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L’Italia nella mischia del bilancio della Ue

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L’Italia nella mischia del bilancio della Ue

Se programmazione, priorità e risorse di un bilancio riassumono stato di salute e ambizioni di una famiglia, di un Paese o di un’istituzione, l’Europa non offre di sé una fotografia esaltante. Tutt’altro. Quando nel febbraio 2013 disegnò l’Mff, il suo nuovo quadro finanziario pluriennale (2014-20), l’Unione era nella bufera: recessione, crisi dell’euro, crisi finanziaria. Tempi di ristrettezze nei conti pubblici e strette sui bilanci nazionali. Ne uscì un accordo a 27 che per la prima volta nella storia comunitaria riduceva del 2% in termini reali il bilancio comune: poco più di mille miliardi in 7 anni a prezzi correnti, circa l’1% del Pil Ue, dopo tagli per 80 miliardi punitivi soprattutto nelle nuove politiche, investimenti nelle grandi reti e in ricerca e innovazione.

Oggi, 5 anni dopo, le grandi crisi sono alle spalle, l’economia non cessa di irrobustirsi, la disoccupazione scende, l’euro è forte, deficit e debiti pubblici sono mediamente in netto calo. Si potrebbe, dunque, allentare la cinghia e investire massicciamente nel nuovo Mff 2020-2027 su sviluppo e competitività del sistema Europa nell’interesse di tutti: contribuenti e beneficiari netti della grande partita contabile.

Si potrebbe, ma realisticamente non accadrà. Per tre ragioni. All’instabilità economica è subentrata quella politica: governi deboli, democrazie sempre più introverse e condizionate da populismi e nazionalismi dovunque. Germania da mesi ostaggio di irrisolte convulsioni post-elettorali. Crescenti incomunicabilità e divergenze tra l’Est e l’Ovest dell’Unione, mentre i rapporti Nord-Sud restano tesi.

Brexit, che nel 2013 ci si illuse di scongiurare facendo calare la scure sulle spese, è diventato il grande rompicapo negoziale da risolvere, anche perché apre nel bilancio comune un buco da 10-13 miliardi all’anno. A complicare ulteriormente l’equazione, la necessità da un lato di varare nuove politiche all’altezza delle impellenti sfide globali. E dall’altro la nebbia circa il futuro assetto della nuova Europa senza il Regno Unito: modello attuale o multispeed e chi paga quanto e per fare che cosa e come e quali politiche resterebbero comuni e poi formula intergovernativa o comunitaria per le nuove Europe?

Il negoziato è appena cominciato. Entrerà nel vivo solo dopo che la Commissione Ue in maggio presenterà le sue proposte. Obiettivo, chiudere entro l’anno, dopo Brexit e prima delle elezioni europee del giugno 2019. «Per mantenere l’Ue i suoi cittadini oggi spendono l’equivalente del costo di un caffè al giorno» ricorda Juncker, invitando a uscire dalla trappola dell’1%. E a coprire il buco britannico da 70-90 miliardi per una metà con tagli di spesa (senza distruggere le politiche agricola e di coesione) e per l’altra con maggiori contributi nazionali. Per le nuove politiche risorse aggiuntive, nazionali e/o nuove, e in parte finanziate con la riallocazione di spesa tra le diverse rubriche. Il puzzle da comporre è più complesso del solito: i nazionalismi montanti sullo sfondo non aiutano ma scoraggiano gli investimenti nell’Ue e quindi non lasceranno alternative a tagli di spesa.

Ne è perfettamente consapevole l’Italia, Paese unico nel profondo e irrisolto dualismo Nord-Sud in casa, che si proietta sulla scena europea facendone, con un indice (97) di prosperità relativa interiore alla media Ue, il quarto contribuente netto, con 3,2 miliardi nel 2016, dopo Germania, Francia e Regno Unito, e l’unico a ritrovarsi tale nel club dei grandi beneficiari di aiuti Ue della fascia Est e mediterranea. In soldoni dall’attuale Mff il nostro Paese incassa 35,1 miliardi (9,5% del totale) di aiuti alla coesione e altri 37,8 (9,1%) per agricoltura e sviluppo rurale. Ha dunque molto da perdere in un negoziato che al massimo, con un grande contribuente in meno, vedrà crescere il bilancio totale all’1,05% del Pil, ma in compenso dovrà ridurre gli stanziamenti a coesione e agricoltura (73% del totale) per finanziare le nuove politiche: quelle che il ministro Pier Carlo Padoan ribattezza i beni pubblici europei, politica migratoria e della sicurezza in testa, da gestire insieme anche per riconciliare l’Europa ai suoi cittadini. Su questo punto sarebbe piena la sintonia tra Italia e Germania. Su fondi di coesione riforma che punti su qualità e risultati dei progetti, mettendo fine allo “spendificio”. Sull’agricoltura, un ruolo per il cofinanziamento nazionale. La partita sarà durissima, la concorrenza sulle risorse da spartire acerrima: tra poveri ma anche tra ricchi. Questa volta l’Italia non vuole fare la fine del vaso di coccio. Ci riuscirà?

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