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L’eterno ritorno del super debito

L’ANALISI

L’eterno ritorno del super debito

Se guardiamo al valore assoluto, la cifra è impressionante: 2.300 miliardi. In rapporto alla ricchezza prodotta ogni anno (il Pil), siamo al 132 per cento. Una pesante eredità, quella del debito pubblico, che da decenni condiziona la nostra economia, ci espone ai diktat europei e ai mutevoli andamenti dei mercati finanziari.

Vale la pena di ricordare che le regole europee fissano il tetto massimo al 60 per cento.Un debito così elevato – segnala la Banca d’Italia - accresce i costi di finanziamento degli investimenti produttivi del settore privato, induce un più ampio ricorso a forme di tassazione distorsiva, con effetti negativi sulla capacità di produrre reddito, risparmiare e investire. Per finanziare il nostro debito, il Tesoro deve emettere titoli per circa 450 miliardi l’anno e sostenere una spesa per interessi ora in calo attorno ai 65 miliardi grazie alla politica monetaria espansiva della Bce, ma che ha toccato negli ultimi anni il picco degli 80 miliardi.

Decisivo quindi per noi è non alterare quel delicato meccanismo che si ruota attorno alla fiducia. È la fiducia che muove investitori piccoli e grandi, i mercati finanziari e i singoli risparmiatori. Fiducia sulla sostenibilità del debito, garantita da una pluralità di fattori che vanno attentamente salvaguardati: le prospettive di crescita, la variabile politica (i mercati non amano l’incertezza), produttività, competitività e tutte quelle azioni di politica economica (riforme del fisco, della pubblica amministrazione e della giustizia civile, liberalizzazioni) in grado di accrescere il potenziale di sviluppo dell’economia.

Quando Bastogi unificò i debiti
Parte da lontano la lunga storia del nostro debito pubblico. Parte dalla proclamazione del Regno d’Italia, quando il ministro delle Finanze Piero Bastogi decise di unificare i debiti degli ex stati confluiti nella nuova entità nazionale, attraverso l’istituzione del Gran libro del debito pubblico. Fu cosi che con un solo tratto di penna, nel primo decennio unitario il debito pubblico volò al 95% del Pil, anche a causa dell’incremento delle spese militari.

Alla fine della prima guerra mondiale, eravamo al 120 per cento. L’operazione più rilevante fu messa in atto dal regime fascista, che nel novembre del 1926 avviò il consolidamento forzoso del debito a medio termine accanto alla rivalutazione della lita alla cosiddetta “quota novanta”, il nuovo rapporto di cambio con le valute estere equiparate all’oro.

Nel secondo dopoguerra l’iperinflazione contribuì quasi ad annullare la spesa per interessi, tanto che il debito calò nel 1946 al 33% del Pil. L’impennata si verifica tra gli anni 70 e 80 del Novecento. Dal primo shock petrolifero del 1973, la crescita del fabbisogno pubblico non ha conosciuto soste, tranne brevi periodi. Il debito pubblico passa dal 55,4% del 1973 nei dintorni dell’84% a metà degli anni 80. Cresce la spesa pubblica per istruzione, sanità, previdenza e assistenza, non finanziata da un pari aumento della pressione fiscale.

Negli anni 80 il debito esplode. È il decennio del cosiddetto assalto alla diligenza, delle leggi finanziarie in cui il ricorso all’indebitamento era la regola. Il debito, che nel 1982 era pari al 66,4% del Pil, dieci anni dopo salirà al 110,8 per cento. Un pesante fardello che da quando l’Italia è entrata nell’eurozona è divenuto non più soltanto una emergenza nazionale, ma un problema europeo.

Il vero punto critico è il Pil
E oggi come siamo messi? Dall’inizio della recente crisi il debito è cresciuto di oltre 30 punti percentuali: 600 miliardi in più tra il 2007 e il 2016. Solo a partire da quest’anno comincerà la lenta discesa: 131,6% fino al 123,9% nel 2020.

Se ci soffermiamo sulla sostenibilità del debito, di certo gioca a nostro favore la consistenza del risparmio privato (4.100 miliardi impiegati in attività finanziarie), ma anche il saldo tra entrate e uscite al netto degli interessi (l’avanzo primario), in crescita dall’1,7% di quest’anno al 3,3% nel 2020. E poi circa la metà dei titoli di Stato è detenuta da residenti, come dire che ce la vediamo in casa nostra. Tra gli elementi di perdurante criticità, la bassa inflazione (il debito è espresso in termini nominali), una crescita del Pil (il denominatore) tuttora insufficiente a invertire la tendenza, lo scarso apporto delle privatizzazioni, l’alta evasione fiscale, le incognite politiche legate all’esito delle prossime elezioni. Nel mezzo, la tenuta del sistema bancario (da garantire in modo prioritario) e la fondamentale componente della spesa pensionistica, che si attesterà al 15,3% del Pil tra il 2017 e il 2020.

Come ridurre il debito in modo costante e progressivo? La precondizione assoluta è che il Pil torni a crescere a livelli sostenuti e stabili nel tempo. La gestione della finanza pubblica deve essere costantemente attenta e vigile. Occorre tagliare le spese improduttive e combattere a tutto campo l’evasione fiscale, così da creare gli spazi per il sostegno alla crescita e l’occupazione, le vere clausole di garanzia per la sostenibilità del nostro debito pubblico. E non va interrotto il cammino delle riforme. Missione ardua ma non impossibile.

La prima è stata pubblicata l’11 dicembre

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