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Massimo Della Ragione (Goldman Sachs): «L’Italia si alzi e torni a ballare»

«Sarà perché, da giovane, ho partecipato al momento magico delle privatizzazioni. Sarà perché vedo quanto pesa l’Italia nei conti e negli equilibri di Goldman Sachs, con le sue storie imprenditoriali di grande successo e di grande fascino e con le posizioni significative occupate da noi partner italiani. Davvero, non capisco come sia possibile che il nostro Paese perseveri nella sua stasi apparente, nella sua attitudine autodenigratoria e nella sua scarsa capacità di costruirsi una reputazione internazionale all’altezza del suo peso specifico».

Massimo Della Ragione, 52 anni, è un banchiere di Goldman Sachs. Siamo nella sua casa di Milano, molti libri di musica, lui che ti porge una copia di Glenn Gould. La ricerca del pianoforte perfetto di Katie Hafner, retaggio di un amore interrottosi al quinto anno di studi all’Istituto Civico Musicale di Crema e frutto dell’educazione familiare impartita dal padre Elio, amante della lettura e melomane, e dalla madre Marta, ancora oggi mandolino dell’Orchestra Città di Milano.

Della Ragione – abito blu, camicia bianca, orologio da runner al polso puntato sull’ora di Londra – è il capo dell’investment banking in Italia e il coordinatore delle attività della banca nel nostro Paese. Inoltre, si occupa di banche e di istituzioni finanziarie in Portogallo, in Turchia e nei Paesi dell’Europa centro orientale. È uno dei 10 italiani fra i 400 partner della maggiore fra le banche d’affari. Non ricalca né lo stereotipo dell’emulo vagamente ridicolo di Gordon Gekko, interpretato in Wall Street da Michael Douglas nel 1987 con la fissazione di un canone occidentale fra l’etico e l’estetico, né il profilo del navigatore furbo e spregiudicato selezionato non di rado nel nostro Paese dalle imprese e dalle istituzioni finanziarie anglosassoni, bisognose di qualcuno che abbia «una certa praticaccia del mondo detto latino», per dirla con il Carlo Emilio Gadda di Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana.

Della Ragione è un tecnico della finanza, nella sua funzione strutturale di collegamento fra i mercati da un lato e l’economia reale e la finanza pubblica dall’altro. Ha una moglie, Valentina – già banker in Paribas – , e cinque figli: Allegra, di 17 anni, Gaia, di 15, Stella, di 12, e Leonardo e Ludovico, gemelli di 9 anni. La sua casa principale è a Londra. A Milano, dove sta due giorni a settimana, ha mantenuto l’abitazione in centro, un appartamento borghese in cui prevale il bianco e dove consumiamo un pranzo rapido ma gustoso: culatello tagliato spesso, pezzi di parmigiano reggiano e cucchiaiate di mascarpone con le noci, pane e focaccia fine, croccante e leggermente salata.

«Io ho un grande amore per l’Italia, di cui ho visto, a nemmeno trent’anni, la capacità di costruire una classe dirigente di alto livello. Ero appena arrivato in Jp Morgan. Mi occupavo della privatizzazione di Bnl. Il presidente della banca era Mario Sarcinelli e l’amministratore delegato Davide Croff. Il direttore generale del ministero dell’Economia e delle Finanze era Mario Draghi, il capo progetto Vittorio Grilli, il ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi. Personalità di un assoluto livello intellettuale, professionale e morale», dice mentre assaggia un Pinot nero del Trentino Alto Adige del 2012 che non ha nulla da invidiare ai Borgogna. «Un Paese che riesce a creare quella classe dirigente – continua – non è un Paese senza speranza. È un Paese che ha storia, cultura, umanità. Ma che, di certo, deve tornare a occuparsi della sua identità e del suo interesse».

L’apice e la base. Le élite, ormai storiche, e i ragazzi di oggi e di domani. Nota Della Ragione: «Gli studenti che frequentano la Bocconi, dove faccio il professore a contratto di Investment banking, hanno una preparazione e una dedizione elevate. Inseriti in un contesto che funziona ed è coerente con gli standard internazionali mostrano le qualità intrinseche del nostro capitale umano».

Capitale umano, spirito della nazione, comunità di origine e comunità di destino. Nella sedimentazione e nella distinzione dei lessici, in tutte queste categorie esistono punti comuni riconducibili allo specifico italiano. Che è composto anche da tic, da autoridimensionamenti e da paure che si fanno piccole vergogne. Nella sua dimensione cosmopolita, propria di chi appartiene alla tecnostruttura della grande finanza, Della Ragione conosce bene le virtù italiane (taciute) e i vizi degli altri (sottaciuti). «Poco tempo fa – racconta – per una nevicata l’aeroporto di Heathrow ha lasciato accampati i viaggiatori, senza assistenza, per due giorni. A Londra, e su Londra, nessuno ha detto una parola. Fosse successo in Italia sarebbe scattata la solita litania, denigratoria e autodenigratoria, che non è poi molto distante dai cliché di un popolo tutto pizza e pastasciutta».

Questa tendenza al cupio dissolvi assurta ad elemento antropologico appare un segno distintivo di una comunità nazionale impegnata in una eterna transizione economica, politica e civile. E accomuna tutti gli strati sociali, classi dirigenti incluse. E, a questo punto, Della Ragione quasi alza la voce: «Ma come è possibile che Milano perda l’Ema a favore di Amsterdam per un sorteggio? Al sorteggio non puoi e non devi arrivare. Se nel negoziato capisci che non ce la fai, devi trattare per ottenere qualcosa d’altro. Ma il sorteggio, no, per favore».

Della Ragione è alto e secco. Ha tirato di boxe, dai 18 ai 30 anni, a Milano alla palestra Doria di via Mascagni e, a Londra, al Club The Ring. Nel salone della sua casa, sopra al camino, compare una grande foto del seminterrato del Circolo Arci di Via Bellezza, dove Luchino Visconti girò nel 1960 Rocco e i suoi fratelli. Ha fatto anche degli incontri amatoriali, tre riprese da due minuti l’una. «No, la mia professione non ricorda il pugilato. Nel pugilato sei solo. La mia professione ricorda il calcio. È un gioco di squadra», dice.

Questa professione è cambiata molto. In essa si assiste – in coerenza con quanto accade in ogni angolo del mondo occidentale – alla prevalenza della Tecnica, in un particolare inveramento delle analisi-previsioni-profezie del riscopritore di Parmenide, il filosofo Emanuele Severino. «Nel 1994, venni assunto in Jp Morgan dopo 30 colloqui. Volevo, volevo, assolutamente volevo una esperienza internazionale: Londra e New York erano il mio mito, fra la finanza e la musica. Entrambe le città significavano le grandi banche d’affari. In più Londra era, per me, i Led Zeppelin, i Beatles e i Rolling Stones. Mentre New York era il jazz. Provenivo dal Credito Italiano e avevo una laurea in Economia alla Bocconi, che non aveva lo standing internazionale di oggi. Parlavo poco l’inglese. Nell’Italia degli anni Ottanta e Novanta, lo sapevano in pochissimi. Oggi non mi avrebbero nemmeno ammesso ai colloqui. Allora erano più visionari. E, non a caso, quelli come me avevano una attitudine totale da street fighter. La professione era un misto di tecnica e di relazioni, di conoscenza analitica e di intuizioni. Il tutto sintetizzato nella negoziazione con le controparti. Oggi i formalismi e le tecnicalità hanno un peso e una importanza debordanti», spiega.

Tutto questo si è accentuato con la crisi del 2008, a cui ha corrisposto un ispessimento della coltre regolamentare e giuridicizzante. «Una volta, per un problema, ci telefonavamo il sabato mattina, ci incontravamo il sabato pomeriggio e la domenica avevamo definito una soluzione valida e disciplinata. La globalizzazione, l’ipertecnologia e la connettività hanno moltiplicato l’uso delle mail. Le quali hanno irrigidito e complicato i processi: dato che scripta manent, ognuno tende a deresponsabilizzarsi assumendo posizioni da cui è difficile tornare indietro. Soltanto che, però, con questo meccanismo diventa sempre meno semplice decidere. Di fronte a tutto questo, la reazione delle banche d’affari è di aprire o infoltire le sedi così da stare più vicino ai clienti. Succede negli Stati Uniti, dove per esempio Goldman Sachs è a Seattle e San Francisco, Salt Lake City e Miami. Accade in Europa: qui a Milano, in Piazzetta Bossi, finora siamo stati in 30, ma nella nuova sede saliremo a più di 100».

Oggi l’area Emea pesa per il 25% delle attività di Goldman Sachs e, in essa, l’Italia occupa un posto rilevante. L’Italia, secondo Della Ragione, è il Paese di Tod’s e Ferragamo, Cucinelli e Prada, Luxottica e Ferrari. «Ed è il Paese del turnaround di Sergio Marchionne, che ha salvato una Fiat in stato agonizzante, con tutte le banche che le “shortavano” contro, e che ha realizzato quella cosa pazzesca che è stata l’operazione Chrysler, in cui ha convinto i governi americano e canadese, oltre al fondo pensione dei lavoratori, a dare alla nuova società parecchi miliardi di dollari restituendoli poi tutti. Non si capisce perché in molti, nel nostro Paese, nutrano ostilità verso Marchionne. Credo che influisca la cultura anti industriale e anti imprenditoriale che persiste in buona parte della nostra società».

Nella articolata contraddizione del Paese, per Della Ragione occorre attivare il meccanismo schumpeteriano della distruzione-creazione. «Ha ragione il rettore della Bocconi, Gianmario Verona, che nella prolusione dell’anno accademico ha citato il circuito virtuoso fra l’innovazione, la ricerca e l’economia», sostiene il banchiere. Il quale estende il ragionamento a tutta la società. «Serve una scossa. L’innovazione è anche innovazione dell’anima e delle menti. Guardiamo a quello che è successo in Gran Bretagna con la Brexit. Nessuno pensava che il referendum passasse. Io sono andato a letto convinto che i no avrebbero di gran lunga prevalso. Alle 5 del mattino ci siamo svegliati con gli smart phone pieni di messaggi. Adesso tutti criticano l’Inghilterra. Che, però, si sta già rimodulando nei suoi equilibri interni e che, comunque, con questo shock aiuterà l’Unione europea a cambiare in maniera radicale».

In qualche maniera l’Italia - Paese sonnolento e inerte che però ha nel suo grembo feti di innovazione da accudire e da sviluppare - ha bisogno di quella che gli economisti chiamano disruption. La rottura. La lacerazione. Il foglio strappato. Per poter scrivere e colorare una nuova pagina usando allo stesso tempo vecchie e nuove matite,vecchie e nuove biro, vecchi e nuovi pennarelli.

Una disruption sociale, oltre che economica. Individuale, ma anche collettiva. «Meglio ballare tutta la notte a una festa o rimanere seduti, con la sigaretta in mano e andare a casa alle 11 di sera? Per me è meglio ballare tutta la notte. Non dobbiamo avere paura di mostrarci vivi».

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