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Le molte sfide davanti a Xi

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Le molte sfide davanti a Xi

Il Presidente  cinese Xi Jinping
Il Presidente cinese Xi Jinping

La Cina ha nuovamente ribaltato le previsioni. Ci si aspettava che il presidente Xi Jinping, capo del Partito comunista cinese, dovesse affrontare il suo test più difficile a ottobre, durante la riunione del Pcc al suo 19esimo Congresso nazionale per scegliere il prossimo presidente. Anche se Xi aveva già la garanzia di un secondo mandato di cinque anni, si pensava ci sarebbe stata una forte opposizione qualora non avesse nominato un successore. Ma lui non l’ha fatto e l’opposizione non c’è stata.

La ragione è semplice. Xi si era preparato bene. Sin dall’inizio del suo incarico, nel 2012, ha sempre tenuto sotto pressione la società civile dando il via a un’ondata di repressione che pochi pensavano possibile nella Cina post-maoista. Ha anche sostenuto una vasta campagna anti corruzione che ha messo in difficoltà e persino eliminato rivali politici potenti consolidando in tal modo il suo potere in tempi rapidi.

A inizio 2017, quando gli agenti di sicurezza hanno rapito Xiao Jianhua, un miliardario cinese di stanza a Hong Kong, affinché potesse eventualmente testimoniare contro gli alti gradi dell’establishment, qualsiasi resistenza alle spinte autoritarie di Xi è stata eliminata. Tuttavia, per rafforzare ulteriormente la sua posizione, prima del Congresso, un membro del Politburo visto come possibile successore è stato improvvisamente arrestato con l’accusa di corruzione.

Una volta arrivato il momento del Congresso, Xi ha sfruttato il suo slancio per insediare due suoi alleati nel Comitato permanente del Politburo, il principale organo decisionale del partito. E, impedendo al Pcc di designare un successore, ha aperto la porta a un suo terzo mandato nel 2022.

Giudicando con i metodi tradizionali, Xi si è lasciato alle spalle il 2017 più potente che mai. La questione ora è se riuscirà a usare questo potere per trasformare in realtà la sua visione della Cina, in particolar modo considerando il contesto economico.

Su questo fronte, Xi ha fatto enormi progressi nel suo primo mandato, delimitando da solo la burocrazia cinese per implementare la sua ambiziosa e rischiosa strategia “One Belt, One Road”. Il piano prevede l’uso dei finanziamenti, materiali e competenze cinesi per costruire infrastrutture di collegamento tra Asia, Africa ed Europa e quella potenza economica globale che la Cina è diventata.

Ma anche con questo aumento significativo del proprio potere, il successo dei piani economici di Xi è, nel migliore dei casi, incerto proprio per l’indottrinamento ideologico e la repressione che sono alla base della sua autorità. Nonostante gli elogi propagandistici per la sua visione della Cina, è improbabile che molti cinesi, compresi i membri del Pcc, credano davvero che il loro futuro sia un regime centralizzato, autoritario e fondato sulla paura.

Se da un lato è difficile trovare una resistenza aperta contro la visione di Xi (che comporta, oggi, seri pericoli), la resistenza passiva è dilagante. E gli oppositori più duri di Xi non sono i membri della ridotta comunità di dissidenti, ma piuttosto i burocrati del partito che hanno pagato il conto del suo slancio anti corruzione, non solo perdendo le entrate e i benefici illegali, ma vivendo con il continuo timore di indagini motivate politicamente.

Se Xi non riuscirà a recuperare il sostegno dei funzionari di medio e basso livello del partito, il suo piano di rifare la Cina potrebbe andare in fumo. Dopotutto, per quanto potente, non può sfuggire alla realtà dell’antico detto cinese: «Le montagne sono alte, l’imperatore lontano». E senza la promessa di una ricompensa materiale adeguata, i burocrati cinesi potrebbero aderire alla logica prevalsa tra i cittadini dei Paesi del blocco ex sovietico, ovvero: «Noi facciamo finta di lavorare, e loro fanno finta di pagarci».

Oltre a una burocrazia refrattaria, Xi potrebbe dover affrontare una sfida seria da parte della cosiddetta fazione della Lega della Gioventù del Pcc affiliata all’ex presidente Hu Jintao. Con due seggi su sette del nuovo Comitato permanente del Politburo occupati dai protetti di Hu, una lotta di potere tra la Lega della Gioventù e la fazione di Xi non è da escludere del tutto.

Ovviamente è possibile che Xi riesca a superare la resistenza della Lega della Gioventù. Dopotutto ha già ampiamente sconfitto la fazione legata all’ex Presidente Jiang Zemin che aveva istituito il gruppo rivale più potente all’interno del Pcc. Ma anche se Xi dovesse sconfiggere la Lega della Gioventù, sarebbe comunque a capo di un regime ancor più frammentato e scoraggiato.

Xi si trova inoltre ad affrontare delle importanti sfide a livello delle politiche di governo. Sul fronte economico dovrà vedersela con un debito crescente e una sovracapacità che, insieme alla tendenza verso il protezionismo dell’America del Presidente Donald Trump, potrebbe deprimere ulteriormente la crescita. Anche sul fronte della politica estera Xi dovrà affrontare un deterioramento delle relazioni con gli Stati Uniti, alimentato dall’intensificarsi della minaccia nucleare nordcoreana e dall’atteggiamento aggressivo della stessa Cina nel Mar cinese meridionale.

Secondo il sentore di molti, Xi sarà in grado di sbaragliare i suoi colleghi nel 2022, indipendentemente da cosa farà nei prossimi cinque anni. Il che potrebbe essere vero. Ma l’autorità politica tende a essere effimera, in particolar modo per i leader che non hanno competenze solide nel settore economico. Per adesso, Xi e i suoi sostenitori hanno buoni motivi per festeggiare, ma non dovrebbero contare troppo sul fatto di festeggiare ancora tra cinque anni.

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