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Mattarella: la crisi pagata dai giovani

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Mattarella: la crisi pagata dai giovani

Il presidente Sergio Mattarella insieme ad alcuni dei premiati (Ansa)
Il presidente Sergio Mattarella insieme ad alcuni dei premiati (Ansa)

C’era una circolarità nei discorsi che ieri hanno accompagnato le consegne al Quirinale delle onorificenze ai 25 Cavalieri del Lavoro e ai nuovi Alfieri del lavoro selezionati tra i migliori studenti d'Italia. E Sergio Mattarella, nel suo intervento conclusivo, ha voluto proprio mettere insieme quei tratti comuni che aveva sentito nelle parole di chi lo aveva preceduto, il ministro Carlo Calenda e il presidente della Federazione nazionale cavalieri del lavoro, Antonio D'Amato. L'esercizio di «realismo» e l'impegno su «nuovi investimenti», su cui il ministro dello Sviluppo ha richiamato una politica troppo impegnata nelle promesse elettorali; la necessità – invocata da D'Amato - che i ceti dirigenti costruiscano un «Progetto Paese» senza cedere alle «derive demagogiche».

E dunque seguendo queste tracce, seppure da un punto di osservazione diverso, il capo dello Stato ha tenuto il filo sul «bisogno di pensare al domani» per “cucire” la giornata di ieri che anche nella sua organizzazione pratica è stata in sè un messaggio. Cioè aver alternato sul palco le premiazioni agli imprenditori di successo e ai ragazzi, è diventata una rappresentazione visiva di un patto tra generazioni, un continuo passaggio di testimone, una grande alleanza tra chi ce l'ha fatta e chi vuole farcela. Ha voluto si notasse Mattarella quando ha detto che «la nostra unità civile inizia dalla solidarietà tra le generazioni». E questa solidarietà comporta innanzitutto la presa d’atto di una realtà dolorosa: «Sono i giovani - scandisce Mattarella - ad aver pagato in misura maggiore il prezzo della crisi».

Non ha esitazioni il capo dello Stato a “calcare” un tema messo in disparte da una campagna elettorale che ha virato su una rincorsa tra le varie promesse sulle pensioni. Un tema che è stato pure “appesantito” dai dati di qualche giorno fa sulla denatalità tutta italiana, anche questa frutto della crisi degli ultimi otto anni. «Come dice il ministro Calenda, abbiamo una ripresa economica dai ritmi più sostenuti ma non possiamo sentirci appagati». Ecco, questo senso di non compiutezza sugli obiettivi, per Mattarella, sta proprio nella grande esclusione dalla “torta” dei giovani e delle donne. «Allo storico deficit di occupazione femminile si sovrappone una grave difficoltà all'ingresso dei ragazzi nel mercato». Sta qui quel senso di non appagamento, nel non valorizzare il capitale umano, nel vedere un «esodo di ragazzi dall'Italia quando è determinato da costrizione». Un panorama che rischia di impoverirsi di talenti e che intanto ha bisogno di un «ripensamento del legame tra lavoro e welfare per aggiornarlo alle nuove domande e non per demolire il modello sociale europeo».

In questa ri-costruzione, come fosse un dopoguerra, ci sono priorità necessarie: accanto alla scommessa sul lavoro, Mattarella vede la «difesa della centralità dell'impresa» e l’Europa. «Come diceva il presidente D'Amato, è compito del nostro Paese spingere l'Europa a rispondere alle aspettative dei cittadini ma è l'Unione il soggetto che può agire efficacemente su scala globale per lo sviluppo. Nessuno si avvantaggerebbe di un fallimento Ue».

E infatti «più Italia e più Europa» è stata la sintesi efficace di un discorso in cui D'Amato non ha fatto sconti a un ceto politico «prevalentemente concentrato su questioni di breve momento e di assai corto respiro». Ciò a cui è chiamata la classe dirigente - dice - è «costruire ciò che ancora non abbiamo e di cui abbiamo un assoluto bisogno: un sistema Paese che sappia e voglia affrontare i nodi che minano la nostra competitività, che mortificano le nostre potenzialità, e rendono difficile uno sviluppo che pure è alla nostra portata». Richiama il disagio sociale D'Amato e ricorda le cifre sconfortanti dell'astensionismo come risposta indifferente dei cittadini a una politica che guarda altrove. «I problemi non si risolvono con velleità autonomiste né con facili populismi. E anche le riforme messe in campo non sono capaci di dispiegare i loro effetti senza un progetto-Paese, con il quale la “Politica” sappia assumersi la responsabilità di disegnare il futuro».

Non meno sferzante è stato l’intervento del ministro dello Sviluppo che porta i conti in attivo di un’impresa che si è rialzata anche grazie agli strumenti di Industria 4.0 e che è ripartita con risultati «sorprendenti» nell’export dove è riuscita a doppiare la Francia e a sorpassare la Germania ma che continua ad avere bisogno di un contesto pubblico dove si faccia esercizio «di realismo». Non tace Calenda il suo fastidio per quelle promesse da campagna elettorale in cui molti «raccontano che ci sono i soldi per fare tutto: è falso». Un controcanto amaro in tempi di propaganda serrata, eppure il ministro non rinuncia a fare la sua parte mettendo all’indice la «fuga dalla realtà» di una poltica in corsa per i consensi di marzo 2018. Sono invece due - dice - le chiavi per non disperdere i primi segni positivi: «Investimenti, pubblici e privati; e poi la responsabilità di raccontare la realtà, che è complessa e non è semplice». E dunque in questa ripresa economica che conforta ma non appaga, Calenda dice di non piegarsi «nè all’ottimismo nè al pessimismo: il Paese ce la può fare ma non perchè c’è chi ci soccorre ma per il coraggio di misurarsi con la realtà».

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