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Abu Dhabi, un miliardo per il «museo universale»

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Abu Dhabi, un miliardo per il «museo universale»

«Raccontare la storia del mondo attraverso 100 oggetti», scriveva nel 2012 Neil MacGregor, allora direttore del British Museum. Oggi il Louvre Abu Dhabi si presenta al mondo come “museo universale” contemporaneo: nella società della globalizzazione, dove le comunità si muovono rapidamente, qual è lo scopo dei musei? In un’epoca che ha visto nascere più musei negli ultimi vent’anni che nei due secoli precedenti – solo quest’anno ne sono nati una ventina tra Shenzhen e Marrakech passando per Miami – l’11 novembre sarà la volta del Louvre Abu Dhabi, che nei prossimi giorni accoglierà il presidente francese Emmanuel Macron.

Secondo indiscrezioni l’edificio firmato da Jean Nouvel sarebbe costato 582 milioni di euro. L’accordo con Parigi per il brand Louvre è costato 400 milioni (di cui 212 dovrebbero essere stati già versati), più altri 275 milioni, suddivisi tra prestiti dai tredici musei francesi (190 milioni per 10 anni), il budget annuo per mostre temporanee (13 milioni), la gestione annua e le nuove acquisizioni (40 milioni), oltre 25 milioni di sponsorizzazioni per il Louvre, fanno sì che l’operazione superi il miliardo di euro.

La regìa e il supporto manageriale e scientifico è dell’Agence France-Muséums, il cui direttore Manuel Rabaté è stato nominato nel 2016 direttore del Louvre Abu Dhabi con l’obiettivo di trasformare la città in hub del turismo culturale e artistico. L’isola di Saadiyat accoglierà anche lo Zayed National Museum firmato da Norman Foster e il Guggenheim progettato da Frank Gehry. La nuova isola dei musei intende attrarre per il 2020 8,5 milioni di arrivi ad Abu Dhabi, cioè raddoppiare i 4,4 milioni del 2016 (+8% sul 2015), oggi provenienti per la maggioranza da Cina, India e Regno Unito. Secondo l’Fmi, il Pil di Abu Dhabi dovrebbe crescere del 3,2% nel 2018 rispetto al +2,8% del 2016. Effetto Louvre? Una sfida giocata sul business and leisure, ma che differenzia Abu Dhabi da Dubai e Doha con la carta del soft power.

La “città bianca museo” del Louvre Abu Dhabi da 87mila mq è uno spazio composto da 55 edifici bianchi ispirati alle medine e circondato dall’acqua su cui campeggia la cupola geometrica di acciaio e alluminio che filtra la luce e difende il tesoro dai 40 gradi esterni. Sembra che la old economy del petrolio abbia lasciato spazio agli investimenti infrastrutturali e allo shopping dei brand del lusso, Louvre compreso. Ma il Louvre Abu Dhabi rompe gli schemi della tradizione per narrare l’origine delle civiltà, con le arti di tutti i tempi e di ogni luogo: una sorta di rinascimento dell’umanità e di risarcimento dei Paesi “altri”, in primis arabi, dal «furto della storia» ad opera dell’Occidente colonizzatore, denunciato dall’antropologo Jack Goody.

Nelle sale tematiche, il cammino della civiltà si snoda attraverso i simboli delle religioni coi loro testi sacri, del potere e dei commerci e della storia dell’arte, soprattutto francese, fino alla contemporaneità rappresentata dall’attivista Ai Wei Wei: un invito alla tolleranza e alla comunanza dei valori religiosi e morali, dove guerra e terrorismo scompaiono. Il direttore del museo Manuel Rabaté conferma: «Qui i visitatori possono scoprire l’origine della loro cultura e le relazioni con quelle degli altri Paesi». Lo sforzo è sorprendere i visitatori e dar loro la possibilità di superare le barriere culturali. Ci riuscirà il nuovo museo? È la sfida culturale del nuovo secolo, giocata con i 300 prestiti francesi tra cui La Belle Ferronnière di Leonardo, un autoritratto di Vincent van Gogh e Il pifferaio di Édouard Manet dal Musée d’Orsay, dove la centralità dell’Occidente si sposta insieme con il flusso dei capitali verso Oriente, con il Medio Oriente come via di passaggio.

«Lo spirito - spiega Mohamed Khalifa Al Mubarak, chairman della Abu Dhabi Tourism & Culture Authority - è di apertura alle differenze e alle connessioni culturali. L’invito è alla tolleranza: ci rivolgiamo al pubblico arabo, qui il 15% dei lavoratori è emiratino, vorremmo attrarre visitatori da Arabia Saudita e Nord Africa per offrire lì un messaggio di tolleranza». Nell’agorà della citta-museo svettano il muro inciso con caratteri cuneiformi di Jenny Holzer, che trascrive due testi, in sumero e akkadiano, simbolo del dialogo tra culture, e l’albero di Giuseppe Penone icona del rapporto tra natura e uomo.

Dopo la falsa partenza del 2012, solo nel 2013 sono iniziati i lavori affidati al consorzio guidato da Arabtec. L’operazione, contrastata sul nascere da storici dell’arte e critici francesi e contestata dai movimenti attenti al trattamento dei lavoratori, perlopiù asiatici, ora dovrebbe mettere tutti d’accordo. La sfida del museo, con la cessione in esclusiva del brand per 30 anni e sei mesi, prevede mostre temporanee per 15 anni dall’apertura e prestiti di opere dal Louvre e dai musei francesi per i prossimi 10 anni. I prestiti dal quarto anno scenderanno a 250 opere, dal settimo a 200 finché dall’11esimo dall’apertura del museo, tutte le gallerie saranno occupate da opere del Louvre Abu Dhabi, già dal 2009 tra i maggiori player sul mercato dell’arte. Oggi la collezione permanente conta 620 opere di tutte le civiltà ed epoche (lo zoccolo duro viene dalla dispersione della collezione di Yves Saint Laurent e Pierre Bergé). Dal 2028 lo Stato francese non avrà più obblighi di prestitie e le istituzioni culturali arabe dovranno farsi avanti. Certo il Louvre, il più visitato museo al mondo con 7,4 milioni ingressi l’anno e una collezione di 38mila opere, è un benchmark difficile da raggiungere.

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