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Prigionieri di circoli viziosi anche in tempi di emergenza

Il caso Ilva

Prigionieri di circoli viziosi anche in tempi di emergenza

Davanti a vicende come quella dell’Ilva viene da chiedersi perché l’Italia non riesca a uscire dai circoli viziosi che la imprigionano nemmeno quando l’urgenza dovrebbe dominare l’agenda pubblica, sollecitando istituzioni e rappresentanze a spezzare l’inerzia. Che cosa fa sì che si blocchi un processo decisionale coll’effetto di determinare un impoverimento irrecuperabile per il territorio in cui è ospitato quel grande impianto siderurgico e anche per il Paese? È ormai evidente che la bonifica dell’area industriale di Taranto si farà soltanto se lo stabilimento avrà un rilancio effettivo.

Altrimenti quel territorio è destinato all’abbandono e alla desertificazione, come purtroppo indicano altre esperienze recenti. È illusorio credere che il nodo dell’Ilva possa essere rinviato ancora (e poi, a quando? A dopo le elezioni? O, com’è più facile, sine die, consegnando definitivamente fabbrica e territorio al declino e al degrado?). Che cosa impedisce all’Italia di ritrovare, su problemi non più differibili, quel tanto di coesione che altrove permette di convergere su soluzioni praticabili? Insomma, per farla breve, di chi è la colpa?

Quest’espressione richiama non a caso il titolo di un saggio celebre, ben noto a chi viene da una cultura storica, scritto da un grande intellettuale dell’Ottocento, Pasquale Villari, sul quale qualche tempo fa Claudio Giunta ha meritoriamente richiamato l’attenzione dei lettori del Domenicale. Villari – un uomo che veniva dalle file della Destra Storica e che fu anche ministro dell’Istruzione – pubblicò “Di chi è la colpa?” all’indomani delle sconfitte militari che l’Italia aveva subito durante la Terza guerra d’indipendenza. A rileggerlo sembra, in non pochi passaggi, di sconcertante attualità. Come questo, per esempio, dedicato agli investimenti esteri: «Ho visto gli agenti d’una Compagnia americana, venuti in Italia con forti capitali, per intraprendere alcune industrie, fuggire disperati, dopo aver visto la serie infinita delle pratiche che bisognava fare per ottenere il desiderato permesso, e le mille difficoltà che si dovevano superare. L’Italia, - mi dissero, - non è ancora un paese per gli affari; e se ne andarono».

Nei centocinquant’anni trascorsi da allora c’è da chiedersi che cosa sia cambiato nella sostanza. Villari rintracciava la genesi del mal funzionamento del Regno d’Italia ai suoi esordi nel modo in cui era avvenuta l’unificazione del Paese, soprattutto l’unificazione amministrativa, che rivelava la debolezza e la carenza delle strutture pubbliche, fossero gli apparati burocratici o le università. Era mancata la saldatura con un ceto politico che spesso era stato premiato e promosso per la sua capacità di mobilitazione nel periodo risorgimentale, ma che non possedeva capacità autentica di governo.

Eppure, si può obiettare che l’Italia, nonostante questi impedimenti, ce l’ha fatta a diventare una nazione industriale, segnando livelli eccezionali di crescita ai tempi del “miracolo economico”. Verissimo, ma allora giocarono a nostro vantaggio fattori quale l’apertura dei mercati, che si compì sotto l’egida americana, e la posizione geografica che rendeva strategico il nostro Paese come terra di confine. E poi, avevamo il vantaggio di essere una nazione giovane, popolata dalle generazioni nuove, con una gran voglia di crescere e di migliorare la propria condizione.

Nemmeno nella stagione migliore della nostra Repubblica, tuttavia, quando ne avevamo la possibilità, abbiamo messo mano a costruire l’infrastrutturazione civile che avrebbe permesso di dare continuità al nostro sviluppo. La nostra sfera pubblica, soprattutto, è rimasta quella che era, col risultato che osserviamo: una perdita di terreno inarrestabile. Quando poco più di cinquant’anni fa cominciò il miracolo della Corea del Sud, la casa automobilistica Kia (non ancora fusa con Hyundai) fabbricò su licenza come prima vettura la Fiat 124: pensiamo ai livelli che ha raggiunto la produzione d’auto che si realizza oggi con quei marchi. Ma i coreani hanno fatto una scelta che gli italiani non hanno mai effettuato: hanno investito più di ogni altro Paese sull’istruzione. Con gli esiti che sono sotto gli occhi di tutti.

Adesso dovrebbe essere il senso di minaccia incombente sulle nostre prospettive a spingerci a forme di coesione e di efficacia assenti dalla nostra storia. Ciò cozza purtroppo con la rassegnazione, intrisa di rancore e di cinismo, di una società vecchia, che bada a conservare a breve quello che ha. Per cambiare le cose ci vorrebbe la lungimiranza che può soltanto generare la prospettiva del futuro, la volontà di lasciare qualcosa a chi ci sarà dopo di noi.

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