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Roland Berger e il ricordo dell’Italia del boom: «Io, Pasolini e le fabbriche»

Roland Berger
Roland Berger

«Durante l’estate, fra un semestre universitario e l’altro, venivo a Roma. Lavoravo in una piccola banca di fronte alla Fontana di Trevi. La sera uscivo o frequentavo le case degli amici. Ho stretto legami che sono durati tutta la vita. Mi è capitato di conoscere perfino Luchino Visconti e Pier Paolo Pasolini. Visconti era ombroso e di poche parole. Pasolini, invece, era un grande conversatore ed esprimeva una profonda passione politica e culturale per il suo Paese». Roland Berger parla un italiano quasi perfetto, con una lieve inflessione tedesca, arrotondata e addolcita dai suoni della Baviera. Siamo al ristorante Schwarzreiter, al 17 di Maximilianstrasse, a Monaco di Baviera, in una giornata gelida e umida. Berger, fra pochi giorni, compierà 80 anni.

Ha una camicia azzurra, una cravatta blu scura, il vestito di taglio classico che accomuna buona parte delle élite economiche internazionali. Muove molto le mani, per gli standard tedeschi. Mentre sceglie dal menù una sogliola con verdure bollite – io invece preferisco il filetto di manzo alla bavarese, con purea – ricorda la stagione della giovinezza e quella Italia in cui avrebbe poi operato a lungo con la sua attività di consulente strategico per le principali imprese pubbliche e private, conoscendo i maggiori imprenditori e manager del nostro Paese, fino all’attuale rapporto con Sergio Marchionne e John Elkann.
«Allora, erano gli anni Cinquanta, le tendenze di sinistra erano in gran parte predominanti nella borghesia e fra gli intellettuali che, a Roma, incontravo nelle case dei miei amici. Ricordo le discussioni interminabili, piene di verve e scintillanti di intelligenza. Io provavo a misurarmi con loro proponendo le mie idee di liberale tedesco che credeva, e che tuttora crede, nell’economia sociale di mercato. È stata una notevole palestra di dialettica». Roland Berger, in quel periodo, studia economia all’università di Monaco di Baviera. «Anche se era diverso da oggi: il piano di studi era più elastico. Accanto alle materie principali, si potevano dare esami di storia, psicologia, filosofia. Oggi, invece, prevale l’ultraspecialismo».

In quel periodo, mentre si divide fra Monaco di Baviera e Roma, desidera mettersi alla prova come imprenditore. «Decisi di aprire una lavanderia. Una attività che sarebbe andata molto bene: alla fine, mi ritrovai con diciannove dipendenti. Un incontro con una cliente però mi avrebbe cambiato la vita, facendo incrociare ancora di più la mia esistenza con l’Italia, dove già mi ero recato diverse volte d’estate», racconta mentre inizia mangiare la sua sogliola. «Un giorno, riconsegnando dei vestiti puliti, mi fermai a parlare con una nobildonna di 74 anni, che apparteneva alla famiglia von Gemmingen. Capitava spesso. Era molto gentile nei miei confronti. Gli raccontai della mia passione per l’Italia e dei progetti di un futuro professionale che non si sarebbe limitato alla lavanderia. Lei mi disse che suo figlio lavorava con Piero Gennaro, uno dei primi ad avere aperto una attività di consulenza di impresa in Italia. E che gli avrebbe parlato. Lo fece. Era il 1961. Tramite la signora von Gemmingen, mi ritrovai a Milano, in un ufficio che aveva una partnership con il fondatore americano di Boston Consulting. Era una piccola società. Eravamo in dodici».
Lavora con le imprese pubbliche della galassia Iri e con le aziende private, come la Fiat e la Pirelli. Poi, nel 1966, torna in Germania e, l’anno dopo, fonda la sua società, che sarebbe diventata una delle quattro protagoniste del mercato della consulenza strategica internazionale, l’unica europea, a fianco di Boston Consulting, di McKinsey e di Bain. In Germania, inizia a lavorare per le grandi famiglie imprenditoriali e per le banche, prima fra tutte Deutsche Bank. E fa lo stesso in Italia. Lo fa coltivando la doppia specializzazione: strategie e sviluppo da un lato e, dall’altro, ristrutturazioni. «L’Avvocato Agnelli? No, non ho mai creato un rapporto professionale diretto con lui. L’ho visto qualche volta a Sankt Moritz. In Fiat, discutevo i miei incarichi con Cesare Romiti e con Vittorio Ghidella». Quell’Italia, nel 1984, disponeva di alcune leadership internazionali: la Uno che, ogni mese, permetteva alla Fiat di contendere il primato di prima casa automobilistica europea alla Volkswagen, l’M24 della Olivetti che era il personal computer più venduto al mondo e gli stilisti – Giorgio Armani e Gianni Versace – che aprivano i loro negozi sulla Quinta Strada di New York e su Ocean Drive a Los Angeles. Vista con gli occhi di oggi, una stagione indiana. Intensa, ma breve. Gravida di speranze, ma portatrice di delusioni.
«La Fiat, dopo l’uscita di Ghidella, ha diversificato le sue attività, diventando una conglomerata con interessi in moltissimi campi, mentre le case automobilistiche negli anni Novanta si concentravano e realizzavano investimenti enormi», nota Roland Berger. E la Olivetti? «La Olivetti degli anni Ottanta aveva una piena identificazione con Carlo De Benedetti, che è un uomo brillante e un abile imprenditore. Nel suo caso, oltre a una industria dell’informatica che ha visto tutta l’Europa andare in crisi, ha pesato il suo desiderio di moltiplicare i suoi campi d’azione: editoria, agroalimentare, banche, assicurazioni. Anche lui si è defocalizzato molto dalle attività principali». Nel caos della concorrenza e nella rimodulazione degli equilibri della nostra economia e della nostra società, negli anni Novanta l’Italia vede la sua dimensione di impresa mutare. Ci sono le privatizzazioni dell’ex mondo Iri. E si assiste al ridimensionamento delle famiglie storiche del capitalismo del nostro Novecento. È allora che si coagula la realtà delle medie imprese internazionalizzate, il così detto Quarto Capitalismo teorizzato dall’ufficio studi di Mediobanca. «Una realtà di grande livello – dice Berger – basta pensare a Brembo e a Geox, a Coesia e all’Ima. Purtroppo, però, pesa l’assenza di grandi gruppi. O, meglio, di medie imprese che diventano grandi e di grandi che diventano grandissime. Credo, però, che in questo fenomeno conti l’ambiente economico e istituzionale complessivo: l’imposizione fiscale, le lentezze dei tribunali civili, il mercato del lavoro troppo poco flessibile, i sindacati guidati da forti considerazioni ideologiche, la burocrazia. Tutto questo, in Italia, rallenta la crescita dimensionale. A questo si aggiunge poi la miopia della politica riguardo gli investimenti esteri. Ricordo sempre come, a un certo punto, tutti i gruppi petroliferi anglosassoni lasciarono l’Italia. I partiti non avevano occhi che per Eni e Agip».

Quanto tempo è passato dalla piccola banca di fronte alla Fontana di Trevi a Roma e dalla lavanderia in una strada periferica di Monaco di Baviera. E quanto, i due Paesi, si sono intrecciati nella vita e nella professione di questo signore di 80 anni che ha consigliato banchieri, industriali e capi di governo. «In primavera – racconta – io e mia moglie Karin abbiamo portato i nostri nipoti in Sicilia. La nostra base è stata il Verdura Resort di Rocco Forte. Abbiamo visitato Selinunte e la Valle dei Templi di Agrigento». Quando parla con amore della Sicilia, Berger mi fa venire in mente Goethe: «Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni? Brillano tra le foglie cupe le arance d’oro, una brezza lieve dal cielo azzurro spira, il mirto è immobile, alto è l’alloro! Lo conosci tu? Laggiù! Laggiù!».
Soltanto che, quando poi abbandona il racconto privato e inizia a snocciolare le statistiche economiche, la poesia lascia spazio alla prosa. La Germania ha 82 milioni di abitanti, l’Italia 60 milioni. Il Pil procapite è rispettivamente di 38mila euro e di 27mila euro. Il tasso di disoccupazione è del 3,6% e dell’11,1 per cento. Il debito pubblico è pari al 68,1% del Pil per la Germania e al 132% del Pil per l’Italia. «La cosa che fa più impressione è il valore assoluto del debito pubblico: 2.140 miliardi di euro per la Germania e 2.218 miliardi di euro per l’Italia». Lo dice senza sadismo. Anche se io mi sento per un attimo come Nino Manfredi, emigrato in Svizzera in “Pane e Cioccolata”.
Nella complessa dialettica fra Nord e Sud dell’Europa, le criticità nazionali si sovrappongono. Anche se il tono del dibattito pubblico, oggi, è segnato da due elementi: il populismo e la critica all’Unione europea e alla moneta unica. Due fattori che rappresentano due rumori di fondo costanti della crisi politica e istituzionale lancinante che sta sperimentando la Germania di Angela Merkel. «Fra gli imprenditori tedeschi, il populismo per fortuna non ha attecchito», osserva Roland Berger. Diverso, invece, il discorso sulla critica all’euro. «L’euro così non funziona – sottolinea lui stesso – bisogna instaurare un nuovo equilibrio monetario che permetta alle singole economie nazionali di realizzare svalutazioni competitive». Nel distendersi della conversazione, Roland Berger a un certo punto torna a riflettere sulle differenze culturali e civili fra Italia e Germania. E, in particolare, sull’enigma dell’imprenditore. «Ci sono molte affinità fra i nostri due Paesi. A partire dalla struttura del capitalismo, che è famigliare in entrambi i casi. Gli imprenditori tedeschi perseguono il loro interesse privato, ma lo inseriscono di solito nel contesto generale della comunità e dello Stato. Gli imprenditori italiani fanno la stessa cosa, ma hanno sviluppato un senso di autoprotezione dallo Stato, che viene spesso percepito e vissuto come ostile».
È la complessa – e non di rado patologica – dialettica fra dimensione pubblica e dimensione privata e fra interessi specifici e interessi generali che costituiscono uno dei tratti irrisolti della nostra identità nazionale, fin dalla lettura utilitaristica data da noi italiani al concetto di “particulare” definito da Francesco Guicciardini nei suoi “Ricordi politici e civili”. «Noi tedeschi siamo scappati dai russi per un secolo. Quando è finito il comunismo e la Germania è stata riunificata, gran parte dei capitali che era conservata in Svizzera è rientrata o è finita in Cina a coprire i nostri investimenti. Qualche volta, invece, ho l’impressione che voi italiani siate in perenne fuga dall’Italia». E, questo, Herr Berger – anzi, il Signor Berger – lo dice con una punta di amorevole malinconia.

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