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Dossier Disugualianze di reddito: la tempesta perfetta

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    Dossier | N. 7 articoliWorld books

    Disugualianze di reddito: la tempesta perfetta

    Walter Scheidel, The Great Leveler: Violence and the History of Inequality from the Stone Age to the Twenty-First Century, Princeton University Press, 2017

    Branko Milanovic, Global Inequality: A New Approach for the Age of Globalization, Harvard University Press, 2016

     Peter Temin, The Vanishing Middle Class: Prejudice and Power in a Dual Economy, MIT Press, 2017

     Keith Payne, The Broken Ladder: How Inequality Affects the Way We Think, Live, and Die, Viking, 2017

     Chrystia Freeland, Plutocrats: The Rise of the New Global Super-Rich and the Fall of Everyone Else, Penguin Press, 2012

     
    Le disuguaglianza di reddito stanno crescendo a un ritmo esponenziale. Secondo Oxfam, nel 2010 circa 390 miliardari possedevano la ricchezza privata della metà della popolazione mondiale. Nel 2016, invece, il numero è sceso a otto. La Grande Recessione, seguita alla crisi finanziaria del 2008, ha colpito i vulnerabili in modo particolarmente duro, mentre coloro che l’avevano innescata ne hanno beneficiato ulteriormente.

    L’accumulazione di grandi fortune da parte di una piccola élite di plutocrati rappresenta la punta dell’iceberg di un fenomeno ben più complesso. L’ascesa economica della Cina, ormai la seconda economia più grande al mondo in termini di Pil, ha contribuito a comprimere le disuguaglianze a livello globale. Tuttavia, all’interno delle singole nazioni, le disparità di reddito continuano ad aumentare a un ritmo sostenuto.

    Nelle economie in via di sviluppo, la globalizzazione degli ultimi tre decenni ha portato all’emergere di una fiorente classe media urbana, che ha però contribuito ad allargare il divario tra aree urbane e rurali. Nelle economie avanzate, la globalizzazione, accompagnata a un rapido progresso tecnologico, ha avvantaggiato in modo significativo un piccolo gruppo di professionisti altamente qualificati, portando alla stagnazione della classe media. Il tenore di vita per coloro che non sono al vertice della distribuzione di reddito è rimasto stazionario, a causa della competizione derivante dalla disponibilità di manodopera a basso costo all’estero e di politiche redistributive  inadeguate a livello domestico.

     I cinque libri discussi di seguito fanno luce su diversi aspetti di un fenomeno con così tante sfaccettature. The Great Leveller, dello storico Walter Scheidel della Stanford University, e Global Inequality, dell’economista Branko Milanovic, offrono una prospettiva storica di lungo termine. The Vanishing Middle Class dell’economista Peter Temin del MIT, The Broken Ladder dello psicologo Keith Payne della University of North Carolina-Chapel Hill, e Plutocrats dell’ex giornalista e attuale ministro degli Affari Esteri canadese Chrystia Freeland, mettono in luce i destini divergenti di chi si posiziona in punti diversi della distribuzione di reddito. Tutti questi libri propongono soluzioni pensate per una malattia sociale che sembra sempre più incurabile.

     Unvecchio problemasanguinoso

     A ragione, l’aumento delle disuguaglianze è percepito come la sfida economica della nostra era. Tuttavia, Scheidel sostiene che, nonostante i livelli di disuguaglianza siano allarmanti, non sono poi così eccezionali in una prospettiva storica. Le disuguaglianze negli Stati Uniti sono agli stessi livelli precedenti il crack azionario del 1929. Negli anni precedenti allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, l’1% più ricco delle famiglie britanniche deteneva il 92% di tutta la ricchezza privata, rispetto a circa il 50% di oggi.

     Scheidel mostra che, dall’Egitto dei faraoni, dalla Cina della dinastia Qing e dall’Impero ottomano fino alla Russia zarista e all’Inghilterra vittoriana, le dinamiche socio-economiche sono sempre state le stesse: la ricchezza tende a concentrarsi nelle mani di un’elite privilegiata. Templi, palazzi reali, piramidi, castelli e altri grandi monumenti storici sono testimonianza delle grandi disparità di ricchezza del passato. All’apogeo dell’Impero Romano, l’aristocratico più ricco di Roma possedeva una fortuna pari a 1.5 milioni di volte il reddito medio pro capite di quell’epoca – equivalente al divario di ricchezza tra il fondatore di Microsoft Bill Gates e la famiglia americana media.

     Nonostante la disuguaglianza sia un tratto permanente della civiltà, non è una costante. Scheidel ricorda come fasi storiche caratterizzate da forti disuguaglianze siano state seguite da momenti di compressione violenta, a causa di eventi storici catastrofici. In particolare, Scheidel rileva come guerre totali, rivoluzioni violente, il collasso di una civilizzazione e pandemie letali rappresentino i "Quattro Cavalieri del Livellamento". Gli esempi più eclatanti sono le guerre mondiali del XX secolo, le rivoluzioni cinesi e russe, la caduta dell’Impero Romano, e la peste nera.

     Scheidel attribuisce le origini delle disuguaglianze economiche alla Prima Rivoluzione Agricola che è avvenuta più di 10.000 anni fa. L’Olocene ha segnato l’inizio del primo periodo di caldo interglaciale, e ha creato un ambiente favorevole per lo sviluppo economico e sociale. La domesticazione di piante e animali ha portato a enormi eccedenze di produzione, che i membri dominanti della società hanno poi accumulato sotto forma di proprietà e ricchezza ereditaria. Poi coercizione, sottomissione, e predazione sono seguite; così la Grande Disequalizzazione ha preso inizio.

     Nel corso del tempo, i diritti di proprietà hanno alimentato forme di potere politico o addirittura di autorità spirituale. Strutture sociali al di fuori dei gruppi famigliari hanno iniziato a formarsi, creando clan e tribù, e successivamente imperi e stati. Allo stesso tempo, le disparità tra i potenti e gli indifesi si sono radicalizzate in rigide gerarchie sociopolitiche. Senza alcuna interferenza esterna, come invasioni o catastrofi naturali, l’elite del momento poteva beneficiare di lunghi periodi di stabilità e prosperità economica, tenendo a bada la maggioranza soggiogata con piccole concessioni.

     Tuttavia, come sostiene Scheidel, ogni società raggiunge un limite massimo di tolleranza delle disuguaglianze e tale limite è determinato da fattori demografici, politici e tecnologici. Una volta che tale soglia è superata, interventi democratici non hanno alcun impatto. Soltanto carneficine, caos e distruzione possono ripristinare equità nel sistema, scuotendo l’ordine costituito, riassegnando i ruoli sociali, e distruggendo beni materiali e altre forme di ricchezza accumulata. Quando ciò accade, i ricchi e i potenti di colpo perdono il loro status. Scheidel conclude che non vi sono vie di mezzo: l’ estrema disuguaglianza produce solo equalizzatori estremi.

     Disuguaglianze cicliche
    Negli ultimi 2.000 anni, il mondo ha raggiunto due picchi di disuguaglianza, ai tempi della peste nera in epoca tardo medievale e alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. La peste ha aumentato il valore relativo del fattore lavoro attraverso la decimazione della forza lavoro europea del quattordicesimo secolo. Le guerre mondiali del ventesimo secolo, allo stesso modo, devastarono i beni fisici e finanziari dei ricchi, portando anche a un aumento delle imposte sugli immobili e sul reddito, così come all’emergere del welfare state moderno – fase nota coma la Grande Compressione.

     Da quel momento a oggi, la teoria economica tradizionale ha faticato a spiegare la persistenza e ricorrenza della disuguaglianza dei redditi, soprattutto nelle economie avanzate. Nel 1960, il premio Nobel per l’economia Simon Kuznets ha sostenuto che la ricchezza dovrebbe essere ben distribuita in fasi avanzate dello sviluppo economico. In teoria, la disuguaglianza dovrebbe aumentare durante l’industrializzazione, quando il bacino di potenziali lavoratori da cui pescare è ampio e i salari sono bassi, ma poi dovrebbe diminuire quando ci si avvicina alla piena occupazione.

     Inutile dire che una simile teoria contrasti palesemente con l’esperienza attuale dell’Occidente. In GlobalInequality, una lettura obbligata per chiunque sia interessato al tema, Milanovic rivede la teoria economica tradizionale, introducendo il concetto di “onde di Kuznet”. Secondo Milanovic, la disuguaglianza si muove in cicli: cresce e cala continuamente a causa di forze economiche, demografiche e politiche, che sono spesso interconnesse tra di loro. La disuguaglianza aumenta con il progresso tecnologico, la globalizzazione e le attività di lobbying di particolari gruppi d’interesse, e diminuisce come risultato di guerre, malattie e politiche redistributive.

     Nell’era preindustriale, secondo Milanovic, queste onde erano governate da dinamiche maltusiane (demografiche). La disuguaglianza aumentava con la crescita demografica ed economica, poi si contraeva per effetto di guerre e carestie, che decimavano la popolazione e riportando l’economia a livelli di sussistenza. Rispetto al passato, le determinanti delle disuguaglianze di oggi hanno poco a che vedere con dinamiche demografiche e sono principalmente l’effetto  di tecnologia e globalizzazione.

     La prima onda moderna di Kuznet risale alla fine del diciannovesimo secolo, quando l’industrializzazione e l’integrazione economica hanno creato nuove disparità di ricchezza. Ma negli anni ’70, la disuguaglianza aveva raggiunto nuovi minimi, a causa delle due guerre mondiali, degli sconvolgimenti politici del 1968, e dell’aumento del numero di laureati nei paesi occidentali. Da allora, tuttavia, il mondo ha cavalcato una nuova onda di Kuznet, alimentata dai progressi delle tecnologie informatiche e dal Washington Consensus. E le tecnologie della quarta rivoluzione industriale - intelligenza artificiale, robotica, e così via - ampliano ulteriormente il divario tra lavoratori qualificati e non.
     La somiglianza tra le due onde di Kuznet è sorprendente - e spaventosa allo stesso tempo. Prima della prima rivoluzione industriale, alla fine del diciottesimo secolo, una rigida struttura di classe ereditaria era la principale fonte di disuguaglianza nel mondo. Poi, quando la crescita del PIL è decollata in Occidente, la posizione geografica ha sostituito il ruolo delle classi sociali così che, 70 anni fa, una persona povera in Germania era ricca per gli standard indiani. Ma ora che il gap tra paesi avanzati ed emergenti si sta chiudendo, i divari di reddito associati allo status classe sociale sono di nuovo predominanti.

     Il nuovo classismo
    Per capire come funzioni una moderna società "classista" basta guardare agli Stati Uniti. A differenza del passato, lo status sociale non deriva più da titoli nobiliari, ma da prestigiosi titoli accademici. Come nell’Inghilterra vittoriana, però, le origini familiari determinano le possibilità di successo nella vita. Essere ammesso ad un’università Ivy League dipende in gran parte dal background familiare. Genitori ricchi e ben istruiti hanno i mezzi per aumentare la qualità dei futuri studenti di college e per far fronte ai crescenti costi dell’istruzione per pochi. E, poiché i primi datori di lavoro cercano reclute dalle migliori università, il privilegio di classe è perpetuato di generazione in generazione .

     Se questo suona come la fine del sogno americano, allora sarete d’accordo con il libro di Temin, The Vanishing Middle Class, che descrive i meccanismi socioeconomici che impediscono a una quota sempre più grande della popolazione americana di godere dei benefici della crescita economica. Secondo Temin, gli Stati Uniti stanno regredendo rapidamente allo status di un’economia emergente, in cui il sistema funziona bene per una piccola fascia della popolazione a discapito del resto.

     Negli Stati Uniti un piccolo gruppo di bianchi controlla una quota sproporzionata di denaro, esercitando una forte influenza politica. I suoi membri, che costituiscono il 20% della popolazione americana, sono professionisti altamente istruiti e ben pagati, che lavorano principalmente in finanza e tecnologia. All’altra estremità dello spettro vi è la maggioranza della popolazione: lavoratori poco qualificati e a basso salario che si caratterizzano per un’istruzione scadente, alloggi fatiscenti e occupazione precaria – un po’ come succede ai lavoratori nei paesi in via di sviluppo.

     Come ci ricorda Temin, in America la divisione di classe ha un forte elemento razziale. Nessun afro-americano compare nella lista di Forbes’s dei 400 americani più ricchi del 2017. Allo stesso tempo, gli afroamericani rappresentano il 40% della popolazione carceraria degli Stati Uniti, ma solo il 15% della popolazione totale; un nero su tre, quindi, passerà parte della sua vita in una prigione.

     Tuttavia, le minoranze razziali non sono gli unici gruppi a vivere come cittadini di seconda classe. Una parte importante della popolazione bianca, come nella Rust Belt, è stata completamente emarginata dal sistema - precisamente il segmento demografico che ha portato alla vittoria presidenziale di Donald Trump.

     Secondo Temin, l’idea di disuguaglianza ora è così radicata nella società americana da non poter essere debellata facilmente. Solo l’istruzione può garantire ad ogni cittadino americano di avere possibilità d’impiego nei settori più remunerativi e ad alta specializzazione. Ma per i figli di famiglie a basso salario, ci sono semplicemente troppi ostacoli. Le scuole pubbliche nelle zone a basso reddito sono troppo decrepite e sotto finanziate per dare ai propri studenti le qualifiche necessarie per diventare parte dell’elite. Temin, dal canto suo, sostiene che tali ostacoli alla mobilità sociale siano create deliberatamente dalla minoranza al potere, la cui principale preoccupazione è preservare la propria posizione di classe privilegiata.

     Comevivel’80%
    Differenze di reddito importanti, si traducono in grandi differenze in termini di esperienze di vita tra chi sta in cima e chi sta al fondo della distribuzione della ricchezza. Come mostra TheBroken Ladder , non si tratta solo di diverse opportunità materiali, ma di grandi sofferenze psicologiche. Quello di Payne è un contributo importante a un dibattito troppo spesso dominato da argomenti di natura socio-politica.

     Allo psicologo Payne interessa capire come la disuguaglianza colpisca i singoli individui. In primo luogo, spiega, "la disuguaglianza non è la stessa cosa della povertà " perché “fa sentire le persone povere e le fa agire da poveri, anche quando non lo sono. ” Quando le persone percepiscono vaste disuguaglianze economiche tra loro e gli altri, i loro processi decisionali in materia di risparmi e finanze personali, credenze politiche e persino salute sono alterati.

     Secondo Payne, coloro che si sentono più poveri dei loro vicini, dei loro genitori o di qualunque altro gruppo di paragone hanno maggiori probabilità di soffrire di depressione, ansia, malattie cardiovascolari, obesità e diabete - indipendentemente dalla loro effettiva situazione socio-economica . Non sorprende, quindi, che le persone con queste condizioni tendano ad avere aspettative di vita più brevi rispetto al resto della popolazione.

     Negli Stati Uniti, molti bianchi di mezza età si trovano in questa situazione. Secondo un famoso studio del 2015 degli economisti Anne Case e Angus Deaton, i tassi di mortalità delle persone di mezza età sono migliorati per tutti i gruppi demografici americani tranne, che per i bianchi non ispanici. Come Payne mette in evidenza, i membri di questo gruppo non solo “muoiono di cirrosi epatica ... e overdose da oppiacei e antidolorifici”; loro "muoiono di aspettative violate . ” Nonostante il fatto che " i bianchi istruiti nelle scuole superiori guadagnino in media più denaro dei neri altrettanto istruiti", Payne scrive, " i bianchi si aspettano di più a causa della loro storia di privilegi". Sono cresciuti credendo che sarebbero stati meglio dei loro genitori. Invece, sono condannati a bassi salari e posti di lavoro instabili.

     La vistadall’attico
    All’altro estremo, c’è l’1% il cui modo di approcciarsi al mondo non potrebbe essere più diverso. Anche se è stato pubblicato cinque anni fa, Plutocrats di Freeland rimane l’analisi più incisiva e intelligente su come i ricchi del mondo vivano e si comportino. Pochi hanno osservato l’ elite globale così da vicino e per così tanto tempo come lei.

    I superricchi, come li chiama Freeland , sono essenzialmente una tribù che vive in un mondo senza confini e senza fusi orari. Indipendentemente da dove provengano, tutti frequentano le stesse università d’elite nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Poi, iniziano la loro carriera nelle stessa società di consulenza e banche d’investimento, frequentano le stesse conferenze esclusive a Davos e Dubai, e vanno in vacanze negli stessi luoghi extra lusso in Svizzera e sulle coste americane. Non hanno alcun problema a spendere 3 milioni di dollari - equivalenti al reddito annuo medio di quasi 100 americani - per una festa di compleanno. E si lavano la coscienza con la filantropia.

    Certamente, nonostante queste somiglianze, i superricchi non sono tutti uguali. Alcuni sono imprenditori o star dell’intrattenimento che creano valore reale per la società . Altri gestiscono hedge fund o fondi di private-equity, dando un contributo sociale minimo. In entrambi i casi, la maggior parte di loro non nasce ricca, ma costruisce la propria fortuna con il duro lavoro, il talento, e la disciplina. A partire dalla scuola materna, iniziano la difficile competizione di natura darwiniana per entrare nelle università migliori qualche anno dopo. E una volta adulti lavorano fino a notte fonda, sacrificando la propria vita privata. Raggiunto il vertice, vivono con la costante paura di cadere dalla torre d’avorio.

     Ma anche se il merito ha portato molti dei superricchi dove sono, il loro potere è tale da negare la meritocrazia agli altri. Freeland sottolinea che qualcosa di simile è già capitato in passato. Tra le altre cose, la Repubblica di Venezia ha involontariamente scatenato la propria rovina quando nel quattordicesimo secolo l’elite veneziana ha creato il cosiddetto "Libro d’oro"  per stabilire quali famiglie potessero entrare a far parte permanentamene della nobiltà, e quindi dell’oligarchia. Una grande potenza commerciale che traeva la sua linfa vitale dal suo dinamismo è così decaduta in una città-stato sclerotizzata e chiusa.

     Allaricercadiuna cura
    Il mondo è in un limbo. Come tutti questi libri dimostrano, livelli di disuguaglianza così elevati sono difficilmente stabili. Inoltre, con l’accelerare del progresso tecnologico le vittime aumenteranno. Eppure, secondo Milanovic, non siamo ancora al punto di svolta dell’onda di Kuznet. La disuguaglianza è alta, ma non è ancora così elevata come nei periodi di punta appena prima della peste nera o dello scoppio della Prima Guerra Mondiale.

     Cosa si può fare? Molti commentatori raccomandano di migliorare la qualità dell’istruzione pubblica e aumentarne l’accessibilità. Altri hanno proposto di tassare la ricchezza in modo più efficace, come con una tassa globale sui redditi da capitale, aliquote marginali più elevate, tasse sulla proprietà più aggressive, o perfino una tassa sui robot . E altri ancora spingono per l’introduzione di un reddito universale.

     Ma nessuna di queste soluzioni risolverà il problema. Le politiche educative richiedono anni per generare i loro frutti; tassare i superricchi a livello globale richiederebbe un livello di cooperazione internazionale che oggi non esiste; e il reddito universale è semplicemente irrealizzabile per la maggior parte - se non tutti - governi.

     Scheidel ci ricorda che le riforme politiche di solito non sono in grado di risolvere il problema della disuguaglianza. Tuttavia, anche se le misure democratiche non possono invertire la tendenza, potrebbero essere in grado di tenere sotto controllo le disuguaglianze, e quindi vale la pena perseguirle.

     L’alternativa, ovviamente, potrebbe essere quella di un cataclismatico livellamento in un futuro non troppo lontano. I cambiamenti climatici stanno già devastando alcune economie nazionali e creano tensioni su risorse in contrazione. Il populismo, il nazionalismo e la xenofobia stanno minacciando le democrazie liberali dall’interno. Una Cina sempre più ambiziosa e un’America sempre più protezionistica potrebbero finire in rotta di collisione su questioni commerciali e di influenza geopolitica. E, a un certo punto, robot inteligenti potrebbero eliminare la maggior parte dei lavori e portare al collasso la stessa civiltà occidentale.

     Quanta più disuguaglianza può tollerare il mondo? Prima o poi, si raggiungerà una soglia massima, al di là della quale i Quattro Cavalieri del Livellamento ci attendano, desiderosi di scatenare l’inferno ancora una volta, se glielo consentiremo.

    (*) Edoardo Campanella è un Future of the World Fellow presso il centro per la Governance del Cambiamento della IE University di Madrid

     

    Copyright: Project Syndicate, 2017.
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