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La produttività nuova frontiera Bce

falchi & colombe

La produttività nuova frontiera Bce

(Bloomberg)
(Bloomberg)

Quando inizierà la normalizzazione della politica monetaria da parte della Bce? Ci sono dei costi nel continuare ad attendere? C’è da scommettere che chi è impaziente, e non ama la strategia decisa da Mario Draghi e dal suo consiglio, utilizzerà presto un nuovo argomento per criticarlo. Cioè: gli effetti negativi sulla produttività di una politica monetaria troppo espansiva per troppo tempo.

Ma sarebbe una accusa temeraria ed acerba .

Il tema della produttività è al cuore del dibattito sulle caratteristiche della ripresa economica in atto. Le buone performance delle economie avanzate – inclusa l’Italia – in termine di crescita totale della prodotto interno lordo, non deve far dimenticare che la zavorra più preoccupante per camminare su un sentiero di crescita soddisfacente e regolare è rappresentato dall’andamento della produttività. Per l’Italia in particolare il tema della produttività dovrebbe essere messo sullo stesso piano di quello del debito pubblico nel definire il disegno di politica economica per il Paese, soprattutto in una fase congiunturale come questa, alla vigilia di un appuntamento elettorale. Se si guardano i dati, si scopre che la crescita della produttività per lavoratore in Italia dal Dopoguerra ad oggi ha purtroppo seguito una preoccupante parabola discendente: fino agli shock petroliferi degli anni Settanta era quasi il 5%; da quel momento fino alla crisi del 1992 è scesa sotto il 2%; nel decennio successivo è ulteriormente caduta fino al 1,3%; da allora ad oggi ha raggiunto il pavimento dello zero.

Ma la politica monetaria centra qualcosa? Qui scendono in campo due visioni, che oggi sono in Europa particolarmente attive nel valutare positivamente – le colombe – o negativamente – i falchi – l’operato della Banca centrale europea, che ha messo in campo dal 2008 in avanti, ma in particolare a partire dal 2014 una politica monetaria particolarmente aggressiva, schiacciando i tassi nominali e reali prima verso lo zero, poi in territorio negativo.

Le colombe danno un giudizio positivo della strategia della Bce partendo dall’idea che la politica monetaria può dare un contributo indiretto alla crescita della produttività, che in una fase recessiva si traduce in una politica monetaria molto espansiva. L’idea di fondo è che la dinamica di medio periodo delle variabili reali – produttività inclusa – possa essere sostenuta dalla politica monetaria se la banca centrale si concentra prevalentemente sulla stabilizzazione dell’inflazione. La stabilizzazione dell’inflazione – che è l’obiettivo della Bce – a sua volta deve essere perseguito con una politica monetaria espansiva finché non ci sia una robusta evidenza che sia i prezzi che le aspettative sui prezzi siano su un sentiero stabile ed sostenibile, senza la stampella della politica monetaria e che valga per tutto il perimetro dell’Unione. È un approccio che caratterizza tutte le azioni e dichiarazioni della Bce, inclusi gli ultimi verbali appena pubblicati.

Ma ai falchi la strategia scelta dalla Bce non piace. La tesi è che una politica monetaria troppo espansiva ha un effetto diretto e negativo sulle variabili reali, inclusa la produttività. Per almeno due diverse ragioni. Da un lato, la catena che parte dal presunto eccesso di politica monetaria alla anemia della produttività ha il suo anello cruciale nel meccanismo delle aspettative. Finché una banca centrale – è questo il ragionamento – continua ad accompagnare, invece che anticipare ed annunziare, il ritorno ad un profilo normale delle variabili reali e nominali, la scintilla che si accende nelle famiglie e nelle imprese che spinge a spendere e/o ad investire continua ad essere flebile. In altri termini, la politica monetaria troppo espansiva intacca direttamente la capacità di crescita dell’economia.

Da un altro punto di vista – ed in parallelo – l’eccesso di politica monetaria produce ed accentua distorsioni nella parte finanziaria dell’economia. In particolare, avendo fiducia nelle capacità del mercato, finché la struttura dei tassi non viene riportata alla normalità, i comportamenti inefficienti di imprese, banche e governi trovano acque facili in cui navigare, rendendo più resilienti le sacche di inefficienza, e quindi contribuendo ai deficit di produttività. Alla luce dei dati esistenti, la tesi dei falchi è temeraria, o quantomeno acerba. In ogni caso, al di là della sua robustezza, accoglierla significherebbe comunque una assunzione di rischio. Una accelerazione della normalizzazione – se basata su tali presupposti - sarebbe un atto rischioso. I banchieri centrali, anche per la natura del loro compito, tendono ad essere avversi al rischio. Quelli di Francoforte non faranno eccezione.

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