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I capitali trascurano le startup italiane

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INVESTIMENTI

I capitali trascurano le startup italiane

Quest’anno c’è anche un Italian Village al Ces, il più importante salone al mondo per la Consumer Technology che apre oggi a Las Vegas. Promosso dal Tilt (Teorema incubation lab Trieste) e altri incubatori e patrocinato dal governo, «Made in Italy - The Art of Technology» raccoglie 43 startup tricolori (ce n’erano appena 12 nel 2016), consentendo loro di fare crowdfunding, cercare angel investor per passare dai prototipi alle produzione in larga scala, trovare distributori in mercati internazionali. Essere all’Eureka Park serve anche per promuovere l’attrattività dell’Italia nell’hi-tech. Ovunque i policy maker sono sempre più consci che coltivare un ecosistema propizio per l’imprenditorialità digitale è un elemento fondamentale per accelerare la dinamica della produttività e generare crescita sostenibile, socialmente e ecologicamente.

L’Italia ha lanciato il suo “Startup Act” a fine 2012 e la Relazione annuale al Parlamento sulla strategia testimonia della continua espansione della platea delle imprese che beneficiano delle agevolazioni connesse allo status di startup innovativa (raddoppiate in soli due anni, oltre quota 8mila) e delle Pmi innovative (addirittura quasi triplicate in un anno). Un universo imprenditoriale che registra, come ovvio, alti tassi di crescita e che comincia a rappresentare una realtà economica significativa (il valore della produzione complessivo supera ormai i due miliardi di euro).

Numeri indubbiamente promettenti, ma pur sempre una goccia nel mare della New economy globale. Calcolati da StartupItalia! sulla base dei round chiusi e delle più significative campagne di crowdfunding, gli investimenti in startup del 2017 ammontano a 137 milioni di euro, a fronte di 178 nel 2016. I fondi di venture capital hanno investito 0,4 miliardi di euro nel 2015-17, come in Norvegia, meno di un quarto che in Spagna, un’inezia rispetto a Regno Unito (11,4) e Germania (7,3) (fonte: Dealroom).

E va ancora peggio sul fronte delle scale-up (aziende con almeno 10 dipendenti che crescono almeno al 20% medio annuo per tre esercizi): erano 4.200 in Europa nel 2016, che globalmente hanno raccolto finanziamenti per 58 miliardi di dollari, in Italia 135 con 0,9 miliardi (fonte: Sep Report 2017).

Questo è però anche un momento di importanti cambiamenti nella geografia dell’innovazione, sotto la spinta di fattori diversi, e l’Italian tech può fare il salto quantitativo e qualitativo.

Bisogna innanzitutto comprendere meglio come funziona il business delle nuove tecnologie, che paradossalmente non è tanto diverso dal mondo descritto da Alfred Marshall a fine Ottocento, in cui la prossimità fisica crea quel qualcosa da cui possono nascere le migliori idee e iniziative. È il modello dei distretti, adattato però necessariamente alla complicazione dell’innovazione che si nutre di conoscenze e competenze ad alto contenuto scientifico e ingegneristico. Centri come la Silicon Valley, la Route 128 o Shenzhen sono popolati da cervelloni usciti dalle migliori università del mondo, che trovano altri talenti con cui combinare le proprie intuizioni, senza che la paura di fallire ne intacchi le ambizioni, né la propensione alla serendipity. Prioritario dare continuità all’azione di semplificazione amministrativa e fiscale, ma i compensi per copia privata su supporti e apparecchi sono da ripensare: nell’era dello streaming, in cui non si copia più nulla, vanno tassati i vizi, non la tecnologia che ha bisogno di condivisione per liberare energie creative.

L’elezione di Trump e l’inasprimento della politica migratoria americana penalizzano la Silicon Valley: come ha scritto giovedì 4 in un editoriale The Mercury News, il quotidiano di San Jose, «senza un programma H-1B che funzioni, gli Stati Uniti rischiano di perdere futuri leader immigrati brillanti come il Ceo di Tesla Elon Musk, il co-fondatore di Google Sergey Brin e l’attuale Ceo di Google Sundar Pichai, che sono tutti nati all’estero». Con la semplificazione delle procedure di concessione di visti per cittadini non Ue che intendono avviare una startup, l’Italia Startup Visa ha registrato oltre 250 candidature dal 2014, un primo timido passo in avanti. Per attrarre folle di giovani con idee straordinarie, nelle città italiane si deve respirare un’atmosfera vibrante, che dia visibilità (quantomeno a Milano in certe nicchie come il fashion-tech o le biotecnologie) sulla base del nostro tradizionale genio all’intersezione tra tecnologia e arte.

L’Europa, in ritardo nella prima ondata della Quarta rivoluzione industriale, sembra invece in grado di giocare le sue carte con l’avvento del Deep tech: intelligenza artificiale, robotica, realtà virtuale e aumentata, Internet of things. L’Italia ha il tessuto manifatturiero, ma soffre la mancanza di grandi imprese e la debolezza in computer science (il Politecnico di Milano è al 95° posto mondiale secondo Times Higher Education). È necessaria pertanto una vera politica (e utile la lettura di “L’industria intelligente” di Fabrizio Onida), al di là di misure estemporanee che, come osservato da Fabiano Schivardi sul sito lavoce.info, confondono senza ratio economica incentivi agli investimenti in attività innovative con sconti sugli acquisti di macchinari tradizionali.

Servono anche istituzioni competenti, pubbliche e private. La Danimarca ha investito in “tecdiplomazia”, nominando un apposito ambasciatore per il digitale, basato (questo non è difficile da indovinare) nella Silicon Valley. A margine di un recente intervento alla Fondazione Fiera Milano, Gary Shapiro, numero uno del Ces, ha ricordato il valore simbolico e corrispondente eco mediatico delle due visite in Nevada di Emmanuel Macron, per inaugurare l’area della French Tech da ministro dell’Economia. Altro esempio, l’impegno e la visione di Xavier Niel, che con Free ha rivoluzionato la telefonia transalpina, nel lanciare prima l’Ecole 42, che offre gratuitamente corsi di alto livello in programmazione (e che ora un secondo campus proprio in California), e poi Station F, il più grande incubatore al mondo.

Non c’è una ricetta magica per avviare anche in Italia un ciclo virtuoso di talenti, investimenti, successi, sconfitte e rinascite, ma i cittadini sono sicuramente curiosi di sapere cosa propongono i partiti per le startup. Magari anche i giovani, così tentati dall’astensione da non interessarsi alla campagna elettorale, soprattutto quando parla di passato.

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