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Industria 4.0, il circolo vizioso tra competenze e domanda di lavoro

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Industria 4.0, il circolo vizioso tra competenze e domanda di lavoro

Il piano Industria 4.0 è da molti considerato, a ragione, uno dei più efficaci interventi governativi degli ultimi anni, in quanto ha rilanciato gli investimenti in innovazione che hanno a loro volta reso più competitive le nostre imprese. Il piano ha fatto emergere in modo forte anche un problema che affligge il nostro Paese da tempo: la carenza di capitale umano con le competenze idonee a dominare, sfruttare e valorizzare le moderne metodologie e tecnologie, e in particolare quelle legate al mondo del digitale. Perché in Italia mancano queste competenze? E soprattutto che fare?

In primo luogo, è necessario ricordare che questo problema affligge in generale tutti i Paesi occidentali a cominciare dagli Stati Uniti. Il sistema universitario e educativo di molti Paesi occidentali non “sforna” un numero sufficiente di persone con competenze all’altezza delle sfide che le imprese e la società in generale devono affrontare. Nello specifico, il nostro Paese è afflitto da due problemi: il numero di laureati e il livello medio di formazione dei nostri giovani è inferiore a quello degli altri Paesi; il numero di laureati in discipline scientifiche è ancora più basso rispetto a quello degli altri Paesi. Il primo problema è quindi che “produciamo” un numero di persone qualificate inferiore anche rispetto a quanto fanno altri Paesi che peraltro vivono loro stessi una carenza di professionalità adeguate.

Tuttavia, questo non spiega completamente i problemi del paese. Secondo un recente rapporto dell’Istat peggiorano le condizioni dei giovani. Nel 2016 circa 16 mila laureati italiani tra i 25 e i 39 anni hanno lasciato il Paese e poco più di 5 mila sono rientrati, confermando il trend negativo del tasso di migratorietà dei giovani laureati. In un anno, quindi, per tre under-40 con titolo accademico andati via solo uno è rimpatriato. «La capacità dell’Italia di favorire prospettive di occupazione altamente qualificata per i laureati italiani – sottolinea l’Istat – continua a mostrare segnali decisamente negativi».

Ecco il secondo corno del problema: le nostre imprese e il Paese in generale sono poco attrattivi. Molti nostri giovani vanno a lavorare all’estero, a conferma del valore complessivo del nostro sistema formativo. Non solo non riusciamo a trattenere i giovani che formiamo: non riusciamo nemmeno ad attrarne da altri Paesi. I giovani in cerca di occupazione dei Paesi asiatici o dell’Est Europa preferiscono andare in Germania per esempio, dove esiste una carenza di competenze (skill shortage) elevata e dove le offerte di lavoro sono più attrattive.

Questa seconda osservazione rimanda alla questione di fondo: esiste un mercato del lavoro attrattivo per i giovani che si specializzano in tematiche legate a Industria 4.0 e più in generale all’innovazione?

La risposta è purtroppo negativa, per due ordini di motivi. In molte imprese (e amministrazioni pubbliche) vi è una scarsa attenzionenei confronti delle competenze digitali e, in generale, di livello universitario.

Le retribuzioni in Italia per questo tipo di profili sono (di conseguenza?) basse e quindi poco attrattive. Spesso addirittura vengono proposte posizioni precarie e a breve termine che non sono in alcun modo competitive con quanto offerto in altri Paesi a noi molto vicini come la Svizzera.

Ci troviamo quindi di fronte a un mercato del lavoro immaturo, con una domanda di professionalità poco qualificata e una offerta (i nostri giovani) di per sé già poco orientata alle materie scientifiche e che per di più trova sbocchi molto più attrattivi all’estero.

Che fare quindi? È necessaria una azione coordinata su più fronti. Va riqualificata la domanda pubblica e privata di servizi IT e innovativi in generale, che elimini la pressione verso il basso delle tariffe e conseguentemente dei salari del settore. Si pensi per esempio ai livelli insostenibili raggiunti dalle tariffe nelle gare indette dalle pubbliche amministrazioni.

È opportuno: rilanciare le domanda di nuove professionalità nelle aziende e nelle amministrazioni pubbliche del Paese; indirizzare e sensibilizzare le scuole superiori per rendere consapevoli i nostri giovani delle opportunità offerte dai diversi percorsi di studio; investire sul sistema educativo a tutti i livelli per rafforzare la capacità formativa del nostro Paese; intervenire a favore del diritto allo studio e per incrementare il livello di scolarizzazione media dei nostri giovani.

I problemi sono profondi e vengono da lontano. Non si possono risolvere né velocemente né in modo semplice. Serve chiarezza di visione e volontà politica diffusa e convinta. In assenza di questi ingredienti chiave la situazione del Paese non solo non migliorerà, ma andrà incontro a un progressivo deterioramento.

Ceo di Cefriel e professore di Informatica presso il Politecnico di Milano

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