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La fiducia non si acquista a parole

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La fiducia non si acquista a parole

Anche nel linguaggio pubblico, legato alla politica di questi giorni, è di moda la parola “fiducia”: è a colpi di fiducia, di votazioni, cioè, mediante le quali il parlamento l’ha approvata in base a un accordo fra alcune delle sue parti, che è passata la nuova legge elettorale, meccanismo fondamentale per l’esercizio della vita democratica.

È alla fiducia dei cittadini che si appella chiunque si presenti sulla scena dell’agone politico per ottenere i voti indispensabili a essere eletto. Ed è sull’affidabilità della fiducia riposta in un protagonista delle decisioni che riguardano il bene comune che dovrebbe misurarsi la sua credibilità e garantirsi il suo successo. Senza fiducia non si dà sistema, non funzionano le istituzioni e l’organizzazione della vita pubblica non può andare avanti: non a caso, i sociologi parlano di fiducia sistemica o istituzionale, riferendosi a quella riposta dagli attori sociali nei meccanismi e nei protagonisti che fanno muovere la vita sociale e gestiscono la sua indispensabile organizzazione. «Si tratta - scrive un autore che al tema della “fiducia come risorsa” ha dedicato un importante saggio (Antonio Mutti, “Capitale sociale e sviluppo”, Il Mulino, 1997) - di una presenza confusa con quella di legittimità, consenso, cooperazione, solidarietà» (37). È la fiducia, insomma, che in questo frangente, come in altri non meno significativi della nostra storia comune, ha consentito alla rappresentanza politica, democraticamente eletta (e dunque scelta sulla fiducia), di darsi regole condivise, anche se per altri non condivisibili, atte a consentire procedure elettorali analoghe per le due parti del Parlamento, tese ad assicurare trasparenza dei processi elettorali, affidabilità dei risultati e - si sostiene da parte di alcuni, mentre si nega da parte di altri - governabilità e stabilità alla gestione della cosa pubblica. Senza entrare in una valutazione di diritto costituzionale - che peraltro è stata fatta al livello più alto delle istituzioni repubblicane e con esito positivo, vista la firma apposta dal Capo dello Stato alla nuova legge - è sull’aspetto etico dell’idea di fiducia che vorrei brevemente soffermarmi.

Se a livello istituzionale è così decisivo il dare o negare la fiducia, non può non esserlo parimenti a livello personale di chi si getta nell’agone politico con l’idea di apportarvi un contributo degno della fiducia riposta dagli elettori nella sua persona e/o nel raggruppamento partitico cui appartiene: un politico che dimostri di non meritare la fiducia che gli è stata data da chi lo ha eletto non potrà esercitare con giustizia e rettitudine il mandato ricevuto. La domanda sulla valenza etica delle scelte che hanno portato in questa sola legislatura a oltre cinquecento “cambi di casacca” è quanto mai legittima e - anche se non deve assumere connotati moralistici - dovrà certo far pensare chi va alle urne con senso di responsabilità e volontà di fare scelte utili al bene comune. Quali garanzie dà il “voltagabbana”? Quale fiducia si può riporre nelle sue promesse e nell’affidabilità dei suoi comportamenti? Quale rappresentatività sarà in grado di assicurare rispetto a quanti gli hanno di fatto delegato la loro rappresentanza nella gestione della cosa pubblica? Le domande diventano ancora più esigenti se ci si trova di fronte a persone di cui è stata accertata l’infedeltà alla legge o l’interesse privato in atti di ufficio. La cautela e il rigore necessari ai processi giudiziari non deve far calare la vigilanza da mettere in atto: il danno fatto in questi casi dal clamore mediatico o dal “gossip” di cui si nutre a volte l’informazione è rilevante. Tuttavia, in democrazia è diritto-dovere del cittadino tenere gli occhi ben aperti, e di conseguenza poter accedere a notizie sicure per non essere escluso dai meccanismi di valutazione di comportamenti che interessano tutti. Vale qui il principio per cui «quod omnes tangit, ab omnibus tractari et approbari debet» - «quello che riguarda tutti, da tutti deve essere trattato e approvato» (“Decretales”, Liber sextus, 5, 12, 29). Anche se diversi sono i livelli decisionali, essi restano comunque tutti legati da un filo rosso, che è appunto la fiducia data di grado in grado a chi rappresenta il livello che lo esprime.

L’esigenza di rapporti di fiducia vale non meno nella quotidianità delle relazioni interpersonali: si potrebbe anzi dire che chi non dà o non merita fiducia nel piccolo, tanto meno saprà darla o meritarla nel grande. In ogni ambito di vita, nella quotidianità come nelle ore speciali, tutti siamo posti nella condizione di doverci fidare di altri, confidando in possibilità altrui o proprie, con atti di fiducia senza i quali verrebbe meno ogni sentimento di sicurezza e tranquillità nella vita. Non si tratta di essere in ogni cosa eccessivamente garantisti, perché - come osserva giustamente il pensatore francese Fabrice Hadjadj - «la fiducia, come ogni atto di amore, non si colloca né in piena luce né nelle tenebre, ma in una penombra». Non di meno, però, è necessario a tutti potersi fidare di altri, poter confidare in qualcuno e perfino potersi affidare a chi ci pare certo che non potrà tradirci. La fiducia è in tal senso un altro nome dell’amore, senza cui nessuno può vivere e dare senso alla vita. Si colloca qui anche il bisogno di fiducia in se stessi: espresso a volte col termine ambiguo di “autoreferenza”, che in realtà sembra piuttosto denotare un certo grado di egocentrismo, l’aver fiducia nelle proprie capacità e possibilità, per quanto limitate, è decisivo per vivere. Si potrebbe affermare che senza fiducia in se stessi, neanche il patto sociale potrà reggersi, in quanto quel sentimento, pur riguardando propriamente il profilo psicologico ed etico di chi agisce, ha non di meno rilevanza sociale, specialmente se si considerano il ruolo delle aspettative che entrano in gioco in campo economico e sociale, dove l’autostima funziona come decisiva aspettativa di validità delle proprie scelte. A ogni livello, comunque, vale la considerazione che «la fiducia non si acquista per mezzo della forza. Neppure si ottiene con le sole dichiarazioni». La fiducia «bisogna meritarla con gesti e fatti concreti» (Giovanni Paolo II, “Parole sull’uomo”, Rizzoli 1989, 77), e per raggiungerla ognuno ha bisogno di altri: perciò è così decisivo in campo educativo dare fiducia, perché chi viene educato non vacilli mai nella stima di sé, sia pur temperata dalla necessaria umiltà. E perciò è così prezioso il dono di credere nel Dio che amandoci ci dà fiducia e ci rende capaci di amare: un amore che «mette le ali» (Isaia 40,31), sostiene nel tempo della prova e rallegra con l’olio della consolazione, di cui tutti - nessuno escluso - abbiamo bisogno per vivere e dare gioia alla vita, nostra e altrui.

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