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L’Italia, il costo delle medicine e la sconfitta dell’Ema

L'Analisi|Interventi

L’Italia, il costo delle medicine e la sconfitta dell’Ema

Negli ultimi anni, soprattutto su impulso del regolatore nazionale britannico, i meccanismi di prezzo dei farmaci sono stati più legati al concetto di value based: un rimborso legato all’efficacia del farmaco. Tale meccanismo non è stato adottato però da tutti i regolatori nazionali europei. Parte delle agenzie nazionali lega il prezzo rimborsabile anche a meccanismi più o meno complessi di reference price, in cui il prezzo massimo rimborsabile dipende dal prezzo medio rimborsato in un paniere di altri Paesi. Questo meccanismo, criticato per le possibili implicazioni sul possibile ritardo (esclusione) nella commercializzazione dei farmaci nei Paesi “meno redditizi”, si sta oggi evolvendo verso accordi per l’acquisto congiunto di farmaci tra Paesi. L’idea è quella di fare fronte comune verso l’industria per negoziare un prezzo medio migliore, ma a livello di Stati non tutti potrebbero stare meglio. Chi riusciva in partenza a spuntare un prezzo inferiore (facendo di fatto pagare la ricerca e sviluppo agli altri) si troverà svantaggiato.

L’Italia è spesso accusata di fare free riding. Preferiamo negoziare direttamente con le grandi società farmaceutiche per strappare prezzi bassi per i farmaci di “fascia A” (quelli rimborsati dal sistema sanitario). Questa negoziazione, si dice, scaricherebbe su altri Paesi europei il costo degli ingenti investimenti in ricerca e sviluppo dei farmaci stessi. Non solo, ma crea il fenomeno delle “importazioni parallele”: farmaci che in un Paese hanno un prezzo più basso vengono importati in altri Paesi, spiazzando così le vendite a prezzi più alti di quello stesso farmaco su questi ultimi mercati. Una forma di arbitraggio sulla regolazione, che certo non piace ai nostri vicini.

L’Italia inoltre è stata molto attiva sul fronte del rimborso condizionato (ai risultati) del farmaco per quanto riguarda quelli molto costosi.
Molto dinamica è anche la nostra Autorità antitrust (Agcm). L’Agcm a settembre 2016 ha comminato una multa di oltre 5 milioni di euro ad Aspen Pharma per abuso di posizione dominante. L’Aspen aveva imposto degli incrementi di prezzo elevatissimi e non giustificati, secondo l’Agcm, su cinque farmaci oncologici, essenziali, salvavita e insostituibili. Aveva aumentato il prezzo tra il 300% e il 1500%, minacciando l’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) di ritirare dall’Italia tali farmaci se tali rincari non fossero stati accettati.

Ebbene, dopo la sentenza del nostro Antitrust, anche la Commissaria europea per la Concorrenza Margrethe Vestager ha deciso di aprire un’indagine sulle politiche di prezzo di Aspen Pharma. Questa è la prima volta che la Commissione europea interviene in questo campo. Fino a ora la Commissione aveva sempre lasciato che fossero le autorità nazionali a occuparsi dei prezzi dei farmaci.

Un altro esempio dell’attivismo dell’antitrust italiano è dato dalle multe (nel 2014) di 90 e 90,5 milioni di euro alla Roche e a Novartis per comportamenti collusivi volti a ostacolare l’uso del più economico farmaco Avastin a vantaggio del più costoso Lucentis (entrambi idonei alla cura di gravi patologie della vista). I due colossi del farmaco hanno fatto ricorso presso la Corte Europea di Giustizia contro la decisione dell’Agcm.

La decisione del nostra antitrust potrebbe aprire la strada a una vera rivoluzione nell’industria del farmaco in Europa: molti farmaci assai costosi e quindi lucrativi potrebbero venire sostituiti da prodotti alternativi assai più economici. Questa strada consentirebbe forti risparmi di spesa pubblica per gli stati membri ma è duramente criticata e temuta dall’industria farmaceutica.

L’Italia, insomma, si è conquistata in Europa la fama di Paese che spesso va per la propria strada per avere sconti sui prezzi dei farmaci, scaricando in parte su altri Paesi l’onere di assicurare una copertura agli enormi investimenti in ricerca e sviluppo che caratterizzano il settore farmaceutico; in più il nostro Antitrust sembra molto solerte nel sanzionare i comportamenti delle corporation farmaceutiche.

La scelta della nuova sede dell’Ema è avvenuta in questo quadro. Il dubbio che sorge allora è se la decisione di vari Paesi di votare a favore di Amsterdam sia stata influenza dalla volontà di punirci per i nostri comportamenti non cooperativi e anche da considerazioni legate agli interessi dell’industria del farmaco.

Dopo il voltafaccia della Spagna, che fine farà l’accordo tecnico firmato dall’Italia a La Valetta quest’estate, con Portogallo, Spagna, Grecia, Cipro e Malta per la negoziazione congiunta dei prezzi dei farmaci?

Sandro Trento (Università di Trento) Rosella Levaggi (Università di Brescia)

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