Commenti

È stato riconosciuto il patrimonio europeo

  • Abbonati
  • Accedi
BREXIT / 1

È stato riconosciuto il patrimonio europeo

(Afp)
(Afp)

Lo shock era stato enorme quel 23 giugno del 2016. L’umiliazione bruciante per la Ue che, per la prima volta nella sua storia, si ritrovava bocciata e respinta non dai proclami dei suoi tanti euroscettici ma dal libero voto democratico della maggioranza degli inglesi. Diciotto mesi dopo, lo strappo non è stato ricucito ma la sprezzante alterigia dei Brexiters e i loro sogni di gloria e di liberazione da giogo e presunte estorsioni europee sono ormai solo declamazioni sempre meno roboanti, più taciturne e rarefatte.

Come sempre, il momento degli addii è momento di verità. L’inevitabile bagno di realtà ha finito per restituire lucidità anche al partito dei divorzisti irriducibili, a loro volta umiliati non dall’Europa ma dall’irresistibile necessità di difendere gli interessi economici e finanziari nazionali, altrimenti travolti da uno strappo caotico e disordinato.

Insomma tutti senza eccezioni, al momento di lasciarla, hanno dovuto riconoscere, non per ritrovato amore ma per forza, il grande valore del patrimonio Europa. Che non è tanto una questione di principi e valori, troppo spesso sbandierati e altrettanto spesso calpestati, quanto un reticolo di intricate interdipendenze, di accordi, standard e mercati regolati da un corpus legis transustanziato nei diritti nazionali da decenni e per questo complicato da estirpare e sostituire.

Se alla fine i britannici hanno ritrovato ragione ed equilibrio al tavolo negoziale è stato certo per la forza della posizione unitaria dell’Unione ma ancora di più per la virtù della sua esistenza: una realtà intrusiva e mal sopportata da molti ma un blocco di enormi interessi e opportunità sul quale si può decidere di tirare una riga per recuperare sovranità nazionale ma a un prezzo tendenzialmente proibitivo.

E lo dimostra proprio l’accordo raggiunto ieri tra Bruxelles e Londra. Niente di definitivo ma il preliminare indispensabile per chiudere le pendenze del passato e cominciare a esplorare le relazioni future, previo periodo transitorio di 2 anni dopo l’uscita formale del Regno il 29 marzo del 2019. Che quindi di fatto scatterà nel 2021, ammesso che non si protragga oltre. «Il difficile deve ancora venire» ha avvertito ieri Bruxelles, ventilando l’ipotesi del modello Canada, il Ceta per intendersi, per le future relazioni commerciali.

Più che gli elementi di rottura per ora prevalgono quelli di continuità nell’intesa raggiunta. E probabilmente lo faranno anche nella fase 2, il negoziato che scatterà dopo il via libera del vertice Ue del 14-15 dicembre.

La Gran Bretagna si impegna a far fronte, da qui al 2020, a tutti gli obblighi finanziari e di bilancio in essere, a pagare cioè una fattura tra i 45 e i 55 miliardi di euro (molto vicina a quella inizialmente ipotizzata da Bruxelles) alle scadenze previste, in pratica comportandosi come se ancora fosse membro dell’Unione.

Nel caso della tutela dei cittadini, circa 4 milioni di qua e di là della Manica, i diritti attuali restano intatti ma passano sotto la giurisdizione dei tribunali britannici anche se per 8 anni la Corte di Giustizia Ue fungerà da appello di ultima istanza.

Sul confine irlandese, a garanzia della pace sull’isola regole allineate alle attuali su mercato unico e unione doganale, anche se l’accordo finale su Brexit dovesse fallire. La realizzazione resta però problematica: il partito unionista irlandese, che sostiene il Governo May, pretende infatti il contrario, il pieno allineamento dell’Ulster allo status della Gran Bretagna che vuole lasciare mercato unico e unione doganale. Anche se poi ha appena concordato di restare in entrambi (senza più diritto di voto) ancora per due anni, nel periodo transitorio che seguirà l’uscita ufficiale dall’Ue.

Per ora, dunque, i termini del divorzio sono più che soft: fotografano indolenti separati in casa, senza la fretta di lasciarla. Non a caso ieri City e sterlina hanno festeggiato. «Rompere è più facile che ricostruire nuove relazioni. Abbiamo investito tanto tempo nella fase più facile. Ora per concordare transizione, legami commerciali e quadro delle relazioni future resta meno di un anno», ha ricordato Donald Tusk, il presidente del Consiglio europeo.

«Questo accordo apre la strada a un negoziato che porterà certezza sul futuro della Gran Bretagna» ha insistito il premier Theresa May. Certezza è la parola d’ordine di industria, finanza e investitori esteri per restare a Londra con garanzie di accesso al mercato europeo. Quelle garanzie ora ci sono fino al marzo 2021. Poi si vedrà. L’aria che tira nel Regno è ormai improntata al massimo pragmatismo. L’Europa rende. Per questo val bene un esercizio di spericolata incoerenza nazionale. La Brexit tutta di un pezzo sarebbe troppo cara. Gli altri euroscettici dell’Unione dovrebbero rifletterci.

© Riproduzione riservata