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Dossier Se il digitale è al servizio del «fatto bene»

    Dossier | N. 13 articoliIl lavoro del futuro

    Se il digitale è al servizio del «fatto bene»

    Ci sono artigiani specializzati nei giochi per bimbi, i cui prodotti sono fatti o finiti a mano, con materiali sani, con medodologie ecologicamente sostenibili. I mattoncini, per esempio, non sono tutti di plastica: quelli di Matto Costruzioni sono fatti di creta, in stampi di gesso, levigati uno per uno e cotti in un forno a mille gradi. Raccontando questa storia, il gioco delle costruzioni si arricchisce. E come ogni gioco diverte educando ai valori di chi lo progetta e lo propone. Questi e altri giochi non sono facili da trovare: alcuni dei loro creatori lavorano in Italia, altri in Francia, Spagna, Germania, Nuova Zelanda.

    Ma c’è un progetto che connette quegli artigiani con un mercato di famiglie attente ai loro valori e che sta testando un nuovo modello di negozio online: il progetto Billybu, infatti, aggiunge valore perché non si limita alla vendita e all’organizzazione della logistica, ma organizza i giochi in base a un’analisi pedagogica. «Per i bambini fino ai due anni, pensiamo noi ai giochi che servono e cerchiamo gli artigiani che li producono. Per i bambini più grandi invece vediamo che cosa propongono gli artigiani, analizziamo il valore pedagogico dei loro prodotti e casomai li mettiamo in vendita» racconta Flavio Ubezio, leader del progetto. «Molti artigiani a loro volta accettano il nostro servizio se garantiamo di non andare anche su canali di ecommerce generalista e di non praticare sconti eccessivi».

    In realtà, Billybu offre un abbonamento bimestrale e recapita a casa ogni mese un pacchetto di giochi giusti per l’età del bambino. Ovviamente i clienti possono interrompere l’abbonamento quando lo vogliono. Il servizio è partito a maggio ed è in fase di test: per il momento serve una trentina di famiglie. «Nessuna ha disdetto finora» dichiara Ubezio. Che sta lavorando a Billybu nel quadro del ripensamento profondo attraversato dalla sua azienda: la scuola di business Captha. Il pensiero manageriale che sottende Billybu è dunque piuttosto sofisticato. E quando i test avranno dato una chiara idea di dove può arrivare, la Captha potrebbe “spinoffare” Billybu. Il successo è possibile, visto lo spazio economico scoperto da Family Nation, una startup di Nanabianca che ha conquistato molta attenzione e notevoli finanziamenti in crowdfunding con la sua proposta di ecommerce per articoli sostenibili e di qualità dedicati ai bambini.

    Nei suoi elementi costitutivi, peraltro, Billybu aiuta a pensare il lavoro del futuro per un suo aspetto essenziale: il tema della creatività. Si è visto ampiamente - anche nel corso di questa inchiesta a puntate - come nel rapporto con le macchine gli umani avranno una chance di prevalere soprattutto puntando sulle loro qualità creative. Ma esattamente che cosa significa? Il caso di Billybu aiuta a pensare che il lavoro innovativo e creativo del futuro possa essere un insieme di artigiania, editoria, tecnologia, management, sostenibilità, scienza, tradizione e cosmopolitismo.

    Per Stefano Micelli, economista, autore di “Futuro artigiano” (Marsilio 2011) e di “Fare è innovare” (Il Mulino 2016), il lavoro del futuro deve generare valore e qualità: «Un oggetto fatto su misura per te, o quasi, da un essere umano è più rilevante dal punto di vista empatico». E commentando Billybu dice: «Questa storia ti racconta di che cosa può essere la manifattura del futuro. La produzione di oggetti rilevanti dal punto di vista emotivo. Non si mette in mano al figlio piccolo un oggetto qualunque, si vuole qualcosa di pulito, con una storia, con un’intelligenza tecnologica innovativa. Sono ingredienti che valgono per molti settori: dalla pasta ai divani, dalle lampade alla moda...». Micelli cita ad esempio Berto Salotti: «Racconta bene come si fanno, si disegnano e si personalizzano i divani e organizza un commercio elettronico sofisticato che intercetta a livello mondiale le richieste di divani fatti su misura da artigiani brianzoli». Il luogo d’origine, sintesi di una cultura diffusa della produzione di qualità, e la narrazione intelligente, consapevole della tecnologia digitale: ingredienti appunto di un’alchimia imprenditoriale, dice Micelli, che fonda un’economia proiettata al futuro. E non per nulla il progetto “Storie di Talento, raccontate da artigiani europei”, è stato selezionato per il programma della Commissione Europea “Settimana europea delle competenze professionali: Scopri il tuo talento” in programma per il 20-24 novembre prossimi: una campagna che chiede agli artigiani europei di raccontare la loro storia per stimolare la curiosità e l’interesse per i loro mestieri, sia come scelta professionale che come modo di consumare più responsabile. Una storia europea, molto diversa dall’ideologia americana dei “makers” che, nelle sue forme più schematiche tendeva a ridurre l’artigianìa a un sistema di servizi online dai quali scaricare software con disegni di prodotti per stampanti 3D. Un’architettura più utile a lanciare l’ennesima piattaforma dominante americana, che a liberare le forze creative e ad alimentare la ricerca di senso delle persone. Ma che ha insegnato come anche le migliori conoscenze artigiane vadano modernizzate.

    L’economista Enzo Rullani osserva in effetti come il ruolo della macchina sia spesso quello di produrre efficienza e abbassare il costo, il che come effetto collaterale riduce il valore delle cose e le banalizza. Ma non finisce così: «Con il digitale cresce la complessità delle filiere produttive, la personalizzazione dei prodotti, il servizio on demand». Il che rivaluta il ruolo dell’umano. «Del resto, con il digitale, l’umano si modifica per adattarsi alla nuova condizione di collaborazione con la macchina e si determina una nuova responsabilità sociale per gestire le contraddizioni emergenti». Anche questo richiede un maggior ruolo dell’umano. E aggiunge Andrea Granelli, fondatore di Kanso: «Tra i nuovi mestieri ci sarà un maggiore ricorso all’artigianìa come cura, riparazione, aggiornamento degli oggetti, in relazione anche al fenomeno dell’economia circolare».

    Tutto questo sfida i sistemi produttivi a cercare un nuovo equilibrio tra qualità ed economie di scala, che non va pensato come un compromesso, ma come una strada per la moltiplicazione del valore. Nell’economia della conoscenza, si comprano emozioni, funzioni e intelligenza. Sicché il valore del lavoro è insieme nella sua dimensione artigiana, tecnologica e mediatica. Evidentemente, i concetti di “tradizione” e “innovazione” non sono più contrastanti perché, in questo contesto, la tradizione non è “fare le cose come si sono sempre fatte”: la tradizione diventa la fonte culturale che insegna a distinguere le cose fatte bene. Il che non è sempre codificabile. Intuiva Richard Sennett che “L’uomo artigiano” (titolo del suo libro edito da Feltrinelli nel 2008) sa fare ma non sa dire che cosa sa fare: il che significa che trasmette la sua cultura facendo vedere come si fa quello che fa ma non la codifica. Il suo lavoro però può modernizzarsi: la produzione e la distribuzione possono scalare con l’intelligenza artificiale, la robotica e il commercio elettronico, ma questo non sostituisce la dinamica culturale che dà luogo alla creazione e al riconoscimento del valore. Quella del racconto e del luogo d’origine. Quella che mostra il senso delle cose.

    Da questo punto di vista l’artigianìa non è un settore, ma una dimensione di ogni lavoro. Vincenzo Moretti, sociologo, studia il tema del “lavoro ben fatto”. «Qualunque cosa fai, puoi sempre farla bene. Ed è lì che trovi la tua umanità e la tua dignità: è bello, è giusto, ha senso e conviene». Aggiunge: «Il rischio oggi è che i giovani dissocino il vantaggio di lavorare dall’impegno che serve per fare bene il lavoro. E questo è un rischio perché la macchina “si impegna“ a fare bene quello che dice l’algoritmo. Senza impegno, l’umano perde. Il lavoro ben fatto è l’uso consapevole della tecnologia».

    Tutto in fondo è stato sintetizzato da un maestro, incontrato da Moretti. «Antonio Zambrano, ebanista, 94 anni, di Castel San Giorgio, con studi arrivati alla seconda elementare, mi ha insegnato: “dove tieni la mano devi tenere la testa, dove tieni la testa devi tenere il cuore, altrimenti il lavoro non viene bene”». L’umano perde, se perde di umanità.

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