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Dossier La Serbia tiene in ostaggio otto capolavori italiani trafugati da Hitler

Dossier | N. 18 articoliFiume di denaro

La Serbia tiene in ostaggio otto capolavori italiani trafugati da Hitler

Otto “prigionieri di guerra” sono ancora in ostaggio nelle sale del Museo nazionale di Belgrado a più di settant'anni dalla fine del Secondo conflitto mondiale. Sono otto opere d'arte di inestimabile valore trafugate dall'Italia nel 1943 sui treni speciali del luogotenente di Hitler, il maresciallo Herman Goering, e finiti in Serbia dopo che per decenni se ne erano perse le tracce. Ora la procura della Repubblica di Bologna ne ha disposto il sequestro e ne chiede la restituzione, in attesa che il ministero degli Esteri rompa gli indugi e faccia sentire la sua pressione diplomatica sul governo di Belgrado.

Le opere d'arte trafugate dall'Italia sono capolavori del Medioevo e del Rinascimento: il Ritratto della regina Cristiana di Danimarca dipinto da Tiziano, la Madonna con Bambino e donatore di Jacopo Tintoretto, il San Rocco e il San Sebastiano, entrambi di Vittore Carpaccio, una Adorazione del Bambino con angeli e santi della Scuola ferrarese del XV secolo, una Madonna con Bambino di Paolo Veneziano, un trittico di Paolo di Giovanni Fei e una tempera di Spinello Aretino. Impossibile dire quanto valgano.

L’indagine della Procura di Bologna
I magistrati di Bologna indagano dal 2014 per violazione dell'articolo 648-ter del codice penale, che punisce l'impiego in attività economiche o finanziarie di denaro, beni o altre utilità provenienti da un delitto. Una prima rogatoria è stata inviata alle autorità serbe ad agosto 2015 per chiedere il sequestro preventivo delle opere disposto dal gip di Bologna. La risposta, arrivata a novembre 2016, è stata un netto rifiuto. Tre mesi fa - è il settembre 2017 - una seconda rogatoria, nella quale si contesta l'illecita esportazione delle opere e se ne chiede la confisca, viene spedita a Belgrado e ora si attende anche questa risposta.
Le opere vennero acquistate a Firenze tra il 1941 e il 1942 dal mercante tedesco Walter Hofer su ordine di Goering. Ma furono portate in Germania aggirando la regolamentazione prevista da due leggi dello Stato italiano: una del 1909 e l'altra del 1939. In quel periodo i nazisti facevano razzia di opere d'arte in Europa con l'obiettivo di raccoglierle in un grande museo a Linz, in Austria. In tutti i paesi occupati dai tedeschi gli acquisti “forzati”, il saccheggio o la confisca di opere appartenenti ad ebrei si moltiplicavano.

La Dichiarazione di Londra degli Alleati
Fu per questo che nel 1943 le potenze alleate adottarono la Dichiarazione di Londra, che esplicitava la loro intenzione di fare tutto ciò che era in loro potere per annullare le compravendite di beni (incluse le opere d'arte) avvenute nei territori occupati dai tedeschi e dai loro alleati, anche se gli atti di compravendita si presentavano in apparenza del tutto legittimi.
Sta di fatto che le otto opere ricompaiono dopo la guerra nel Collecting point di Monaco di Baviera, dove gli alleati avevano raggruppato migliaia di opere d'arte saccheggiate dai nazisti. E qui vengono prelevate da Ante Topic Mimara, un croato che sostiene di essere il rappresentante del governo della Jugoslavia. Se ne perde ogni traccia.
Nel 1955 il parlamento italiano approva la legge numero 77, un provvedimento di un solo articolo che stabilisce che «le opere d'interesse artistico, storico e bibliografico, che nel periodo dal 1° gennaio 1936 all'8 maggio 1945 furono trasferite in proprietà e a qualsiasi titolo allo Stato germanico, a personalità politiche del regime nazista o a sudditi germanici e delle quali il Governo italiano ha ottenuto la restituzione da parte del Governo militare alleato in Germania, sono acquisite al patrimonio artistico, storico e bibliografico dello Stato e conservate in musei o biblioteche pubbliche». Le otto opere trafugate da Ante Topic Mimara sono tra queste.
Si mette in moto la diplomazia italiana ma anche quella statunitense. E anche se nessuno ha idea dove si trovino realmente le opere, a più riprese viene chiesto al governo jugoslavo di restituire i capolavori. Ma la ragion di Stato, i rapporti non sempre sereni tra Roma e Belgrado e l'avvio della Guerra fredda tra Usa e Urss fanno sì che sulla vicenda cali una cappa di silenzio.

La scoperta dei Carabinieri
Sono i carabinieri del Comando tutela patrimonio culturale di Firenze a scoprire nel 2014 la traccia che porta finalmente all'apertura dell'inchiesta di Bologna. A Firenze, gli 007 delle opere d'arte incrociano i dati della banca dati Leonardo (il gigantesco archivio informatizzato dei Carabinieri dove sono immagazzinate le foto di tutte le opere rubate o scomparse) con le immagini di una mostra che è stata organizzata a Bologna dal 28 novembre 2004 al 13 febbraio 2005. “Da Carpaccio a Canaletto. Tesori d'arte italiana dal Museo nazionale di Belgrado”, è il titolo del catalogo di quella esposizione. Tra le opere d'arte esposte a Bologna (e in seguito nel Castello Svevo di Bari) c'erano anche gli otto “prigionieri di guerra”. Ci sono voluti più di 70 anni, ma finalmente in quel 2014 le opere vengono localizzate a Belgrado, in Serbia.

Il via alle indagini
Scatta l'inchiesta dei pm di Bologna e parte la prima rogatoria. Alla quale le autorità di Belgrado rispondono con un rifiuto al sequestro preventivo dei dipinti. I serbi ritengono che i quadri siano stati regolarmente acquistati dai tedeschi in un periodo in cui l'Italia era alleata dei nazisti. Aggiungono - a sostegno della loro tesi - che l'interruzione delle ricerche da parte del Dipartimento di Stato Usa è un implicito riconoscimento che le opere debbano rimanere sul suolo serbo. E infine sottolineano che nel frattempo è comunque scattata l'usucapione.
Secondo le autorità serbe, inoltre, i quadri sottratti da Ante Topic Mimara sarebbero stati consegnati dagli Usa alla Jugoslavia come riparazione dei danni di guerra provocati dalla Germania. Ma la Convenzione dell'Aia del 1954 ha stabilito, invece, che le opere d'arte non possano essere utilizzate per compensare danni di guerra. Lo ius praedae non può riguardare i capolavori artistici.

Identikit di una spia
Ma chi era Ante Topic Mimara? La sua figura è circondata dal mistero. Collezionista, mercante, pittore, restauratore, scultore, presunto ladro di opere d'arte. Probabilmente una spia. Mimara, forse, era tutto questo insieme. Un uomo dalla brillante intelligenza ma anche un impostore. Quando nel dicembre 1948 si presenta al Central collecting point di Monaco di Baviera, l'edificio dove i Monuments Men, cioé gli ufficiali del “Monuments, Fine Arts, and Archives program” istituito dal governo militare alleato in Europa, avevano raggruppato le opere d'arte trafugate dai nazisti, Mimara ha cinquant'anni e afferma di essere un rappresentante del governo jugoslavo, incaricato di ottenere la restituzione dei capolavori sottratti al paese balcanico. Porta con sé 13 libri in cui sono elencate le opere che - sostiene - sta ricercando. Ma al Collecting point non c'è traccia di quei lavori e Mimara fa dietro front con le mani vuote.

L’arrivo al Collecting point
Alla fine del 1948, quando ancora Monaco è invasa dalle macerie dei bombardamenti alleati, al Collecting point sono in affanno: il punto di raccolta deve chiudere alla fine del 1949 e le opere da fotografare e da catalogare sono infinite. Il 31 marzo 1948, Mimara invia una lettera al responsabile del Collecting point. La missiva è scritta su carta intestata del “Rappresentante della Jugoslavia per la restituzione delle opere d'arte e dei monumenti”. La busta contiene sette liste di oggetti che verrebbero reclamati dal governo di Belgrado: si tratta di 56 quadri, sculture, monete, tappeti, oggetti di argento e altre opere d'arte. In tutto 25 tonnellate di materiale. Sono opere delle quali gli uomini del Collecting point non hanno ancora stabilito l'identità e dunque neppure l'appartenenza a un preciso paese. Oggetti dal valore incommensurabile che nessuno ha reclamato come propri, almeno fino a quel momento.
Mimara - scopriranno molti anni dopo gli investigatori che indagheranno sul suo caso - ha potuto redigere quella lista perché all'interno del Collecting point ha l'aiuto di una “talpa”: Wiltrud Mersmann, una giovane storica dell'arte, cittadina tedesca, curatrice al Collecting point di Monaco di Baviera dal marzo 1946 al luglio 1949. Sarebbe stata Wiltrud a identificare le 166 opere d'arte che non avevano ancora un proprietario accertato e a consentire a Mimara di descriverle minuziosamente con tanto di misure per poter dimostrarne la paternità jugoslava. Wiltrud diventerà nel 1957 la moglie di Mimara.

I mille volti di Mimara
Le opere d'arte vengono consegnate al croato in quattro occasioni tra la fine di maggio e l'inizio di giugno del 1949. Stipate in alcuni camion, lasciano Monaco e scompaiono. Per quasi 70 anni verranno dimenticate.
Mimara viene descritto dagli ufficiali americani del Collecting point come un uomo dall'altezza media, viso rotondo, barba e capelli neri, ben vestito. In una delle sue visite indossava una fiammante divisa da colonnello dell'esercito jugoslavo, sebbene non esistano prove che abbia svolto una carriera militare. Non ci sono elementi neppure per affermare che Ante Topic Mimara fosse il suo vero nome.
Secondo la sua biografa, Vesna Kusin, Mimara si faceva chiamare Matutin e solo a un certo punto della sua vita avrebbe adotatto il nome Mimara, che deriva dal turco. Si sarebbe arruolato nell'esercito austriaco durante la Prima guerra mondiale e, dopo essere stato ferito, sarebbe stato portato a Roma come prigioniero. Nella capitale italiana sarebbe diventato l'assistenza del pittore Antonio Mancini. Secondo un'altra ricostruzione riportata da Vesna Kusin nel su libro del 1987 intitolato “Mimara”, Ante Topic sarebbe stato in realtà Mirko Maratovic, un croato che con il falso nome di Conte Mirko Pyelik-Inna avrebbe orchestrato il furto di un dittico di avorio dalla cattedrale di Zagabria negli anni Venti. Il dittico fu venduto al museo di Cleveland, negli Usa, nel 1928.
Maratovic si sarebbe appropriato dell'identità di Ante Topic dopo la morte del vero Topic in un'ospedale militare di Roma e avrebbe poi aggiunto il soprannome Mimara, abbreviazione del suo vero nome, MIrko MARAtovic. La vedova e il figlio di Mimara hanno però smentito questa versione.
Negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, Mimara gira in lungo e in largo l'Europa. Lo troviamo a Parigi, dove avrebbe incontrato il futuro presidente della Jugoslavia, Josip Broz Tito. Ma soprattutto a Berlino e a Monaco, dove svolge l'attività di pittore e di restauratore. In Germania, nel 1927, avrebbe incontrato il futuro fuhrer, Adolf Hitler.

I contatti con Goering
È in questi anni che Mimara accumula le opere della sua collezione privata. Alla vigilia della guerra gli ebrei e quanti si preparano a lasciare la Germania si sbarazzano di quadri e sculture. Acquistare opere d'arte a prezzi irrisori è facile come bere un bicchier d'acqua. Lo stesso Mimara dichiarerà in seguito di essere stato consigliere del Maresciallo del Reich, Hermann Goering, il vice di Hitler. Non c'è nessuna prova di questo rapporto, come non ci sono conferme che Mimara abbia partecipato - come egli stesso avrebbe asserito - alla resistenza anti-nazista e sia stato fatto prigioniero nel 1942 in un campo di concentramento.
Durante la guerra Mimara vive a Berlino, in una villa a Schlachtensee, a sud-ovest della capitale del Terzo Reich. Possiede anche un appartmento in città, a Charlottenburg, e uno studio dove dipinge e restaura opere d'arte. La sua collezione è conservata, in quegli anni, a Lörrach, una città della Germania sud-occidentale, nel Baden-Württemberg, e ad Anversa, nelle Fiandre.
Terminato il conflitto, nel 1946, il governo alleato in Germania lo accredita come consigliere della missione militare jugoslava, sebbene nessuno sappia chi a Belgrado lo abbia nominato per quell'incarico. Ma grazie al passaporto diplomatico che gli viene consegnato, Mimara è in grado di girare tranquillamente per l'Europa devastata dalla guerra: Svizzera, Francia, Austria, Olanda.
Arriviamo così al dicembre 1948, quando il mercante si presenta per la prima volta al Collecting point di Monaco di Baviera ingannando i Monuments men e spacciandosi per rappresentante della Jugoslavia. Gli americani gli consegnano le 166 opere d'arte tra cui gli otto dipinti italiani. E quando il ministro plenipotenziario Rodolfo Siviero, inviato a Monaco dal governo italiano, chiede la restituzione delle opere scopre che si sono ormai volatilizzate.

Caccia ai capolavori scomparsi
Siviero - personaggio complesso, storico dell'arte e spia, fascista prima, antifascista poi - comincia la caccia ai dipinti scomparsi chiamando in causa gli Stati Uniti, responsabili in buona fede della erronea consegna dei dipinti. In due occasioni, nel 1950 e nel 1956 gli Usa cercano di rintracciare le opere, senza però ricevere risposte dal governo jugoslavo. Ma poi decidono di interrompere le ricerche. Il dipartimento di Stato teme di essere chiamato in causa per non aver informato tempestivamente lo Stato italiano dell'erronea consegna dei dipinti. Tutta la vicenda rischia di creare un grave imbarazzo all'Amministrazione americana. Gli Usa hanno paura che Siviero sollevi pubblicamente il caso.
Su Mimara, nel frattempo, sta indagando la Cia, che cerca di capire dove sia il croato ma soprattutto chi realmente sia. Gli agenti dell'intelligence americana localizzano Mimara a Montevideo, in Uruguay, nel 1953. Qui il mercante d'arte ha proposto al ministro dell'Istruzione di affittare la sua collezione per 13 milioni di dollari, per un periodo di sei anni.
In Sudamerica Mimara sostiene di essere un anti-titoista e di aver lasciato la Jugoslavia dopo l'avvento del regime comunista. Ma nei rapporti della Cia si legge che l'uomo era stato l'agente segreto jugoslavo più attivo nella Germania occupata e aveva attraversato le zone amministrate dai francesi e dagli inglesi sotto i falsi nomi di Pasko, Zglado e Mimaraovic. Anche i servizi di intelligence della Germania Ovest ritenevano che l'uomo fosse una spia jugoslava.
Nell'aprile 1955 Mimara viene localizzato a Tangeri, in Marocco, proveniente da Brema. Tangeri è in quel periodo una zona franca e qui Mimara trasferisce una parte della sua collezione. Un anno dopo abbandona la città e raggiunge Vienna.

La ricomparsa
Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, Mimara incontra i curatori di numerosi musei degli Stati Uniti, incluso il Metropolitan Museum of Art, al quale offre alcuni dipinti di Rembrandt, Rubens e Raffaello. La compravendita non va in porto ma il croato riesce comunque a vendere la croce del sepolcro di Sant'Edmondo, una lavoro medievale che il Metropolitan paga 600mila dollari. Con questa cifra Mimara compra un castello nei dintorni di Salisburgo.
Nel 1973 il mercante dona gran parte della sua collezione alla Repubblica croata, a condizione che a Zagabria venisse costruito un edificio per ospitarla. Oggi queste opere sono custodite in un grande museo nel centro della città.
I quadri italiani sarebbero stati conservati da Mimara fino al 1988 e sono poi finiti – non è chiaro come - nel Museo nazionale di Belgrado. In ostaggio da trent'anni, come ultimi “prigionieri di guerra”. E in attesa che la diplomazia italiana - a partire dal ruolo fondamentale del ministero degli Esteri guidato da Angelino Alfano, oltre che da quello dei Beni e delle attività culturali e del turismo retto da Dario Franceschini - e il Dipartimento di Stato Usa battano un colpo.

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