – inclusa la creazione dei mercati liberi e i sistemi di global-governance – era inevitabile. Il problema è che il neoliberalismo non ha mantenuto le promesse. Anzi, sostiene Streeck, ha agevolato la transizione verso la post-democrazia, e ha dato il via a un’era di politica post-fattuale in cui le “menzogne degli esperti” sono utilizzate per garantire il consenso popolare e la resistenza al silenzio.

    Per Streeck questo processo è iniziato molto tempo prima dell’ascesa delle “fake news” e del disprezzo per gli esperti che hanno spinto il voto sulla Brexit nel Regno Unito e l’elezione di Trump negli Usa. Il ritorno della plebe dall’apatia politica al voto popolare, soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2008, è la prova del diffuso malcontento rispetto alla globalizzazione e alle storie neoliberali in generale.

    Per Streeck, dipingere tali elettori con un termine di ampia portata come populismo non è particolarmente d’aiuto, perché ignora il fallimento cognitivo delle élite internazionali di fronte al “ritorno degli oppressi”. Streeck considera l’etichetta populista come un modo per respingere una nuova opposizione, affermando al contempo l’autorità morale dell’internazionalismo liberale e del capitalismo globale. Il che non significa che secondo Streeck i populisti riusciranno a mettere fine alla crisi del capitalismo, anzi non faranno che complicare l’attuale “interregno”.

    Infine, Streeck conclude che “la rieducazione antinazionale dall’alto produce il nazionalismo anti-elitario dal basso”. I progetti come l’integrazione europea possono funzionare solo con l’appoggio dei cittadini; non possono semplicemente essere imposti. Come Mueller, anche Streeck consiglia alle élite politiche di focalizzarsi meno sullo spauracchio populista e più sui timori di un elettorato che si è risvegliato.

    Dalla storia al futuro
    Va detto che tutti e quattro i libri sono perfettamente leggibili e non appesantiti da troppo gergo. Sono più efficaci quando le dichiarazioni restano focalizzate e modeste, come nei saggi di Appadurai e Krastev, e più deboli quando eccedono, come nel caso di Mishra. In generale, un approccio del tipo “cosa succederebbe se…?” sulla scia di Lilla sarebbe stato auspicabile, non per considerare le realtà controfattuali, ma per capire dove le cose hanno iniziato ad andare storto in Occidente.

    Leggendo questi libri viene in mente Alexander Gerschenkron, il grande economista russo-americano, che sosteneva la necessità di una multa su parole come “necessità” o “necessario” negli scritti storici. Pochi eventi o accadimenti sono necessari o inevitabili, perché la storia umana non aderisce a una legge ferrea che non lascia spazio ad alternative.

    La crisi finanziaria globale, ad esempio, non era necessaria; avrebbe potuto essere evitata con una migliore governance finanziaria. Allo stesso modo, anche la Primavera araba non era destinata a fallire; una migliore diplomazia avrebbe potuto produrre un risultato del tutto differente. Anche la nomina di Hitler a cancelliere della Germania nel 1933 non era inevitabile, dato che il Partito nazista ottenne solo un terzo dei voti nelle elezioni federali del 1932. L’ascesa di Hitler fu favorita dalla politica del rischio calcolato appoggiata dalle élite politiche tedesche dell’epoca. E il resto, come si dice, è storia.

    Analogamente, occorre fare attenzione quando si prevede la scomparsa dell’Occidente, la fine del capitalismo o il crollo della democrazia liberale. Rientra nel potere delle élite prendere decisioni che portino beneficio a tutta la società, e non gli interessi meschini. Le élite hanno sicuramente fallito in tal senso nell’ultimo quarto di secolo, ma non devono continuare a sbagliare in futuro.

    La prova è in ogni esempio di società che ha corretto il corso. Negli Usa sono state messe in atto una serie di azioni positive per rimediare al retaggio della schiavitù e della segregazione razziale nel paese. In Europa l’Ue è stata creata per trascendere una lunga storia di ostilità nazionalista e guerra. In Sud Africa, l’apartheid fu abolito in modo tale da riconciliare la minoranza bianca con il governo a maggioranza nera. In Germania, l’Ostpolitik preparò la strada per la caduta del Muro di Berlino. In Spagna, la morte del dittatore Francisco Franco aprì la strada alla nascita di una vibrante democrazia costituzionale. Argentina e Grecia hanno seguito percorsi simili dopo il collasso delle rispettive giunte al governo. E in Canada, il governo ha mantenuto l’unità nazionale attraverso il compromesso con i movimenti separatisti del Québéc.

    Il più delle volte le élite hanno positivamente fatto la differenza nel mondo; e talvolta hanno agito per prevenire la deriva culturale, protetto le tradizionali fonti di identità e affrontato controversie politiche. Quando si decide a chi affidare la gestione delle nostre società, è comprensibile che tanti, intorbiditi dalla crescente precarietà della vita, dei mezzi di sussistenza e dell’identità, salgano su questo treno della perfidia. Ma questa non è l’unica storia che valga la pena tenere a mente.

    Traduzione di Simona Polverino

    (*) Helmut K. Anheier è presidente e professore di sociologia presso la Hertie School of Governance di Berlino.
    Copyright: Project Syndicate, 2017.
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