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Bitcoin, alcuni buoni motivi per essere cauti

L'Analisi|criptovalute

Bitcoin, alcuni buoni motivi per essere cauti

L'attuale ossessione per le criptovalute pare non conoscere confini. Il valore in dollari del bitcoin si è decuplicato dall’inizio di quest’anno ed è aumentato di ben trentamila volte rispetto a quello del primo gennaio 2011. Fino a questo momento, nel 2017 le Ico, Initial coin offering, tramite le quale le aziende si finanziano emettendo “token” (criptomonete coniate per l’occasione) hanno raggiunto un valore di 3,5 miliardi di dollari. Dovremmo tuttavia usare cautela nei confronti di questo trend: gli investitori devono essere tutelati e si dovrebbe impedire a banche regolate, compagnie di assicurazione e fondi pensionistici di dar vita a un’eccessiva esposizione a questi strumenti.

Il mio scetticismo non riguarda la blockchain, la tecnologia che sta dietro a bitcoin. Questa distributed ledger technology è un’innovazione gradita, con utili applicazioni, compresa un’esecuzione rapida e automatica di contratti intelligenti. A preoccuparmi sono le criptovalute stesse. Bitcoin porta infatti a formulare due domande distinte: è sostenibile? Presumendo che lo sia, contribuisce al bene comune? Le mie risposte a questi interrogativi sono le seguenti: «Probabilmente no» (ancora non lo si può affermare con certezza) e «assolutamente no».

Per quanto riguarda la sostenibilità, bitcoin è una bolla perfetta, un asset privo di valore intrinseco, il cui prezzo precipiterebbe a zero se venisse meno la fiducia. Senza dubbio, esistono alcune bolle di successo che durano a lungo: l’oro (il cui valore eccede di gran lunga il prezzo che avrebbe se fosse trattato alla stregua di un materiale grezzo e se fosse usato per fini industriali o meramente decorativi); o addirittura il dollaro, la sterlina o l’euro. La storia dei mercati, tuttavia, è costellata di bolle che hanno finito coll’esplodere, dai bulbi di tulipani in Olanda negli anni Trenta del Seicento e dalla bolla della South Sea nel 1720 alle incalcolabili bolle dei mercati azionari e del settore immobiliare. Nessuno può affermare con certezza che bitcoin precipiterà. Potrebbe benissimo diventare l’oro del futuro. In ogni caso, io non ci scommetterei i miei risparmi, né vorrei che le banche puntassero sul suo valore.

Il valore sociale di bitcoin mi sfugge abbastanza. Si consideri il signoraggio: per tradizione un’espansione nella fornitura di denaro fornisce al governo risorse in eccedenza. I ricavi dell’emissione dovrebbero andare alla comunità, come è giusto che sia. Nel caso di bitcoin, le prime monete coniate per davvero sono finite nelle mani di privati. Le monete coniate di recente creano il corrispettivo di una devastante corsa agli armamenti. Le cosiddette “mining pool” entrano in competizione tra loro per aggiudicarsi bitcoin investendo nella potenza informatica e spendendo in elettricità. Ecco dove va a finire il signoraggio.

Bitcoin sarà anche un sogno libertario, ma di fatto è un vero grattacapo per chiunque consideri la politica pubblica come un complemento indispensabile alle economie di mercato. Ancora adesso è utilizzato troppo spesso per evadere le tasse o per riciclare denaro sporco. In un mondo di criptovalute private, come potrebbero le banche centrali attuare politiche controcicliche?

Del resto, nemmeno la frenesia per le Ico riesce a essere più rassicurante. Sbandierata come un mezzo per affrancarsi dal potere degli intermediari finanziari, dal venture capital alle banche, non tiene in considerazione alcuna i fondamenti stessi della finanza: l’uso di intermediari fidati e dotati di ingenti capitali incaricati di tenere d’occhio i progetti.

Secoli di esperienza ci hanno insegnato quanto sia importante eliminare i progetti fraudolenti o di basso valore e far sentire la propria voce nella governance aziendale. Dal punto di vista degli investitori, l’esclusione e il controllo sono “beni pubblici”; approfittarsene rende improbabile la loro disponibilità in base alla maggior parte delle forme di Ico.

Per finanziare i progetti Ico, i garanti emettono e consegnano “token” agli investitori. Questi sono spesso assimilati a capitale azionario ma, a differenza delle azioni, il più delle volte non conferiscono alcun diritto di voto. Oltre a ciò, se la distribuzione dei dividendi avviene in token invece che in dollari, per esempio, i token sono ancora una volta niente più di semplici bolle, e il loro valore può precipitare a zero a prescindere dal successo di un’azienda.

I progressi tecnologici possono migliorare l’efficienza delle transazioni finanziarie, e la miglioreranno, ma in nessun caso dovrebbero portarci ad astrarci del tutto dai fondamenti economici. I governi che nutrono ancora simpatie per bitcoin e IcoCO farebbero bene a prestare grande attenzione, per tutelare al meglio i loro cittadini e le loro istituzioni finanziarie dai rischiosi sviluppi, potenzialmente molto dannosi a livello sociale.

L’autore è premio Nobel dell’Economia e presidente della Toulouse School of Economics e ha pubblicato il libro intitolato “Economics for the Common Good”.
Traduzione di Anna Bissanti
Copyright The Financial Times Limited 2017

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