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I dieci selfie dell’Italia migliore

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rapporto symbola

I dieci selfie dell’Italia migliore

C’è un collegamento sempre più chiaro tra la modernità delle produzioni e la capacità di competere. Dove l’innovazione con il carattere di “sostenibilità” è prevalente, le quote del made in Italy nello scacchiere mondiale sono più alte, facciamo meglio in termini di valore aggiunto, sembriamo essere usciti meglio dalla doppia recessione.

Nelle dieci “istantanee” del rapporto che la Fondazione Symbola pubblicherà oggi ci sono altrettanti primati, focus su settori o indicatori in cui l’Italia sa restare ai vertici e magari anche migliorarsi.

LA RICERCA E LE ECCELLENZE
(*) Cina nelle classifiche mondiali del Trade Performance Index UNCTAD-WTO (Fonte: Fondazione Symbola)

Trade performance, uso efficiente delle risorse nella produzione, green jobs, design, moda, cultura, agroalimentare, farmaceutica,legno arredo, meccanica.

La forza dell’export
La crescita delle nostre esportazioni nel 2017 (+7%) è un risultato collettivo. Il meglio del made in Italy ha contribuito in modo determinante. E il risultato ancora una volta è la posizione da protagonisti nel Trade Performance Index (l’indicatore elaborato da Unctad e Wto): siamo primi, secondo o terzi per le esportazioni in 8 macrosettori su 14 considerati (dietro solo alla Germania, che è sul podio in 9). Alcuni settori hanno “battuto” prima di altri la crisi, come la farmaceutica che tra il 2010 e il 2016 ha visto una crescita dell’export del 52%, più della media della Ue a 28 (+32%). Siamo la locomotiva europea nelle esportazioni del legno-arredo: circa il 30% del totale venduto dalla Ue nel resto del mondo, consolidando in questo campo la posizione sul podio anche nella produzione (21,2 miliardi dietro a Cina e Usa). E - in piena affermazione del paradigma Industria 4.0 - restiamo protagonisti assoluti nella meccanica. Il surplus del machinery non elettronico viaggia intorno ai 58 miliardi, alle spalle solo di Germania (104,2 miliardi), Cina (83,6) e Giappone (70).

Il valore della «bellezza»
Symbola ha definitivamente sdoganato il valore economico di cultura, bellezza, creatività. Una filiera che vale 89,9 miliardi, capaci a loro volta di metterne in moto altri 160 miliardi nel resto dell’economia: 1,78 euro per ogni euro prodotto dalla cultura. A conti fatti, 250 miliardi derivanti dall’intera filiera (16,7% del Pil). Il design, parte integrante degli 89,9 miliardi insieme ad altre industrie “creative”, esprime un’incidenza del fatturato sul totale dell’economia pari allo 0,15%, quasi il doppio della media Ue (0,09%); tra le grandi economie continentali meno solo del Regno Unito (0,17%). È un emisfero a parte, altra fonte di primati, la moda. Qui siamo il secondo Paese per quote di mercato (6,6%) dopo la Cina, con la capacità preservata durante la crisi di produrre oltre un terzo di tutto il valore aggiunto nella Ue28.

L’uso efficiente delle risorse
Un altro marcatore del livello di competitività è dato dalla leadership europea che abbiamo conquistato nel campo delle performance ambientali. Eurostat rileva che le imprese italiane si caratterizzano per un uso molto efficiente delle risorse nei processi produttivi: con 256 tonnellate di materia prima per ogni milione di euro prodotto facciamo molto meglio della media Ue (454 t). Ma ci piazziamo anche al vertice della classifica comunitaria, dietro alla sola Gran Bretagna (223 t).

A valle del processo produttivo, l’Italia fa molto bene anche nel campo dei rifiuti. Con 41,7 tonnellate di rifiuti per ogni milione di euro prodotto (tre in meno del 2008) siamo i più efficienti in Europa. E, anche in questo caso, facciamo molto meglio della Germania (65,5 tonnellate). Mentre, parlando delle emissioni in atmosfera, siamo secondi tra le cinque grandi economie comunitarie (101 tonnellate di CO2), dietro solo alla Francia (86,5 t, in questo caso favorita dal nucleare). La riduzione delle emissioni è un’evidenza anche in agricoltura: in questo caso il made in Italy è in testa alla classifica europea per riduzione delle emissioni climalteranti. Con 678 tonnellate di CO2 equivalente per milione di euro prodotto facciamo molto meglio di Spagna (912), Francia (1.060), Germania (1.355), Gran Bretagna (1.412) e della media Ue28 (1.073).

I «green jobs»
L’impatto dell’economia verde non resta confinato alle statistiche, ma si traduce in occupazione. In Italia sono 2 milioni e 964mila i “green jobs”, cioè occupati che applicano competenze “verdi”. Si tratta del 13,1% dell’occupazione complessiva nazionale: nel solo 2017 sono state quasi 320mila le nuove assunzioni nei green jobs. Alcuni settori pesano più di altri: nelle aree aziendali della progettazione e della ricerca e sviluppo è green quasi il 60% delle figure professionali.

Si tratta, tra gli altri, di ingegneri energetici, agricoltori biologici, esperti di acquisti verdi, tecnici meccatronici, installatori di impianti termici a basso impatto. Queste figure si caratterizzano anche per una maggiore stabilità contrattuale: le assunzioni a tempo indeterminato sono oltre il 46% nel caso dei green jobs, quando nel resto delle altre figure tale quota scende a poco più del 30 per cento.

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