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E la jihad adesso fa tremare l’Egitto

strage nella moschea

E la jihad adesso fa tremare l’Egitto

Non ci si poteva illudere che la caduta di Raqqa e la sconfitta dell’Isis potessero rappresentare la fine del terrorismo e del jihadismo nel mondo arabo-musulmano neppure in Occidente. Il massacro alla moschea sufi del Sinai è l’ennesimo promemoria insanguinato.

In Sinai - diventato dopo la caduta dei Fratelli Musulmani nel 2013 una sorta di Afghanistan affacciato sul Mediterraneo e il Mar Rosso, a cavallo di un’area altamente sensibile, al confine con Palestina e stato ebraico, strategica per il passaggio di pipeline e gasdotti - ne abbiamo avuto una drammatica prova con l’attentato che ieri ha fatto almeno 235 morti alla moschea di Bir El Abd, a 60 chilometri da El Airish, capitale del Sinai settentrionale una delle aree più ribollenti del territorio egiziano non lontano dalla Striscia palestinese di Gaza.

Non si cono state ancora rivendicazioni ma la moschea colpita con ordigni esplosivi artigianali e raffiche di mitra è frequentata dalla tribù Sawarka, la maggiore del nord del Sinai conosciuta per la sua collaborazione con l’esercito nella lotta contro l’Isis. In un video recente lo “Stato islamico del Sinai”, organizzazione affiliata dal 2014 al Califfato, aveva avvertito la popolazione a non cooperare con le forze di sicurezza. Ma in Sinai non c’è soltanto l’Isis, costituito dalle milizie, circa 1.500 uomini, di una formazione precedente, Ansar Beit el Maqdis: la penisola è un concentrato di formazioni jihadiste, alcune delle quali in concorrenza con il Califfato e affiliate ad Al Qaida, come quella dei Morabitun, capeggiata da Hisham Ashnawi, ex ufficiale dell’esercito egiziano. In Sinai si replica uno scenario già visto in Afghanistan dove i talebani e i gruppi legati ad Al Qaida hanno dovuto affrontate la concorrenza dei seguaci del Califfato.

L’obiettivo dei jihadisti è di far implodere un paese come l’Egitto centrale nelle strategie politiche ed economiche dell’intera area mediterranea e mediorientale, attraverso l’esportazione della violenza indiscriminata e di tattiche settarie già adottate in Iraq e in Siria.

Ma uno degli aspetti più sconcertanti, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali del 2018, è che il generale Al Sisi sta mostrando grandi incertezze nella lotta al terrorismo. Soltanto giovedì, davanti al parlamento, il ministro degli Interni Magdy Abdel Ghaffar aveva rassicurato: «La situazione nel Sinai è stabile, i cittadini che vivono nella penisola adesso sono più sicuri».

Il terrorismo in realtà colpisce non solo il Sinai ma tutto il Paese. Lo scorso 20 ottobre, all’oasi di Bahariya, 50 militari sono stati trucidati in una zona desertica a sud-ovest del Cairo, a metà strada tra il corso del Nilo e il confine libico. L’area Bahariya occupa una posizione strategica per la vicinanza al poroso confine libico e il passaggio delle rotte dei traffici illeciti nella più vasta regione del Sahara-Sahel, da dove si riforniscono i gruppi ribelli egiziani.

Se è vero che l’Egitto condiziona le mosse del generale Khalifa Haftar, anche la Libia è una spina nel fianco del Cairo.

Il Wilayat Sinai - emanazione locale dello Stato islamico - rimane comunque la principale minaccia, responsabile della maggior parte degli attacchi lanciati in questi anni. Negli ultimi mesi i jihadisti hanno moltiplicato i loro obiettivi: non solo militari, agenti della polizia e i cristiani copti ma anche i musulmani che ritengono “collaborazionisti” dello stato centrale.

E ora, dopo la debàcle dell’Isis in Siria e in Iraq, c’è anche il ritorno dei foreign fighters in un’area, quella del Sinai, dove oltre alla presenza del Califfato ci sono i gruppi qaidisti collegati con i jihadisti dello Yemen e in Africa, fedeli alla formazione fondata da Osama bin Laden.

L’Egitto del generale Al Sisi non è mai uscito dallo stato d’emergenza dopo il colpo di stato del 2013 e deve affrontare tre sfide in contemporanea: il Califfato nel Sinai, i Fratelli Musulmani nell’Egitto centrale insieme ai gruppi terroristici jihadisti, i ribelli islamici egiziani e libici alle frontiere occidentali. Gruppi diversi, per come agiscono e per le diverse finalità politiche, ma che hanno in comune l’obiettivo di far collassare il regime trasformando l’Egitto in un Paese confessionale. Al generale Al Sisi non sono bastate le derive autoritarie, i faraonici piani di raddoppio del canale di Suez e qualche timida ripresa del turismo, per avere in pugno il Paese: da un certo punto di vista è ancora un Raìs dimezzato, con controllo assai labile del Paese e degli stessi apparati di sicurezza.

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