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L’Europa della crescita non sia solo tattica

il ruolo di juncker

L’Europa della crescita non sia solo tattica

Nel clima di crescente euroscetticismo c’è il rischio che la lettera, ampiamente commentata, che la Commissione europea ha inviato al Governo italiano circa il progetto di bilancio 2018 venga classificata come rigorista e antisociale quando esprime delle cautele sui ritocchi al sistema pensionistico. Bene ha fatto perciò il ministro Padoan a non alimentare inutili contrasti spiegando che il dialogo, anche dialettico, con la Commissione è sempre costruttivo. Questa non è una scelta tattica ma la presa d’atto che, anche per merito dell’Italia, l’orientamento della Commissione Juncker è improntato alla stabilità per la crescita e non alla stabilità dei vincoli di bilancio danneggiando la crescita e l’occupazione anche con contraccolpi politici. La Commissione Juncker, al netto delle esternazioni del commissario Katainen, punta al rafforzamento sia dell’economia dell’Eurozona e delle sue istituzioni sia a quelle dei singoli Paesi membri. Tutto ciò è ancora più importante adesso che la Germania si trova in una situazione politica complessa mentre l’Italia si avvia a un periodo elettorale difficile con la Francia del presidente Macron ancora tutta da valutare. Peccato perché il trinomio Merkel-Juncker-Draghi stava esprimendo una svolta nell’Eurosviluppo che da qui al 2019 poteva consolidarsi. Adesso Juncker ha una maggiore responsabilità e pertanto cresce l’importanza delle recenti “Survey annuale sulla crescita”, “Previsioni economiche di autunno” e la procedura del “Semestre europeo” che esamina sia la situazione complessiva della Uem sia quella dei singoli Stati membri. Da questa complessa valutazione ricaviamo elementi politico-economici qualificanti anche per le valutazioni di alcuni importanti commissari.

Europa e investimenti
L’impostazione ha una forte tonalità “alla Juncker” e non solo perché vi è un forte richiamo al Piano investimenti che porta il suo nome e che entro il 2020 punta a mobilitarne per circa 500 miliardi.

La priorità enunciata dalla Commissione è quella di consolidare la macrocrescita, ma anche quella di diffondere i vantaggi della stessa alla società nel suo insieme potenziando gli investimenti e, per loro tramite, determinando anche l’aumento dei salari reali per sostenere la domanda interna.

La ripresa della crescita c’è con tassi superiori al 2%, mai raggiunti negli ultimi 10 anni, e con il calo della disoccupazione. In particolare, si evidenzia un trend espansivo della domanda aggregata e una crescita del livello medio dei redditi costante, ma contenuta. In tema di investimenti fissi lordi, che hanno avuto un calo drammatico sul Pil dal 23,1% nel 2007 al 19,6% nel 2013, si sta delineando una buona ripresa al 20,2% nel 2016 e con tassi di crescita superiori al 3% annuo fino al 2019.

La convergenza tra Paesi è però ancora debole e per questo ci vogliono riforme strutturali nei singoli Paesi per potenziare il trinomio virtuoso: dinamica degli investimenti, dell’innovazione e della produttività, dell’occupazione e inclusione. Siamo in linea con le priorità sia del Piano Juncker sia del discorso del presidente sullo Stato dell’Unione di settembre. E siamo anche in linea con la maggiore tolleranza concessa negli scorsi anni ai Paesi (tra cui l’Italia) sui vincoli di bilancio per effettuare investimenti. Lo dimostrano tre prese di posizione di Commissari.

Europa e lavoro
Marianne Thyssen, commissaria per l’Occupazione e gli affari sociali, sottolinea l’importanza del recente Social Summit e del Pilastro europeo dei Diritti sociali. Si configura, dunque, un semestre europeo che punta anche a una rinnovata convergenza tra gli Stati membri in materia di condizioni di vita e di lavoro.

Questa volontà di convergenza emerge anche dalla bozza di Joint Employment Report, che rifacendosi al Pilastro sociale si propone di allineare le dinamiche occupazionali di tutti i Paesi europei, sulla scia del calo del tasso di disoccupazione dal 10% del 2016 nell’Uem con previsione di un calo al 7,9% nel 2019. A questo fine, esisterebbe l’intenzione di adottare delle linee-guida per l’occupazione, armonizzandole con il Pilastro sociale e contenenti raccomandazioni specifiche calibrate su ogni singolo Paese.

Europa e riforme
Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione con delega all’euro e alla stabilità finanziaria, insiste molto sul rafforzamento dell’architettura dell’Uem e la stabilità finanziaria degli Stati membri.

Secondo Dombrovskis, l’Uem è una creazione incompleta. Anche in continuità con il Reflection Paper della Commissione dello scorso maggio, insiste sulla necessità di approfondire l’Uem per fornire una base solida per il rilancio del percorso di integrazione economica e politica dell’intera Unione. Parti essenziali di questo percorso sono l’integrazione dei mercati dei capitali e l’approfondimento dell’unione bancaria che, a sistema con l’unione monetaria, sono gli elementi cruciali per garantire stabilità all’Uem e resilienza rispetto agli shock che diventano tanto più dannosi quanto più esistono asimmetrie tra Stati Membri.

Nondimeno, l’approfondimento dell’Uem non può prescindere dal rispetto dei parametri fiscali e di bilancio individuati dal Patto di stabilità e crescita e dal Fiscal compact, come testimoniano i pareri di questi giorni della Commissione a commento delle bozze di Legge di bilancio dei membri dell’Eurozona (e non solo dell’Italia).

Una conclusione euroitaliana
Ecco perché Pierre Moscovici, il commissario economico-finanziario con la più marcata sensibilità politica, insiste sulla vulnerabilità di quei Paesi che a causa dei debiti pubblici non riescono a investire adeguatamente. E qui si inserisce il problema italiano perché nella lettera al nostro Governo (cofirmata da Dombrovskis e da Moscovici) la Commissione riconosce i notevoli progressi dell’Italia in termini di riforme e di riduzione del deficit, condividendo lo sforzo di consolidamento dello 0,3% a livello strutturale per il prossimo anno (il «sentiero stretto» abilmente percorso dal ministro Padoan); da un altro lato segnala che la discesa del debito sul Pil dal 132% del 130,8% del 2018 non è sufficiente. Difficile dissentire, considerato anche che i tassi potrebbero aumentare e che nello slancio elettoralistico le spinte alla spesa si faranno più pressanti.

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