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Una carbon tax per guardare con più fiducia al futuro

L'Analisi|Interventi

Una carbon tax per guardare con più fiducia al futuro

La vittoria di Emmanuel Macron ha riaperto per l’Unione europea prospettive insperate, che il discorso tenuto alla Sorbona il 27 settembre scorso ha reso evidenti con una serie impressionante di proposte innovative. Anche il mito (perché di questo si tratta) dell’intangibilità della sovranità nazionale è stato espressamente confutato: occorre, al contrario, riconquistare al livello europeo una sovranità che gli stati europei, nessuno escluso, hanno ormai perduto al livello nazionale.

Tra le tante, una delle linee espresse dal presidente francese ci sembra di rilievo strategico. Si tratta della proposta di istituire a breve una tassa europea sulle emissioni di anidride carbonica (carbon tax). L’idea non è nuova, ma solo ora sembra acquistare un peso sufficiente per giungere alla fase della concreta realizzazione.

La proposta è importante per diversi ordini di ragioni. Anzitutto essa persegue l’obiettivo di contrastare con efficacia la china rovinosa del degrado ambientale determinato dal cambiamento climatico che minaccia l’intero pianeta, del quale le emissioni di CO2 sono una componente essenziale, direttamente imputabile all’azione dell’uomo.

In secondo luogo, le risorse provenienti dalla tassa sul carbonio consentirebbero la messa in opera di politiche di sviluppo delle quali l’Unione europea ha assoluta necessità non solo in funzione anticiclica, ma per conseguire le finalità esplicitate nei trattati, per mezzo di investimenti in beni pubblici europei fondamentali per il futuro del nostro Continente. Tra questi vi sono, accanto alla tutela dell’ambiente e del territorio, il finanziamento delle ricerche di base; una politica comune dell’energia e di sviluppo delle risorse rinnovabili; grandi investimenti nell’informatica e nell’intelligenza artificiale, che l’Europa non può trascurare lasciandone la guida agli Usa e alla Cina; la valorizzazione capillare del patrimonio culturale; e altro ancora.

L’ammontare delle risorse provenienti da una carbon tax permetterebbe in effetti di aumentare in misura cospicua il bilancio dell’Unione. Si è calcolato che applicando alle emissioni del settore domestico, dei trasporti, dell’agricoltura e delle piccole e medie imprese - ossia ai settori non compresi nell’Ets (Emission trading scheme) - la forchetta di tassi proposti da Macron nel suo discorso alla Sorbona (25 o 30 euro per t/CO2) il gettito potenziale può raggiungere 55 - 65 miliardi di euro. Ma se il tasso di prelievo salirà poi gradualmente fino a 50 euro, come suggerito dagli scienziati che si occupano di cambiamenti climatici, il gettito nell’Europa a 27 raggiungerebbe i 110 miliardi, con un’incidenza di circa 11 centesimi per un litro di benzina. Ciò porterebbe praticamente a un raddoppio del bilancio dell’Unione, oggi fermo al 1% del Pil europeo, assolutamente inadeguato per finanziare le nuove politiche di cui l’Europa ha urgente bisogno.

Nel suo discorso alla Sorbona Macron ha anche sottolineato che l’introduzione della carbon tax deve essere accompagnata dall’imposizione di una tassa alla frontiera – equivalente alla tassa pagata dalle imprese europee – per evitare distorsioni di origine fiscale e conseguentemente o una perdita di competitività per le imprese europee o addirittura la delocalizzazione di produzioni europee verso paesi che non applicano un prezzo per il carbonio (il cosiddetto carbon leakage). Una tassa alla frontiera porterebbe all’incirca altri 25 miliardi di euro alle casse del bilancio europeo, cui dovrebbe prossimamente aggiungersi anche il gettito delle aste per l’acquisto dei permessi negoziabili nell’ambito dell’Ets.

Naturalmente, un aumento significativo delle risorse attribuite al bilancio dell’Unione pone il problema di garantire un adeguato ancoraggio democratico in tema di fiscalità e di imposte. Ciò vale tanto per l’ammontare e la regolamentazione della carbon tax quanto per l’impiego delle risorse che essa garantirebbe. La scelta coerente è quella di assicurare su entrambi i versanti un ruolo adeguato al Parlamento europeo, in codecisione con il Consiglio. Quanto alla gestione, la procedura migliore sarebbe quella di affidarla alla Commissione attraverso l’incarico conferito a un commissario ministro dell’Economia, anche qui sotto il controllo del Parlamento e del Consiglio. Sarebbe allora corretto che il gettito dell’imposta entrasse a pieno titolo nel bilancio dell’Unione.

Un’ipotesi alternativa sarebbe quella di istituire un’Agenzia - essa pure, peraltro, sottoposta al controllo istituzionale dell’Unione - abilitata a gestire le risorse fornite dalla carbon tax, secondo un modello già sperimentato in passato per la Ceca e per l’Euratom, il quale ultimo (va ricordato) è tuttora in vigore.

Problemi delicati, ma certo risolubili, se ci sarà la carta magica della volontà politica, anzitutto di Francia e Germania. Anche l’Italia, se si renderà credibile con le sue politiche interne, potrà avere a voce in capitolo.

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