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I camaleonti della Federal Reserve

falchi e colombe

I camaleonti della Federal Reserve

(Afp)
(Afp)

Tutti i riflettori sono accesi per capire quale sarà il volto della banca centrale americana Fed, cioè la composizione del suo consiglio, sotto la presidenza di Donald Trump. È una attenzione pienamente giustificata, per almeno tre ragioni: è il consiglio della banca centrale più importante al mondo, che è al tempo stesso molto influenzabile dalla politica; è dal 1936 che un presidente americano non si trova a eleggere probabilmente la metà dei consiglieri; il presidente Trump è decisamente diverso dai suoi predecessori. L’interrogativo unanime è capire se saranno di più i “falchi” o le “colombe”, anche se la domanda più interessante è quanti saranno i “camaleonti”. Più saranno i “calamaleonti” più la politica della Fed sarà condizionata dai desideri del presidente Trump.

Cresce la fibrillazione per capire come sarà composto il consiglio (Fomc) della Fed. Negli ultimi mesi si è venuta a creare una situazione straordinaria, che può essere così riassunta: a regime, il consiglio è composto da dodici membri; oggi però tre sedie sono vacanti. Inoltre il presidente Trump ha già fatto una nomina - Randal Quarles - e si appresta a sostituire a febbraio la presidente Yanet Jellen con un suo candidato - Jerome Powell - che è già consigliere. Teoricamente, la Jellen potrebbe rimanere nel consiglio fino al 2024, ma - in base alle consuetudini passate - dovrebbe lasciare.

Tirando le somme, da marzo Trump potrebbe contare su un numero di consiglieri da lui scelto che potrebbe raggiungere la metà dell’intero consiglio della Fed. È stato calcolato che sarebbe la prima volta dal 1936 che un presidente statunitense sarebbe in grado di esercitare un’influenza così forte nelle nomine dei vertici della Fed. Ma la rilevanza del tema dipende da almeno altre due ragioni.

In primo luogo, stiamo parlando di una banca centrale che è peculiare per il combinato disposto di due ragioni. Da un lato, è l’istituto di emissione più importante al mondo, visto che la sua moneta continua a essere di gran lunga la più usata negli scambi reali e finanziari nell’universo globo. Allo stesso tempo, è una banca centrale che è molto condizionabile dalla politica, per almeno due ragioni: la vaghezza del suo mandato e la debolezza del suo statuto. Il paragone con la banca centrale europea è illuminante: riguardo al mandato, la Bce ha un obiettivo prioritario - la difesa del valore dell’euro - mentre la Fed deve perseguire contemporaneamente la stabilità del dollaro, la massima occupazione e la moderazione dei tassi di interesse. Risultato: più il mandato è generico, più la banca centrale è debole di fronte al rischio di pressioni da parte dei politici. Riguardo allo statuto, quello della Bce richiede un cambiamento dei Trattati europei, con voto unanime di tutti i 19 membri, con le relative ratifiche dei rispettivi parlamenti. Lo statuto della Fed invece può essere cambiato da una semplice legge del Congresso americano, ed è un’eventualità che può essere percorsa senza destare sorpresa: solo nel periodo tra il 1979 e il 1990 sono stati presentati quasi 200 disegni di legge, contenenti circa 307 proposte volte a modificare lo statuto della Fed.

In secondo luogo, e di conseguenza, l’influenza del presidente e del partito di maggioranza nel Congresso può essere molto pressante, rispetto alle due fondamentali politiche economiche che la Fed nei fatti controlla: la politica monetaria da un lato e la politica di regolamentazione e vigilanza bancaria e finanziaria dall’altro. In più, oggi la presidenza americana è gestita da una personalità forte e al contempo imprevedibile. I suoi obiettivi in termini di andamento della politica monetaria non sono chiari, mentre è evidente - almeno finora - la sua volontà di ridurre la regolamentazione su Wall Street.

Per cui diventa fondamentale capire il profilo dei candidati di Trump, e al contempo l’atteggiamento dei consiglieri già presenti nel consiglio della Fed. La stampa cerca di etichettare i diversi consiglieri in due grandi categorie. Da un lato, ci sono i falchi, che preferiscono politiche monetarie stabili e conservatrici, e politiche finanziarie di deregolamentazione; dall’altro lato, le colombe, che sono invece più inclini a politiche monetarie attive ed espansive, e a politiche finanziarie più severe e pervasive. Le due categorie sono in realtà assai superficiali, rispetto ai passi che sono stati fatti dall’analisi economica, sotto almeno tre punti di vista.

In primo luogo, nelle decisioni dei consigli occorre distinguere il ruolo delle regole di governance da quello delle preferenze dei consiglieri, e inoltre scoprire la differenza tra le regole formali e quelle sostanziali. Ad esempio, presidenze come quella di Greenspan, formalmente tenuta a decidere a maggioranza, risultano invece nei fatti catturate dal potere del presidente come agenda setter. In secondo luogo, occorre scoprire le determinanti delle preferenze dei consiglieri: studiando la Fed, si scopre ad esempio che è rilevante l’ideologia - in particolare in quale Università si è studiato - e gli eventi macroeconomici che hanno contraddistinto l’esperienza dei vari consiglieri - la Grande Inflazione piuttosto che la Grande Moderazione - nonché il mondo professionale da cui si proviene - tecnocrati, piuttosto che finanzieri o accademici. Infine è stata individuata una terza categoria di consiglieri, che potremmo chiamare dei camaleonti: sono quelli che cambiano posizioni, oppure non la prendono - anche detti piccioni - non perché sono modificate le condizioni macroeconomiche, ma per ragioni probabilmente legate ai propri obiettivi personali. Il numero dei camaleonti finisce per condizionare sensibilmente le decisioni dei consigli. Nel caso della Fed, è facile prevedere che l’aumento dei camaleonti farebbe accrescere pesantemente il ruolo di Trump nell’influenzare le decisioni monetarie e finanziarie. E non sarebbe una buona notizia.

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