Commenti

Dossier La caduta degli uomini del presidente

Dossier | N. 34 articoliMappamondo

La caduta degli uomini del presidente

Così come i suoi connazionali, anche il presidente americano Donald Trump sta imparando che quando si tratta di indagare su un presidente e sul suo entourage per attività criminali c’è una bella differenza tra ipotetico e reale. Trump ha appreso questa lezione la scorsa settimana, con l’incriminazione di Paul Manafort, ex capo del comitato elettorale, e di Rick Gates, suo socio.

Il fatto più grave è che un giovane consulente per la politica estera nella campagna di Trump, George Papadopoulos, avesse raggiunto un patteggiamento con gli investigatori del procuratore speciale Robert Mueller e collaborasse alle indagini dall’inizio dell’estate.

Gli americani conoscono Mueller da mesi, capo dell’FBI per 12 anni, ben visto da repubblicani e democratici, non è uno che scherza; fu nominato procuratore speciale dopo che Trump aveva commesso il disastroso errore di licenziare il capo dell’FBI James Comey pensando a “this Russia thing”. Mueller è noto per i suoi metodi investigativi duri, ermetici e perseveranti, e nulla era trapelato dal suo ufficio per mesi. E così fino alle incriminazioni di Manafort e Gates annunciate lunedì mattina 30 ottobre il pubblico non sapeva nulla di cosa stesse facendo o avesse scoperto Mueller. Mueller raccolse gli sforzi già fatti dall’FBI per indagare sulle possibili collusioni tra l’entourage di Trump o suoi alleati esterni e la Russia per ribaltare l’elezione del 2016 a favore di Trump.

L’obiettivo è Trump
Sebbene Trump ami ricordare di non essere sotto indagine – così gli aveva detto Comey, e all’epoca poteva essere vero – non vi è dubbio che il presidente sia l’obiettivo finale di Mueller. È però talmente integra la reputazione di Mueller che certamente se non troverà alcuna collusione da parte di Trump non muoverà delle accuse contro di lui. Né inseguirà qualcosa di pretestuoso, come accadde con il procuratore Kenneth Starr e con i suoi tentativi di accusare Bill Clinton per qualcosa, per qualunque cosa.

Avvalendosi delle pratiche investigative, Mueller sta procedendo con le incriminazioni partendo dal punto basso del totem, nella speranza che le persone accusate, davanti al rischio di passare diversi anni in carcere, si convincano a collaborare con il procuratore e il suo team. A tale scopo, Mueller ha assunto un ex procuratore federale famoso per la sua abilità di incoraggiare gli accusati – facendoli passare da accusati a testimoni del governo.

Così quando girò la notizia che Manafort, capo della campagna elettorale per i repubblicani e da allora consulente politico in ascesa nonché tuttofare noto per il suo esuberante stile di vita, e Gates si erano presentati spontaneamente nella sede dell’FBI per rispondere dei diversi capi di accusa, un’onda d’urto colpì Washington. Mueller ha incriminato Manafort con le accuse più gravi, ben 12, incluso il riciclaggio di milioni di dollari parcheggiati in banche oltreoceano e l’utilizzo di fondi per acquistare un guardaroba straordinariamente costoso, auto di lusso, pezzi d’antiquariato, immobili, e altro ancora. Di fronte alle accuse di frode fiscale, violazioni delle leggi sulle lobby e falsa dichiarazione, Manafort rischia decenni di carcere. Nel caso di Gates, le imputazioni a lui ascritte sono minori, ma potrebbe comunque scontare una lunga pena detentiva. Entrambi si sono dichiarati non colpevoli di tutte le accuse, compresa quella di “cospirazione contro gli Stati Uniti”.

Le accuse contro Manafort rivelano l’avidità – la patologia sociale di Washington – su una scala gigantesca. Ma poiché le attività per le quali è stato accusato sono avvenute prima della campagna del 2016, il presidente si è concesso un momento di pubblica esuberanza twittando, “NO COLLUSION!” Non sappiamo se gli avvocati di Trump avessero già spiegato al loro cliente la strategia messa in atto dalla procura per le incriminazioni, ma si presume lo abbiano fatto.

E probabilmente non sarà sfuggita all’attenzione del presidente il fatto che incriminando Manafort e Gates per affari successi prima delle elezioni, Mueller sta lanciando un segnale, ossia che potrebbe procedere contro Trump nello stesso modo. Trump lo ha messo in guardia; ma anche i repubblicani al Congresso più convinti hanno avvisato Trump di non prendere neanche in considerazione l’idea di licenziare Mueller.

In ogni caso, qualsiasi sollievo possa aver provato Trump nel sapere che l’incriminazione di Manafort non toccasse i rapporti con la Russia durante la campagna è stato di breve durata. Un’ora dopo aver appreso la notizia delle due incriminazioni, gli osservatori sono rimasti sgomenti di fronte all’ammissione di colpa di Papadopoulos, un consulente alquanto ignoto nella campagna del presidente che è stato accusato di aver mentito all’FBI e apparentemente collaborava con le autorità da diversi mesi. Le attività di Papadopoulos rappresentano la peggiore minaccia per Trump (almeno per il momento), perché da mesi Papadopoulos tentava di collegare la campagna con i russi che credeva avessero gettato “fango” su Hillary Clinton. E poi Papadopoulos non agiva da solo: era stato incoraggiato dai vertici della campagna Trump, uno dei quali, Sam Clovis, co-presidente nazionale della campagna, parlava con Mueller e il grand jury.

Presi insieme, questi tre casi segnalano che il presidente si trova in guai seri. Molto dipenderà dalla possibilità o meno che Manafort strappi un patteggiamento al procuratore; le sue alternative alla collaborazione sono passare fino 20 anni in prigione o sperare che Trump gli conceda la grazia. Trump dice di prendere sul serio il suo potere di concedere la grazia. Ma il suo uso sfrenato in un caso riguardante possibili connivenze con la Russia potrebbe mettere nei guai Trump a Capitol Hill, dove sarebbe visto come ostruzione alla giustizia. In ogni caso, anche il procuratore generale dello stato di New York sta indagando su Manafort, e la facoltà del presidente di concedere la grazia si estende solo alle cariche federali.

I russi nella stanza
La storia di Papadopoulos si inserisce in un nuovo schema secondo cui i russi andavano alla ricerca degli americani vicini alla campagna di Trump, offrendo loro non specificate informazioni compromettenti sulla Clinton, con la speranza di farli cadere nella trappola. La rivelazione della confessione di Papadopoulos ha subito ricordato un incontro svoltosi alla Trump Tower nel giugno del 2016, dopo che al figlio dell’allora candidato, Donald Trump Jr. furono promesse informazioni compromettenti sulla Clinton da parte di un’avvocatessa russa vicino al Cremlino. Dopo aver risposto via email, “I love it”, Donald Jr. organizzò un incontro riunendo nel suo ufficio i vertici della campagna di Trump, compresi Manafort, il cognato nonché attuale consigliere di Trump alla Casa Bianca, Jared Kushner, e l’avvocatessa russa con alcuni suoi colleghi.

Una volta resa nota l’esistenza dell’incontro, Donald Jr. rilasciò una dubbia dichiarazione pubblica affermando che la ragione dell’incontro fosse il bando del Cremlino sull’adozione di bambini russi da parte di genitori americani. E tutti i presenti all’incontro dichiararono di non saperne nulla. Non ci è dato sapere (almeno a livello pubblico) se le cose siano davvero andate così, ma Mueller sta quasi certamente indagando sull’episodio. Successivamente si è diffusa la notizia che una volta resi pubblici i report sull’incontro, il presidente si era affrettato a rientrare dall’Europa sull’Air Force One inventandosi qualcosa sulla storia di Junior. Mueller è notoriamente molto interessato a scoprire quale ruolo abbia avuto il presidente nell’aiutare il figlio a mentire pubblicamente sull’incontro.

Le ingerenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016 evidentemente riflettevano la visione del presidente Vladimir Putin secondo cui Trump sarebbe stato più malleabile di Hillary Clinton, che Putin proprio non gradiva. Il Cremlino cercava soprattutto di mettere fine alle sanzioni economiche Usa imposte da Barack Obama a seguito dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e dell’annessione della Crimea nel 2014, e che aveva inasprito quando divenne nota l’interferenza russa nella campagna presidenziale.

Prima delle elezioni, le agenzie di intelligence Usa avevano rilasciato una dichiarazione in cui esprimevano la loro convinzione unanime sull’ingerenza della Russia. La dichiarazione ricevette però all’epoca scarsa attenzione, perché coincideva con la notizia di una registrazione di Trump, che ospite del programma “Access Hollywood” si vantava delle sue avances sessuali molto aggressive nei confronti delle donne.

Cosa sapeva il presidente
Trump ritiene – o finge – di non credere che i russi abbiano interferito con le elezioni del 2016. Ma ora si è incartato: avendo insistito sin dall’inizio che l’indagine di Mueller fosse una “caccia alle streghe”, un complotto orchestrato dai democratici per coprire il fatto di aver perso le elezioni, non può ammettere diversamente.

C’è da presumere che ora Trump si trovi in guai seri, sia a livello legale che politico. I sondaggi d’opinione sbattevano la sua popolarità ai minimi storici anche prima della notizia delle incriminazioni e dell’ammissione di colpa. Molto dipenderà da dove la storia si interromperà mentre Mueller lavora per scalare il totem e arrivare al presidente. Si è sempre pensato che un presidente in carica non possa essere incriminato per un reato penale. Può dimettersi e chiedere la grazia, come ha fatto Richard Nixon. Il normale corso sarebbe che il procuratore speciale riferisca tali reati al Congresso, affinché li affronti come ritiene opportuno. Un percorso potrebbe essere l’impeachment.

È già chiaro a molti che Trump è passibile di un’accusa di ostruzione alla giustizia per aver licenziato Comey e aver chiesto a lui e ad altri di “andarci piano” con il generale Michael Flynn, il primo consigliere di Trump per la sicurezza nazionale, le cui conversazioni con l’ambasciatore russo sull’abolizione delle sanzioni Usa furono registrate dall’FBI. Flynn mentì su quelle conversazioni, e una serie di osservatori credono che Flynn possa aver concordato un patteggiamento con i procuratori e stia collaborando con gli investigatori.

Trump è in partenza per un viaggio di dieci giorni in Asia, ma si trova forse nel peggiore guaio dall’inizio della sua presidenza. Anche se Mueller non lo trovasse coinvolto in un reato, Trump, ora è chiaro, lascerà una lunga scia di macerie. E mentre le indagini di Mueller si avvicinano ai collaboratori di Trump, per il presidente si prospettano tempi ancor più duri di quanto non sia stato sinora alla guida di un paese per il quale è stato eletto per servire.

(*) Elizabeth Drew scrive per il The New York Review of Books. Il suo ultimo libro si intitolaWashington Journal: Reporting Watergate and Richard Nixon’s Downfall.

Copyright: Project Syndicate, 2017.

© Riproduzione riservata