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La nuova Federal Reserve e le incognite su tassi e regole

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La nuova Federal Reserve e le incognite su tassi e regole

È iniziato l’ultimo giro di valzer per Janet Yellen, che lascerà al suo successore al timone della banca centrale americana (Fed) il non facile compito di trovare una rotta che trovi un equilibrio tra le esigenze della politica monetaria e quella della regolamentazione bancaria, in presenza di una amministrazione Trump che verosimilmente cercherà di esercitare pressioni su entrambi i fronti. È una rotta che noi europei dovremo guardare con molta attenzione, visto che le conseguenze sia per l'euro che per l'industria bancaria europea potrebbero essere rilevanti.

Ieri la Yellen ha confermato la sua linea della ambiguità: i tassi per oggi sono fermi, domani chissà . La politica di galleggiamento della Fed lascia una eredità non piacevole per chi prenderà il suo posto; l'opinione più accreditata negli Stati Uniti è infatti che il presidente Trump non offrirà un secondo mandato alla Yellen. In ogni caso il nodo che la nuova presidenza della Fed sarà chiamata a sciogliere non cambia, e può essere riassunto con la seguente domanda: sarà possibile definire una rotta per la politica monetaria e per la regolamentazione bancaria che non venga catturata dagli interessi di breve periodo del presidente Trump?

La domanda scaturisce dal disegno dei rapporti istituzionali tra politica e banca centrale che caratterizza il contesto statunitense, che ci porta a definire la Fed come una burocrazia potenzialmente potente nella tattica, ma altrettanto strutturalmente debole nella strategia. Se la tattica è la capacità di poter scegliere i propri strumenti di intervento, è indubbio che la Fed sia una banca centrale molto potente: essa è l’unica autorità della politica monetaria, ed allo stesso tempo anche la principale responsabile della definizione della politica di regolamentazione e vigilanza bancaria. Se però andiamo a guardare la strategia, il pilastro su cui si regge l'efficacia di una moderna banca centrale è la sua capacità di definire politiche che possono essere indipendenti, cioè immuni, da eventuali pressioni dei governi in carica ad avviare azioni miopi, o ideologiche, o elettorali.

In altri termini, la banca centrale deve essere immune al rischio cattura da parte della politica. Purtroppo per la Fed il rischio cattura è invece molto alto. La causa prima è proprio la sua fisionomia istituzionale: il suo mandato ha una radice legale debole - è scritto semplicemente nello statuto, quindi modificabile in ogni momento da qualunque legislatura - e delega alla banca centrale la ricerca continua di un equilibrio tra più obiettivi - inflazione e crescita - che tipicamente indebolisce la posizione del delegato.

La causa seconda è l’atteggiamento stesso della Fed, almeno durante la presidenza Yellen: invece di rafforzare la sua posizione, legandosi le mani attraverso la definizione di una regola condotta con obiettivi precisi - come accade durante l’esperienza di successo di Paul Volcker negli anni Ottanta - la Fed ha adottato una condotta assolutamente discrezionale, in cui la definizione degli obiettivi è orba - c’è solo per l’inflazione - e le scelte sono sì “data dependent”, ma senza dire quali siano i dati rilevanti. È una condotta definita dal predecessore della Yellen, Ben Bernake di «discrezionalità condizionata», ma di condizioni da rispettare se ne vedono ben poche.

Per cui il prossimo presidente della Fed sarà ad alto “rischio cattura” rispetto alle preferenze del presidente Trump riguardo alla politica monetaria e a quella bancaria. A questo proposito, nel perimetro della politica monetaria le preferenze dell’attuale presidente non sono facili da individuare, avendo avuto nei mesi passati un atteggiamento ondivago; durante la campagna elettorale, attaccava duramente la politica monetaria espansiva della Fed; ma ora, se davvero intende realizzare la politica fiscale espansiva ripetutamente annunziata, e ha qualche attenzione al debito pubblico - cosa su cui peraltro si può anche dubitare - potrebbe gradire una politica monetaria che si “normalizzi” lentamente, senza docce fredde sui tassi di interesse.

Nel campo della politica bancaria invece l’orientamento del presidente appare più decifrabile: basta con i lacci e lacciuoli imposti dall’amministrazione Obama nei confronti di Wall Street. La deregolamentazione dovrebbe caratterizzare il nuovo corso della Fed, se i desideri del presidente verranno ascoltati. Se un presidente della Fed è debole, i desideri dell’amministrazione tendono a essere ascoltati; forse non è casuale che Janet Yellen ha recentemente votato a favore proprio in un provvedimento di deregolamentazione finanziaria.

Il nuovo timoniere della Fed si troverà allora in una posizione non semplice, essendo stato preceduto da una condotta della Fed che è stata ambigua nella politica monetaria e accondiscendente nella politica di vigilanza. Da questo punto vista, sarà interessante capire se l’attesa scelta di Trump per Jerome Powell sia fondata anche sul presupposto che si tratti del candidato che dia anche più garanzie di arrendevolezza.

Ma in ogni caso, l’Europa dovrà guardare con molta attenzione alla rotta che verrà scelta dalla nuova Fed: da un lato l’andamento dei tassi e del dollaro, dall’altro l’atteggiamento statunitense nelle sedi internazionali in cui si definisce l’architettura dei controlli - Basilea, ma non solo - possono creare ondate insidiose. Nel campo monetario, la banca centrale europea (Bce) ha pochi giorni fa ribadito che la sua funzione obiettivo non dipende da quella della Fed; ma per certo non è neanche indifferente alla instabilità che essa potrebbe creare. Nel campo bancario, l’economia europea dipende dalle banche molto più di quella statunitense; una svolta decisa verso la deregolamentazione della Fed non sarebbe affatto una buona notizia. Insomma, l’incertezza nella politica monetaria e la deregolamentazione in quella bancaria non sono certo gli ingredienti per consolidare la ripresa economica.

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