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Sos democrazia: un argine sul web al mercato delle bugie

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Europa

Sos democrazia: un argine sul web al mercato delle bugie

  • –Samantha Bradshaw

Nel periodo che ha preceduto una serie di votazioni in tutto il mondo nel 2016, incluso il voto della Gran Bretagna sulla Brexit e le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, i social network come Facebook e Twitter hanno sistematicamente fornito a un vasto numero di elettori informazioni di scarsa qualità – spesso vere e proprie menzogne – sulla politica e sull’ordine pubblico. Sebbene queste società siano state ampiamente criticate, le notizie spazzatura – storie sensazionali, teorie di cospirazione e altri casi di disinformazione – si sono protratte fino al 2017.

Se da un lato è emerso un crescente numero di iniziative di verifica dei fatti, specifiche per paese, oltre ad alcune app interessanti per valutare le “junk news”, dall’altro sembra che le piattaforme web non offrano soluzioni tecnologiche a livello di sistema. Allora in che modo dovremmo rendere i social media sicuri ?

Per comprendere quanto siano pervasivi questi problemi, all’università di Oxford abbiamo condotto un’analisi approfondita della propaganda computazionale di nove paesi – Brasile, Canada, Cina, Germania, Polonia, Russia, Taiwan, Ucraina e Stati Uniti – e un’analisi comparativa in altri 28 paesi. Abbiamo anche esaminato la diffusione della propaganda computazionale durante specifici referendum ed elezioni (in passato abbiamo studiato Messico e Venezuela). A livello globale, le prove non fanno ben sperare per le istituzioni democratiche. Una scoperta cruciale è che le piattaforme web rivestono un ruolo significativo nell’impegno politico. Sono il veicolo primario con cui i giovani sviluppano la propria identità politica. Nelle democrazie del mondo la maggioranza degli elettori ricorre ai social media per condividere notizie e informazioni politiche, soprattutto durante le elezioni. Nei paesi in cui solo una piccola fetta del pubblico ha regolare accesso ai social media, queste piattaforme restano infrastrutture fondamentali per la conversazione politica tra giornalisti, esponenti della società civile ed élite.

Inoltre, i social media vengono utilizzati attivamente per manipolare l’opinione pubblica, anche se in modo diverso e su temi diversi. Nei paesi autoritari, i social media rappresentano uno dei principali mezzi di prevenzione delle rivolte popolari, soprattutto durante le crisi politiche e quelle sulla sicurezza.

A titolo esemplificativo, quasi la metà delle conversazioni politiche su Twitter in Russia è mediata da account fortemente automatizzati. Le maggiori raccolte di account falsi sono gestite da società di marketing in Polonia e Ucraina.

Tra le democrazie troviamo che i social media vengono attivamente impiegati per la propaganda computazionale, sia nello sforzo di manipolare le opinioni che in esperimenti targettizzati su particolari segmenti del pubblico. In Brasile, i robot hanno avuto un ruolo significativo nel plasmare il dibattito pubblico prima dell’elezione dell’ex presidente Dilma Rousseff, durante il suo impeachment all’inizio del 2017 e nel pieno della crisi costituzionale che sta attraversando ora il paese. In ogni paese abbiamo riscontrato gruppi della società civile che lottavano per tutelarsi e per rispondere alle attive campagne di disinformazione.

Le società come Facebook ora devono compiere una transizione più importante abbandonando i trucchi difensivi e reattivi e passando a modalità più proattive di sostegno alle culture democratiche. In previsione degli eventi politici più cruciali del 2018 – Egitto, Brasile e Messico indiranno le elezioni generali, e gli strateghi americani stanno già pianificando le elezioni di metà mandato al Congresso che si terranno a novembre – Facebook deve agire con la massima urgenza.

Forse i social media non stanno creando questi spiacevoli contenuti, ma forniscono comunque le piattaforme che hanno permesso che la propaganda computazionale diventasse uno dei mezzi più potenti attualmente in voga per minare la democrazia. Se vogliamo che la democrazia sopravviva, i giganti del web dovranno reinventarsi.

Samantha Bradshaw è una ricercatrice del «Computational Propaganda Project» all’università di Oxford. Philip N. Howard è professore di Sociologia e direttore dell’Oxford Internet Institute.

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