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Borse, quando e perché la guerra spinge i listini

STORIA & FINANZA

Borse, quando e perché la guerra spinge i listini

(Marka)
(Marka)

«Compra sul rumore dei cannoni, vendi al suono della tromba». L’adagio, il cui copyright in molti attribuiscono a Nathan Rothschild, richiama l’idea che lo scoppio della guerra sia un buon momento per investire in Borsa. Dopo, infatti, dovrebbe esserci il rally del mercato. Una convinzione supportata dalla realtà?

La domanda, anche a fronte del rischio dell’escalation militare contro la Corea del Nord, è attuale. Gli operatori si interrogano sulle possibili conseguenze di uno scontro con Pyongyang. A ben vedere un punto di partenza per rispondere al quesito è guardare al passato. Analizzare cosa è accaduto nel corso della storia per tentare di ipotizzare il futuro. Il tutto, però, con alcune avvertenze. In primis, ogni conflitto va contestualizzato. Inoltre bisogna ricordarsi, al di là dell’univoca e terrificante tragicità delle bombe, le differenze tra i vari combattimenti: dalla loro durata al numero di nazioni coinvolte fino alla localizzazione geografica degli scontri. Ancora: va sottolineato l’impatto dell’inflazione. Infine, visto che non di rado i cannoni hanno fisicamente interrotto le stesse contrattazioni, è necessario considerare un mercato capace di mantenere (quasi) sempre aperti agli scambi. Vale a dire: Wall Street.

WALL STREET E LA GUERRA
Nel grafico sono indicate le performance del Dow Jones durante i principali conflitti che si sono succeduti dalla I Guerra Mondiale ad oggi - (*) I dati sono calcolati sui seguenti conflitti: Granada ('83), Panama ('89),Guerre del Golfo ('91; ‘03), Kosovo ('99), Afghanistan ('01), Libia ('11); (**) Invasione Kuwait da parte di Saddam Hussein - Fonte: Elaborazione Sole 24 Ore

Ciò detto, quale allora l’effetto della guerra sul listino? I numeri indicano che la Borsa non “disdegna” la guerra. Il Dow Jones, durante la Prima guerra mondiale, è salito. La stessa dinamica al rialzo la si riscontra, poi, nel secondo conflitto mondiale: tra il primo settembre del 1939 (invasione della Polonia da parte dei nazisti) e l’8 maggio 1945 (resa della Germania agli alleati) l’indice Usa ha guadagnato circa il 23 per cento. Un trend replicato anche nell’arco di tempo in cui l’America è stata direttamente coinvolta nella guerra. A ben vedere, risalendo verso i giorni nostri, il consuntivo positivo del Dow Jones con l’”elmetto” non è raro. Lo si ritrova nella guerra di Corea e nello stesso conflitto in Vietnam. Più contenuto, invece, il ritorno del paniere azionario durante le due Guerre del golfo.

Certo: a fronte di simili trend può dapprima obiettarsi che molto dipende dall’arco di tempo considerato. Rispetto, ad esempio, alla guerra in Vietnam gli storici ricordano che è difficile individuare una data precisa dell’avvio dei combattimenti. Il Sole 24 Ore ha preso, come giorno di riferimento, il 4 agosto 1964, giorno in cui avvenne l’incidente nel Golfo del Tonchino. Una data che, in effetti, può essere “storicamente” criticata. Ciò detto, però, da una parte l’analisi richiede di individuare un lasso di tempo con un inizio e una fine. E, dall’altra, l’andamento dei dati riscontrato dal Sole 24 Ore è comunque confermato dalla ricerca di Mark Armbruster, presidente di Armbruster Capital Management. L’esperto, considerando il periodo tra il 1926 e il 2013, ha analizzato quattro eventi bellici: la Seconda guerra mondiale, il conflitto coreano, quello in Vietnam e le guerre del Golfo. Ebbene Armbruster ha riscontrato che le large cap di Wall Street, nella Seconda guerra mondiale, sono salite del 16,9% (più 32,8% per le capitalizzazioni minori). Balzo in avanti anche durante la guerra di Corea (+18,7% per le blue chip). Più limitata, invece, la crescita, in concomitanza con il conflitto tra Saigon e Hanoi. Ma qui, per l’appunto, può incidere il differente arco di tempo considerato. «Alla fine - dice Mark Armbruster - il ritorno medio delle large e small cap sotto il rombo dei cannoni è superiore a quello riferito a tutti gli anni analizzati». Insomma: Wall Street non ha paura dei conflitti. Anzi!

Perché, dunque, questo andamento? «In generale - ricorda Larry Neal, professore emerito di Economia all’Università dell’Illinois - gli effetti della guerra variano da listino a listino, in funzione della loro esposizione agli investitori internazionali». Ciò detto, «l’espansione del debito pubblico, dovuto all’incremento della spesa del Governo a sostegno dell’impegno bellico, fa aumentare la quantità di titoli scambiabili. Il che spinge i volumi del business oggetto di potenziale compravendita». «Non solo. Si tratta di un contesto - aggiunge Giuseppe De Luca, professore di Storia economica alla Statale di Milano - in cui l’investitore, sperando nei maggiori guadagni delle attività legate all’industria di guerra, è indotto all’acquisto delle azioni di quei comparti». Settori che, non va dimenticato, nel passato avevano un peso maggiore rispetto a oggi. «Di conseguenza - conclude De Luca - il loro impatto era notevole». «Così come - sottolinea Marc Olivier Rieger, docente di Finance and banking all’Università di Trier - sono stati essenziali i cosiddetti punti svolta». Vale a dire? «Il war rally non si concretizza automaticamente durante i combattimenti». Rileva, ad esempio, il momento in cui c’è più fiducia sull’esito positivo delle ostilità. «Un contesto in cui si pensa alla futura ricostruzione. Oppure alla ripresa dei commerci internazionali». Per rendersene conto si può guardare al Dow Jones nella Seconda guerra mondiale. Gli operatori, fino all’aprile del 1942, assistono al calo del paniere. Poi, nella seconda metà dell’anno lo stesso rialza la testa. Perché? Gli esperti non danno un’interpretazione univoca. Seppure va ricordato che in quel periodo, da un lato, l’avanzata dei nazisti in Europa perde slancio (la terribile battaglia di Stalingrado volge a favore dell’armata sovietica); e, dall’altro, la stessa flotta nipponica subisce la sconfitta nell’arcipelago delle Midway. Insomma: si susseguono diversi eventi che inducono a pensare che la guerra si stia indirizzando a favore degli alleati.

Ma non è solamente questione di fondamentali o di punti di svolta. È importante la stessa psicologia. Diversi studi hanno rilevato un trend di Wall Street che potrebbe sembrare illogico. Quale? Vediamo. Nel periodo di attesa (consapevole) del futuro conflitto i corsi azionari spesso calano. Poi, nel momento in cui la guerra scoppia davvero il listino alza la testa. Il che, per l’appunto, pare controintuitivo. «Ma non è così - spiega Mark Hulbert, noto commentatore di Borsa -. La dinamica ha la sua logica. Il mercato non ama l’incertezza. Fintanto che non si sa se la guerra ci sarà, oppure no, la volatilità aumenta» e, con essa, i ribassisti. Nel momento in cui, invece, inizia lo scontro l’alea viene meno. Diminuisce la volatilità e partono gli acquisti. Certo: questo vale soprattutto «in casi di conflitti di breve durata e ben definiti». E, tuttavia, la dinamica di fondo esiste ed è chiara.

Fin qui alcune considerazioni riguardo alla Borsa statunitense. Quali, invece, le reazioni degli altri listini? Guardando ai mercati in Europa emerge proprio uno dei distinguo necessari a comprendere i reali effetti di una guerra. «Nel Secondo conflitto mondiale - ricorda De Luca - molte Borse del Vecchio continente, seppure fossero proseguiti gli scambi in nero soprattutto di derrate alimentari, furono chiuse». Dal che, è ovvio, si desume come «il listino di Paesi materialmente colpiti dal conflitto, quali quelli europei, non potesse avere alcuna reazione» simile (o anche diversa) a quella di Wall Street.

Ciò detto, avvicinandosi ai giorni nostri, la dinamica al rialzo durante il “tuonare” dei cannoni è, seppure in misura più limitata, confermata sulle piazze del Vecchio continente. Anzi! Si nota una certa corrispondenza. Un esempio? La prima guerra del Golfo. In quell’occasione, il Dow Jones rimane praticamente invariato. Il Msci Europe, dal canto suo, lascia sul terreno il 2,96%. «In questo caso - ipotizza Armbruster -, anche a fronte del balzo del petrolio, in tempo di guerra si è concretizzata l’idea della futura recessione». Di conseguenza le prospettive sul potenziale rialzo dei profitti sono scese. E non solo. Va ricordato che, in seguito alla rivoluzione informatica, dagli anni 90 in poi l’economia ha accelerato la sua conversione al mondo high-tech. Quindi, in quel periodo, «la domanda legata al settore militare può avere avuto un minore impatto» sugli stessi listini.

A ben vedere quest’ultimo tema risulta più forte che mai nell’attuale scenario d’incertezza con la Corea del Nord. Gli esperti, infatti, si interrogano rispetto all’incredibile evoluzione tecnologica (da molti scienziati giustamente osteggiata) nel mondo delle armi. Una dinamica che, è il dubbio, potrebbe da un lato non creare l’indotto conosciuto nel passato; e, dall’altro, modificare l’impatto della guerra sulle stesse Borse. La speranza? Di non trovare la risposta nell’evolversi dei fatti.

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