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Web tax, i punti fermi da cui si deve ripartire

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Web tax, i punti fermi da cui si deve ripartire

Le forti reazioni contrarie di alcuni commentatori alla web tax italiana su alcuni giornali fanno molto riflettere. Quante anime belle che cercano di illustrare i difetti di una possibile web tax italiana … Quanti liberisti ferventi di antico credo o di recente conversione! Chi lavora sul tema da tempo sa che soluzioni perfette a un problema così tecnico e delicato non esistono. Ma che vi sono ragioni solide e innegabili a favore di una tassazione dell’economia digitale non punitiva e il meno distorsiva possibile. Il numero degli utenti di una grande piattaforma digitale supera di molto gli abitanti della Cina, oppure quelli dell’Unione europea e degli Usa. Il valore di mercato e i ricavi di queste aziende sono enormi, a differenza delle imposte pagate. Stiamo parlando perciò di Stati veri e propri.

Tutti sanno che le misure unilaterali possono essere non ottimali ed è preferibile trovare una soluzione comune sul piano internazionale, in sede Ue e Ocse. Dopo molti anni e vari tentativi, non si trova un compromesso accettabile nella tassazione societaria, la ripartizione dei profitti sul piano territoriale e l’adeguamento del concetto di stabile organizzazione. E ciò per le difficoltà tecniche del problema in sé, ma anche per un preciso tentativo di boicottare le possibili soluzioni, cioè un escamotage strategico per non fare nulla.

Chi vogliono difendere i nemici della web tax? Le imprese o i consumatori italiani, o direttamente le grandi aziende del web? Oppure credono ancora alla forza livellatrice del mercato nel lungo periodo? È opportuno invece ripartire dai punti fermi: ricordando le regole della traslazione delle imposte: il più delle volte queste passano sui prezzi – come anche l’equivalenza tra le diverse imposte (reddito, ricavi, consumo) e che un’imposta sui ricavi può corrispondere a un’imposta sui profitti sotto certe condizioni, non a un dazio.

Sia chiaro, si deve cercare di definire in modo certo e il meno distorsivo possibile le basi imponibili dell’economia digitale. La norma varata va migliorata e resa più efficace ma da qualche parte si deve pur partire. Le critiche sono utili ma non se arrivano a negare che esista un problema enorme di concorrenza e di scarsa tassazione delle nuove realtà digitali. Perciò, è opportuno comprendere cosa la rivoluzione digitale implichi davvero per le attività di tassazione di uno stato, i rischi in sé eversivi per la sovranità degli stati e le implicazioni per le scelte di finanza pubblica dei vari paesi.

Continuare solo con la tassazione del reddito di impresa ha poco senso, è ormai chiaro. La nozione di stabile organizzazione è un’arma spuntata, perché non si è riusciti a trovare una soluzione internazionale soddisfacente e con il transfer pricing e il pagamento delle royalties alle case madri, il reddito può essere facilmente minimizzato, se non scomparire del tutto. Perciò come suggerito dalla letteratura teorica esistente, si deve modificare la natura e la forma della tassazione. Le basi imponibili vanno cercate dove si formano e si trovano e cioè nei dati. La chain value dell’economia digitale è nei dati, il valore aggiunto deriva non solo dalla pubblicità, ma dall’uso del web, dalla raccolta, rielaborazione, profilazione e vendita dei dati forniti gratuitamente dagli utenti e pensare che si possa continuare solo con la tassazione del reddito vuol dire che non si sono capite le enorme trasformazioni portate dall’economia digitale.

La tassazione non può che evolvere verso forme di tassazione legate ai dati e al loro scambio, verso imposte reali che si rifanno alle transazioni o ai contenuti digitali delle varie attività economiche – numero di utenti mensili, volume di scambi, numero di byte, ecc. È anche opportuno evidenziare ai nemici della web tax che nel 2016 l’India ha introdotto una tassazione sui ricavi, un’equalization levy; il Tesoro inglese ha appena pubblicato un paper che afferma di voler procedere nella stessa direzione, quella di un’imposta sui ricavi. E infine tra qualche settimana sarà chiaro che la Commissione europea (in primis, la Francia e i paesi firmatari della dichiarazione comune di settembre) e l’Ocse preferiscono, tra le varie soluzioni, almeno come opzione immediata, un’imposta sulle transazioni/ricavi digitali – e non è difficile indovinarne le ragioni… Sarebbe allora un errore imperdonabile non lasciar aperta al nostro paese l’opzione di un’imposta sui ricavi legata ai dati e non essere in linea con l’Ocse e l’Ue.

I dati rilevano per la loro quantità e qualità. La necessità di introdurre misuratori digitali che localizzino questi flussi sul piano territoriale è evidente perché le nuove basi imponibili (ricavi) sono ad essi fortemente collegate. Fino a considerare forme di accise sui dati – bit tax – impopolari ma efficaci nell’individuazione della base imponibile. Restano alcuni problemi non facili: come affrontare il B2C ed evitare discriminazioni tra imprese residenti e non residenti – le imprese residenti sostanzialmente non pagherebbero le imposte, perché sarebbero in larga parte traslate sui prezzi.

Molto rumore? Direi di no, comunque non è per nulla ma per una buona causa.

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