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Produttività e territori, le amnesie della politica

IL PROGRAMMA CALENDA-BENTIVOGLI

Produttività e territori, le amnesie della politica

La produttività italiana è strutturalmente bassa. E, su questo, occorre intervenire con misure di policy. Allo stesso tempo, la nostra economia e la nostra società hanno fisionomie identitarie originali, che la classe politica deve considerare con lucidità nelle scelte di fondo della prossima legislatura». Enrico Moretti insegna a Berkeley. Così si sofferma sull’intervento del ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda e del segretario della Fim-Cisl Marco Bentivogli, comparso sul Sole-24 Ore di venerdì.

«Si tratta di una riflessione utile, che contempla una serie di idee per provare a rimediare anche al problema della bassa produttività italiana. Nel merito, uno può essere o no d’accordo su questa o quella proposta. Ma, certo, è importante che alcuni temi tornino al centro del dibattito». In un discorso pubblico italiano reso sfarinato, spezzettato e nevrotico da una campagna elettorale che si annuncia lunga ed estenuante, appare interessante il suo punto di vista di economista del mainstream che non ha pregiudizi verso un Paese maledettamente complicato come il nostro. E che, anzi, riesce a inserire la crescente marginalità della nostra nazione in un contesto internazionale sottoposto a violenti sconquassi: la sua produzione scientifica – ormai è diventato un piccolo classico “La nuova geografia del lavoro” – ha mostrato le tendenze del mondo occidentale, fra ricchezza dell’industria e del terziario e aggiustamenti continui del tessuto sociale. «Osservando le cose italiane dalla California – racconta Moretti – colpisce la totale assenza dalla campagna elettorale del tema della bassa produttività del lavoro espressa dalla componente più nobile del tessuto economico: la manifattura export oriented, i servizi finanziari che dovrebbero essere più proiettati verso l’estero e che invece sono concentrati sul mercato interno, la ricerca e l’innovazione che ormai hanno carattere di impresa autonoma, con i grandi gruppi che spesso le acquistano sul mercato da altre imprese».

Il paradosso italiano è rappresentato dalla ricorrenza, quasi ossessiva, nella discussione pubblica degli alti lai sui servizi “not tradable”: «Intendiamoci, è vero che i servizi professionali e del commercio sono chiusi e poco efficienti. Nessuno nega che abbiano produttività basse. Ma, nella dinamica complessiva, è la parte “tradable” a determinare la scelta fra ricchezza e povertà. Tutti concentrano la loro attenzione sui primi. E, in campagna elettorale, i tassisti, i notai, i commercialisti, gli avvocati e i commercianti non sono soltanto elettori attivi, ma diventano anche argomenti passivi di accese discussioni. È giusto. Nessuno, però, si sofferma sulla componente “tradable” della nostra economia. E questo non va bene».

Da questo punto di vista, un elemento di policy fondamentale per innalzare la produttività italiana è costituito dagli investimenti nell’innovazione tecno-industriale e nella R&S formalizzata. Due dinamiche che devono saldarsi, per consentire al nostro sistema industriale di sperimentare un upgrading. «Il Piano Calenda va nella direzione giusta – nota Moretti – l’auspicio è che non vi siano cambiamenti di rotta. Io personalmente ritengo fondamentale la defiscalizzazione della R&S realizzata dalle imprese private. L’altro elemento cruciale è il capitale umano. Sono d’accordo con la proposta dei 400 milioni di euro da destinare agli istituti tecnici contenuta nell’articolo firmato da Calenda e Bentivogli sul vostro giornale».

Un altro tema da riportare al centro del dibattito è la generalità delle policy: «Va bene aiutare le Pmi. Ma non basta. Le policy per l’innovazione vanno concepite e attuate erga omnes. Indipendentemente dalla taglia delle aziende. E bisogna rendere più robuste ed efficaci le misure a favore del salto dimensionale delle imprese». La rivitalizzazione del Paese deve avvenire unendo mainstream anglosassone e particulare italiano. «Un esempio interessante è l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova (IIT) – riflette – che qui negli Stati Uniti ha destato molta attenzione e curiosità. La concentrazione di risorse ingenti. La ricerca della frontiera tecnologica». Una struttura come l’IIT di Genova deve, poi, passare alla fase generativa non solo della conoscenza ma anche di una neo-imprenditorialità in grado di sopravvivere e muoversi, svilupparsi e imporsi sul mercato. In ogni caso, è un esempio potenzialmente interessante. «Vedremo – riflette Moretti – se e in che termini, sul lungo periodo, l’IIT di Genova genererà nuove imprese strutturate e nuova occupazione nel settore privato».

Di sicuro, l’Italia non è una terra arida sotto il profilo economico e sociale. «Anzi – riflette Moretti – resta fondamentale l’articolazione dei territori e delle comunità. Il senso di appartenenza, la coesione e la condivisione sono valori immateriali rilevanti. Il ceto politico deve tenerne conto». In questo senso, il pensiero di Moretti non è dissimile da quello dell’harvardiano Robert D. Putnam in “La tradizione civica nelle Regioni italiane”. Il particulare italiano, con una frastagliatura territoriale e comunitaria assai profonda e specifica, significa differenze anche economiche. Da questo punto di vista, il cerchio si chiude sul tema della produttività. «I contratti di lavoro unici e monolitici – nota Moretti – generano bassa crescita occupazionale, specialmente nelle Regioni a bassa produttività. Nel momento in cui i salari diventano coerenti con le condizioni economiche dei microcosmi, territoriali o addirittura di stabilimento, si creano le condizioni per attivare il circolo virtuoso che, alla fine, alimenta la buona produttività. Trovo apprezzabile che l’intervento di Calenda e di Bentivogli sul Sole 24 Ore si concentri anche sul decentramento contrattuale».

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