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Il rebus tedesco tiene bloccata l’Europa

il vertice di bruxelles

Il rebus tedesco tiene bloccata l’Europa

(Marka)
(Marka)

Due note positive salutano il vertice europeo di oggi e domani a Bruxelles, l’ultimo del 2017: la ripresa economica che ferve e si rafforza in tutta l’Unione e la posa delle prime pietre della costruzione dell’Eurodifesa, sul lato ricerca, cooperazione industriale e missioni comuni, secondo la formula
della cooperazione rafforzata che conta l’adesione di 25 Paesi.

Il resto è nebbia. O meglio, tutto un rinvio. Per questo anche due conquiste di sicuro tonificanti per l’Europa rischiano di finire in un cono d’ombra.

L’agenda dei capi di Stato e di Governo è fitta di nodi strutturali da sciogliere per capire fin dove i princìpi di responsabilità e solidarietà siano sostenibili in un club di democrazie sempre più conservatrici, nazionaliste, egoiste. E per capire, quindi, in che misura quei principi possano cementare una solida e stabile convivenza in futuro.

Politica migratoria in versione interna ed esterna. Riforme dell’unione economica e monetaria e bancaria. Zoccolo condiviso di diritti sociali. Via libera alla complessa fase 2, quella conclusiva, dei negoziati su Brexit. Questi i capitoli in discussione. Però si sa già che non ci saranno decisioni. Salvo per la partita britannica, anche se l’inizio del nuovo round negoziale dovrà attendere marzo.

Dopo un anno di grandi paure e ritrovate speranze in Francia e in Europa, grazie alla vittoria in maggio di Emmanuel Macron sul Front National di Marine Le Pen, tutto lasciava credere che l’Unione sarebbe finalmente uscita dalla palude per riprogrammarsi su un futuro più credibile e ambizioso. Il 2018 avrebbe dovuto essere l’anno del grande balzo in avanti, giugno il mese di storiche decisioni concrete.

Ora invece giugno 2018 sarà il momento per riesaminare i dossier irrisolti di oggi; nella migliore delle ipotesi, dunque, uno slittamento di sei mesi. Nella peggiore il completo rinvio a dopo le elezioni europee del giugno 2019.

Perché? L’intoppo è arrivato da dove meno lo si aspettava: tanta ansia per le sorti della Francia, nessuna per la stabilissima Germania di Angela Merkel. Le urne in settembre hanno ancora una volta clamorosamente smentito i pronostici.

E così l’Europa è diventata ostaggio del travaglio tedesco per formare un nuovo Governo: fallito il tentativo Giamaica con liberali e verdi, si riprova con la grande coalizione tra democristiani e socialdemocratici. I colloqui partiranno solo in gennaio, ma non è certo che si concludano con successo. Se ci riuscissero, è dubbio che l’europeismo di Martin Schulz, il leader della Spd, favorirebbe la coesione dentro il Governo tedesco e dentro l’Unione. Al contrario.

Oggi il leader della Spd auspica da un lato il varo di un nuovo Trattato costituzionale Ue entro il 2025 per dar vita agli Stati Uniti d’Europa, con espulsione automatica degli Stati membri che rifiutassero di ratificarlo, e dall’altro un’eurozona dotata di un bilancio proprio e di un proprio ministro delle Finanze. Infine, l’inquadramento europeo del salario minimo.

Se dovesse entrare nel Governo Macron, Schulz avrebbe un piano quasi perfetto. Invece deve stringere un’alleanza con la Merkel e la Cdu-Csu, che oscillano tra cautela e aperta ostilità verso un progetto ritenuto irrealistico e privo del necessario consenso in Germania e nella stessa Unione. Se dovesse persistere, l’intesa di Governo sarà impossibile. Ma forse è proprio questo che vuole il riluttante Schulz. Se si allungasse la crisi tedesca, inevitabilmente si allungherebbero indecisionismo e incertezze europee.

Da anni l’Europa federale è uscita dai radar dei suoi presunti protagonisti, della sovranista Francia di Macron compresa, la quale si limita a teorizzare il meno impegnativo modello multi-speed. Se poi il radicalismo dell’ambizione si sposa con l’idea di espellere chiunque non sia disposto a digerirlo diventa una bomba politica in grado di distruggere Unione, euro e mercato unico in un colpo solo: ancora prima della furia dei potenziali esclusi, a Est, a Ovest come a Sud, si attirerebbe infatti le ire dei tedeschi, che considerano la loro salvaguardia un interesse economico prioritario.

Quasi certamente alla fine la linea Schulz resterà lettera morta. Ma nell’Europa che sbanda a destra e nella Germania dell’AfD e del conservatorismo bavarese, sparge veleno divisivo ed esaspera le diffidenze intra-europee e quelle verso l’Europa: l’effetto contrario rispetto all’unità europea che teoricamente predica. Come si può pretendere responsabilità e solidarietà altrui, che si tratti dell’equazione migratoria o del teorema bancario/debitorio, promettendo un futuro di brutale selezione automatica di partner e dissenso?

Sono questi gli scivoloni politici che rendono fragile l’Europa, molto più dei deplorevoli rifiuti di chi si oppone alle quote per suddividere il fardello dell’accoglienza dei rifugiati.

C’è da sperare che l’instabilità tedesca sia superata al più presto. L’Unione non può permettersi, nelle more dei rinvii, di diventare il bersaglio di altre frecce avvelenate. Ne va del suo futuro.

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