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Dossier Atenei, ripartire da mobilità e job market

    Dossier | N. 22 articoliIl dibattito sull’Università - 40 anni persi

    Atenei, ripartire da mobilità e job market

    (Agf)
    (Agf)

    Quarant’anni persi forse no, ma quarant’anni di ritardo sì. La percezione di essere in ritardo traspare con chiarezza dai numerosi interventi nel forum aperto dal Sole 24 Ore sul tema dell’università. Gli argomenti trattati nel forum sono stati tanti. Non voglio nemmeno tentare di riassumere il pensiero di altri. Aggiungerò, perciò, solo qualche riflessione, in conclusione del dibattito che è stato autorevole e ricco di spunti.

    Il “posto”

    Il tema del “posto” – reclutamento e carriere e concorsi – è ovviamente tra quelli più discussi. Nei vari interventi si rafforza la consapevolezza che non è nei meccanismi concorsuali che sta la risposta alla esigenze di maggiore affidabilità del sistema di accesso all’università. L’etica viene spesso tirata in ballo, ma i richiami all’etica non evitano i comportamenti non-etici e nemmeno servono lacci e lacciuoli e norme progressivamente più soffocanti. Servono invece condizioni ambientali che rendano le cooptazioni sbagliate di qualche tribù universitaria (SSD) svantaggiose, controproducenti, dannose per il dipartimento o l’ateneo visti come insieme di singoli che, condividendo reputazione e risorse, vedono i propri interessi danneggiati da scelte mediocri o clientelari in settori anche lontani dal proprio. Una sorta di controllo sociale diffuso in cui la trasparenza è prerequisito. Gli anticorpi più potenti sono tuttavia mobilità e “job market”. Non ci può essere mobilità senza mercato e non ci può essere mercato senza la possibilità di negoziare con chi assume non solo il salario ma anche e soprattutto le condizioni di lavoro. Servono più ricercatori e più docenti, non c’è dubbio, ma cercare i migliori “sul mercato” nazionale e internazionale senza poter offrire condizioni attraenti e prospettive di crescita è uno sforzo vano.Siamo comunque in controtendenza. Una maggiore capacità negoziale implica maggiore autonomia mentre l’autonomia universitaria è proprio quella che è stata riassorbita in questi anni anche a causa di molte cattive gestioni del passato. Giusto quindi, a mio avviso, provare a ragionare in termini di “autonomia modulata” sulla base della capacità dimostrata di usare bene le risorse ricevute dallo Stato. Su questa base si può chiedere allo Stato maggiore fiducia nell’università ma bisogna accettare di essere valutati.E qui entra in gioco l’agenzia nazionale di valutazione, Anvur, richiamata più volte, criticata, elogiata, vituperata. La valutazione è uno strumento indispensabile di governo delle risorse ma va combattuto l’“accanimento parametrico” che iperburocratizza il lavoro docente, sfianca i più attivi, e offre ottimi argomenti ai detrattori della valutazione. Né va trascurato il fatto che la valutazione indirizza le scelte dei ricercatori. L’adattamento al requisito ai fini della carriera, o dei finanziamenti, può portare a scelte puramente opportunistiche che uccidono creatività e innovazione. Per questo è giusto ragionare anche in termini di valutazione ex-post ma stando attenti alla retroazione che nel nostro paese ha sempre tempi lunghi. Già ora è troppa la distanza tra scelte di governo e conseguenze di queste scelte. Chi sbaglia spesso non paga, argomento che ha fornito una motivazione oggettivamente forte alla riduzione progressiva degli spazi di autonomia dell’Università.

    Il precariato

    Altro macrotema è quello del precariato. Il concetto di precario è tutto nostrano e figlio della stessa sindrome del “posto” che affligge le carriere verticali dei docenti. Se si sta nello stesso laboratorio per anni e anni, radicandosi e mettendo su famiglia, con un contratto rinnovato periodicamente si diventa necessariamente “precari”. Se invece si usa il postdottorato per muoversi e fare esperienza ci si costruisce un CV e una propria personalità di ricercatore e studioso. Ma è un valore che può servire solo se c’è mercato del lavoro per la ricerca, appunto. La L240, introducendo i ricercatori a tempo determinato RTA (5 anni), RTB (3 anni) e le varie declinazioni ma senza meccanismi di incentivazione alla mobilità, ha de facto creato situazioni di “perpetua attesa” non di competizione positiva. Precari non si nasce, precari si diventa.C’è poi il dottorato di ricerca che da oltre trent’anni vive schizofrenico tra l’essere anticamera della carriera universitaria ed essere terzo livello di formazione. Le aspirazioni al “posto” sono naturali e non peculiari del sistema Italia, ma in nessun altro paese uno studente di PhD è considerato un “precario da sistemare” con rivendicazioni parasindacali che trovano sponda in organizzazioni e partiti. Dietro a questo c’è tanta ignoranza e un tantino di ipocrisia. D’altra parte non siamo forse il Paese in cui si diventa “dottori” con tre anni di università? Un po’ di confronto internazionale basterebbe, come dimostrano alcuni interventi nel forum, per capire perché al di là delle Alpi siamo “incomprensibili” e ben poco attraenti come luogo per venire a formarsi nella ricerca.

    Razionalizzare ciò che abbiamo

    Servono nuove risorse certamente, e tante, ma serve anche nuova razionalità nell’uso di quelle che abbiamo: dal rinnovo prioritario delle strumentazioni didattiche (troppi studenti apprendono dal “guardare e non toccare” oppure usando strumenti “vintage”), all’economia di scopo per laboratori didattici condivisi tra scuole superiori e università coinvolgendo dottorandi e postdoc in attività tutoriale (una vera formazione al lavoro), fino all’offerta formativa complementare definita su base regionale (non tutte le università devono insegnare tutto) in modo da evitare lo spezzatino delle risorse e sgonfiare la pressione su alcune sedi. Giusto chiedere aumenti e scatti ma ancor più giusto è mettere i decisori davanti alla responsabilità del rilancio della formazione basata sulla ricerca perché all’università, a differenza degli altri livelli della scuola, si fa ricerca. Incidentalmente, questo rilancio potrebbe anche richiedere che Università e ricerca e trasferimento tecnologico tornassero ad avere un Ministero ad hoc come interlocutore diretto. Il forum lo ha dimostrato: le idee per portare l’università italiana fuori dalla “buca di potenziale” in cui si trova non mancano, né le energie. Ma si avvicinano le elezioni. Fatta salva qualche operazione clientelare o qualche promessa populista poco verrà fatto di concreto. Anche se può far stare meglio la gente, creare posti di lavoro e risolvere tanti problemi di un mondo che cambia, lo studio e la ricerca non portano voti.

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