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Quel mezzo sorriso di Draghi sui tassi

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Quel mezzo sorriso di Draghi sui tassi

All’ultima conferenza stampa del 2017, il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha risposto con un mezzo sorriso alla domanda se pensi di alzare i tassi d’interesse prima di andarsene dall’incarico nel novembre del 2019, come ha fatto nelle scorse settimane il presidente della Federal Reserve americana, Janet Yellen, in vista della prossima chiusura del suo mandato. Draghi ha evitato di avventurarsi in previsioni su un futuro che resta lontano ma ha spiegato: «Se dovessimo alzare i tassi sarebbe in fondo una buona notizia».

«Vorrebbe dire che siamo su un percorso di inflazione che si sostiene da sola», ha continuato. La risposta è a suo modo rivelatrice della prospettiva di Draghi sugli ultimi due anni di presidenza: dopo la sequela senza precedenti di azioni straordinarie per salvare l’euro e rimettere in moto crescita e inflazione nell’eurozona, un rialzo dei tassi vorrebbe dire che la normalizzazione della politica monetaria è completata.

Sull’orizzonte del 2018 per la Bce, una cosa è chiara, a meno di sconquassi per ora imprevedibili: l’anno che si apre segnerà la fine del programma di acquisto di titoli, il Qe, nella sua forma attuale. Nell’ottobre scorso, il consiglio ha deciso di dimezzare l’importo mensile degli acquisti netti da 60 a 30 miliardi di euro, la seconda riduzione quest’anno, e di portarli avanti fino a settembre. In seguito, potrebbe decidere di sospenderli del tutto, o, come fece la Fed a suo tempo, di ridurli progressivamente fino a zero, il cosiddetto tapering. Draghi era sembrato a ottobre preferire questa seconda ipotesi, altri vorrebbero un taglio netto. Il governatore della Banca centrale olandese, Klaas Knot, per esempio, più aggressivo dello stesso presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha sostenuto che «la politica monetaria non è in sincronia con il ciclo economico».

Le richieste di Weidmann

Weidmann conviene con Draghi e con la vasta maggioranza del consiglio che la politica monetaria debba restare accomodante, ma vorrebbe un’indicazione più chiara sulla fine del Qe. Questa arriverà probabilmente a un certo punto verso la fine della prima metà del 2018. Benoit Coeuré, membro del comitato esecutivo e responsabile dei mercati, che negli ultimi tempi ha espresso in modo crescente vari distinguo dalla posizione di Draghi e della maggioranza, ha detto di sperare che l’estensione del Qe decretata a ottobre sia l’ultima. In qualche momento, le divergenze fra le dichiarazioni di Coeuré e quelle del capo economista Peter Praet, più allineato invece sulla difesa della prosecuzione del Qe, sono apparse stridenti, tanto da provocare un richiamo discreto ad abbassare i toni.

In fondo, però, le divisioni sul timing della fine del Qe sono per la Bce il tema di ieri. Anche grazie all’abilità dialettica di Draghi, la doppia riduzione degli acquisti è stata realizzata senza particolari scossoni sui mercati e senza provocare una restrizione certamente indesiderata delle condizioni finanziarie. La questione centrale del 2018 è come navigare in modo altrettanto indolore il percorso verso la conclusione del Qe. E qui lo stesso Draghi lancia un segnale: «La forward guidance (le indicazioni prospettiche sulla politica monetaria ndr) acquisterà sempre maggiore importanza». Nella sua formulazione attuale, la Bce sostiene che il consiglio si aspetta che i tassi d’interesse «rimangano su livelli pari a quelli attuali per un prolungato periodo di tempo e ben oltre l’orizzonte dei nostri acquisti netti di attività». Per la stragrande maggioranza degli osservatori di mercato, questo significa fino al 2019. Un altro membro molto influente del consiglio, il governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau, a sua volta toglie l’accento dal Qe per metterlo su un “quartetto” che comprende anche, appunto, la forward guidance, oltre ai reinvestimenti dei titoli già acquistati e che man mano arriveranno a scadenza, e alla fornitura di liquidità al sistema. Su una linea quasi identica il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. E la forward guidance verrà sottoposta a nuova valutazione nei prossimi mesi.

Ma in che condizioni si presenta l’economia dell’eurozona alle soglie del 2018 e come influenzerà le scelte della Bce? «La politica monetaria ha accompagnato la ripresa e ora sta accompagnando l’espansione», ha detto Draghi.

La situazione dell’eurozona

Secondo le previsioni della stessa Bce, la crescita ha toccato il 2,4% nel 2017 e resterà al 2,3% nel 2018 e all’1,9% nel 2019. L’espansione è ancora più vigorosa in Germania, ma ha raggiunto anche i ritardatari dell’area euro, come l’Italia. L’indicatore Eurocoin, pubblicato mensilmente dalla Banca d’Italia e dal Centre for Economic Policy Research di Londra, e che fotografa la congiuntura corrente dell’eurozona, ha raggiunto a dicembre il valore più alto dal maggio 2006, grazie al «maggiore ottimismo di famiglie e imprese e al rafforzamento del ciclo industriale». Il miglioramento della crescita intensificherà le pressioni dei “falchi” del consiglio e di media ed establishment finanziario tedesco per la riduzione dello stimolo monetario, ma non si è riflesso finora in modo convincente sull’inflazione. Che a novembre era all’1,5% e dovrebbe flettere ulteriormente, forse all’1,3% già questo mese. Solo nel 2020, nelle previsioni di Francoforte, potrebbe arrivare all’1,7%, mentre il mandato della Bce parla di stare «sotto, ma vicino al 2%». I salari, cui il consiglio guarda con crescente attenzione come indicatore dell’inflazione di fondo, per ora non hanno risposto al miglioramento del mercato del lavoro.

I rischi sull’orizzonte 2018 vengono in realtà più dalla politica che dallo scenario economico, anche se evidentemente sono timori che la Bce non può dichiarare. «In democrazia ci sono elezioni», ha detto lapalissianamente Draghi all’ultima conferenza stampa. Le prossime elezioni in Italia sono il fattore di rischio citato più spesso dagli “Ecb watchers”. L’incertezza politica sulla formazione del Governo in Germania e l’indebolimento della posizione del cancelliere Angela Merkel sono un altro. Lo scorso anno, la possibilità che Marine Le Pen potesse aggiudicarsi la presidenza francese è stata per qualche tempo fonte di tensioni di mercato, che potrebbero amplificarsi notevolmente a seconda dell’esito del voto in Italia, da sempre un sorvegliato speciale, proprio nel momento in cui il sostegno della Bce al mercato dei titoli di Stato si ridurrà con la fine del Qe. Tra l’altro, un risultato che prolunghi l’incertezza impedirebbe di affrontare le questioni cruciali della riduzione del debito e delle riforme strutturali, su cui la Bce insiste da sempre, mentre il buon andamento dell’economia, come ha sottolineato in un'intervista al Sole 24 Ore del 10 dicembre scorso, il direttore del Fondo monetario, Christine Lagarde, fa di quello attuale il momento più adatto per metterci mano.

Nel 2018 il percorso della politica monetaria della Bce comincerà poi a intrecciarsi con la successione di Draghi alla presidenza, anche se la scadenza del 31 ottobre 2019 è apparentemente lontana. La discussione verrà aperta in vista della fine, nel maggio prossimo, del mandato del vicepresidente, il portoghese Vitor Constancio, valida spalla del presidente. Una poltrona che fa gola alla Spagna, che oggi è l’unico dei quattro “grandi” dell’eurozona senza un membro del comitato esecutivo. L’autocandidatura del ministro delle Finanze di Madrid, Luis de Guindos, è vista con qualche perplessità a Francoforte, per il passaggio, non proprio opportuno, direttamente da una funzione di governo al central banking. Se molti osservatori tendono a concentrarsi sugli equilibri nel consiglio della banca centrale, la vera partita si gioca invece a livello europeo, insieme alle altre cariche di vertice in scadenza nel 2019, il presidente della Commissione europea e quello del Consiglio europeo e sarà parte del consueto mercato di poltrone di Bruxelles. Il nome più accreditato per la successione a Draghi resta quello di Weidmann, il quale avrebbe tutte le carte in regole in una situazione già “normalizzata” negli ultimi due anni del banchiere centrale italiano, ma è stato lanciato improvvidamente da una fuga di notizie da Berlino già diversi mesi fa. Contro il presidente della Bundesbank militano il voto contrario a quasi tutte le misure anti-crisi adottate dalla Bce negli ultimi anni e che si sono dimostrate un successo e i dubbi sulla sua capacità di affrontare una futura crisi con la flessibilità sufficiente. Un altro nome tedesco non è da escludersi. Knot è probabilmente troppo “falco” per essere digerito dalla maggioranza dei Paesi dell’eurozona. Villeroy è un altro candidato molto forte, ma le sua chances dipendono dal fatto che Parigi possa puntare su un’altra poltrona, per esempio la Commissione. Il finlandese Erkki Liikanen potrebbe essere un’ottima figura di compromesso. Quel che è certo è che non ci sarà un altro Draghi.

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