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Macroregioni, le opportunità Ue da cogliere

POLITICHE DI COESIONE europee

Macroregioni, le opportunità Ue da cogliere

(Agf)
(Agf)

Se due vicini hanno un problema, è più facile affrontarlo (e provare a risolverlo) insieme. Un principio semplice, per un’agenda fitta. Dalle sinergie tra università e distretti alla ricerca, dalla prevenzione delle catastrofi naturali, a turismo, pesca ed energia, la politica macroregionale della Ue compie 10 anni, con un bilancio di luci e ombre.

Per non parlare della necessità di dare una spinta a strade e ferrovie per migliorare l’interconnessione in Europa o di una politica energetica che si faccia carico di non disperdere risorse e attivarsi al meglio, laddove si può, per riutilizzare gli scarti. Un’opportunità di crescita per i territori ed evidentemente , anche per le imprese – in termini di bandi, partnership, sinergie in ricerca e innovazioni – eppure quasi sconosciuta.

Partita nell’area baltica con la prima iniziativa “nata dal basso” – dall’esigenza di regioni, Länder e aree contigue di costruire reti e sinergie per affrontare sfide e valorizzare il patrimonio comune – la politica macroregionale fa il suo primo tagliando lunedì all’assemblea plenaria dell’Europarlamento a Strasburgo.

Una relazione – la farà l’europarlamentare italiano Andrea Cozzolino – che sarà l’occasione (rara) per fare un primo bilancio di quattro esperienze nate, all’inizio, al di fuori di ogni “patente Ue”. E che oggi, benché inserite ufficialmente nella cooperazione territoriale sostenuta da Bruxelles attraverso i fondi Fesr (di sviluppo regionale), si interrogano sul loro futuro. Perché tutte e quattro le attuali macroregioni – la Baltica , la Danubiana , la Ionico-Adriatica e l’Alpina– si reggono su un “patto” con Bruxelles, che si basa su tre pilastri: no a finanziamenti, no a un budget ad hoc, no a una struttura e a personale dedicati. Obiettivo nobile, all’inizio: non creare una sovrastruttura che “appesantisse” le Pa dei Paesi membri e disperdesse fondi in mille rivoli. Soprattutto, stimolare anche gli Stati a impegnarsi con finanziamenti propri.

Tuttavia, in questi mesi, mentre si discute di come destinare il bilancio Ue post-2020 (che si profila più “povero” senza la Gran Bretagna mentre le sfide, dall’immigrazione alla crescita economica aumentano), di macro-regioni non si parla. Tanto che a novembre sono state le regioni alpine - nel corso del forum annuale di Eusalp - a rompere gli indugi: «Chiediamo all’Europa di assicurare che le strategie macroregionali siano tenute in considerazione».

LA GEOGRAFIA DELLA COOPERAZIONE

La Commissione, per ora, chiude la porta sia a qualunque forma di finanziamento ad hoc sia a un cambio di passo sulla governance per le macro-regioni. Ovvero, fate con quello che avete. Al massimo partecipate ai bandi Ue come gli altri enti pubblici. I fondi disponibili sarebbero quelli per lo sviluppo regionale (un totale di 10 miliardi per il periodo 2014-2020) nati per ridurre le diseguaglianze tra regioni europee e promuovere la coesione economica.

Il problema è che spesso i bandi non sono “disegnati” su requisiti e procedure accessibili a un gruppo di regioni. Peraltro con competenze, poteri e autonomie molto diversi (si va dai Länder tedeschi, che sono piccoli Stati alle regioni ordinarie e a statuto speciale italiane, al Rhônes Alpes francese). E questo rende più complicato fare partire i progetti, soprattutto in assenza di una “cabina di regia” stabile. Sinora, la differenza nel “successo” delle strategie la stanno facendo il fattore tempo (chi è partito prima è più avanti) e la capacità organizzativa tedesca (quando coinvolta).

La prima a nascere nel 2009 (ma i primi atti sono del 2008, da qui il decennale) è stata la macroregione baltica, che mette assieme sette Paesi (Svezia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Danimarca, Polonia e i Laender della Germania Nord-Est), conta circa 70 milioni di abitanti e un Pil complessivo di 1.380 miliardi. Ha già attivato 40 progetti tra tutela del mare, investimenti in innovazione, risparmio energetico e competitività di sistema. La Danubiana (2010) tiene insieme nove Paesi Ue (Germania, Austria, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Bulgaria, Romania e Croazia) e cinque Paesi non-Ue ( Serbia, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Ucraina e Moldova) ed è la più popolosa: 90 milioni di abitanti e un Pil da 1.620 miliardi: politiche ambientali, sinergie energetiche e infrastrutture sono le priorità, ma anche scuola e sicurezza.

L’Italia è coinvolta su due piani. Nata nel 2014, l’area adriatico-ionica coinvolge otto Stati tra Paesi membri (Croazia, Grecia, Italia e Slovenia) ed extra-Ue (Albania, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Serbia). Per l’Italia, le Regioni interessate son quelle della dorsale adriatica, dal Friuli alla Puglia, oltre a Basilicata, Calabria e Sicilia. Gli obiettivi: pesca e tutela del mare, reti di trasporto ed energia. Ma i progetti sono ancora in una fase iniziale. Con un Pil di 3mila miliardi ma una forza d’urto di cinque Paesi Ue (Austria, Francia, Germania, Italia e Slovenia) e due non (Liechtenstein e Svizzera), e 48 Regioni, la regione Alpina, nata nel 2015, è la più ricca, più omogenea per benessere ma anche articolata nei bisogni: dalla tutela di ghiacciai e ambiente al dialogo tra cluster, distretti e Università.

«Bisogna definire meglio che tipo di rapporto devono avere le Regioni e gli Stati nella strategia macroregionale – ha spiegato l’eurodeputato Pd, Andrea Cozzolino –. Stabilire quali poteri decisionali hanno. Anche perché affrontano “in chiave europea” problemi e sfide che tutti i cittadini sentono e possono essere un antidoto ai populismi. Una macroregione mediterranea, che coinvolgesse anche Tunisia, Egitto, Algeria e Libia potrebbe gestire più organicamente la questione dei flussi migratori. Fino a oggi sono stati utilizzati i fondi della politica di coesione - ha concluso Cozzolino -. Mentre sarebbe utile un quadro più strutturato di risorse».

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